Origini dell’ermeneutica

Le origini dell’ermeneutica risalgono al mondo classico, dove sorse per stabilire l’esatto senso dei testi letterari (per es., i poemi omerici), sceverarne le parti autentiche da quelle spurie, ricostruirne l’organicità della struttura e del linguaggio.

Con il cristianesimo, quando si pose il problema estremamente delicato di interpretare un testo formulato in linguaggio umano, ma considerato frutto di ispirazione divina, assunse grande sviluppo e complessità il principio dell’allegoria, ossia il rintracciare un significato più profondo e diverso da quello immediatamente offerto dal testo. Si giunse così a distinguere molti sensi della Scrittura. Successivamente, quando con la Riforma fu contestata l’autorità della Chiesa e della tradizione come criterio ermeneutico del testo sacro e si affermò il principio della sola Scriptura, ossia di attenersi scrupolosamente al testo sacro quale documento unico della rivelazione, prese sempre più spazio nell’ermeneutica la ricerca storico-linguistica e l’esigenza di una analisi anche comparativa dei testi sacri con quelli di altre civiltà e culture.

Con il romanticismo, e soprattutto con il filosofo e teologo tedesco F. Schleiermacher, si afferma l’esigenza di un’ermeneutica universale, dotata di esplicita e intrinseca rilevanza filosofica, in quanto condizione indispensabile per comprendere, di un testo, la mens auctoris. Per questa via si arriva, con lo storicismo di W. Dilthey, a considerare l’ermeneutica come metodo specifico delle scienze storiche rispetto a quelle naturali.

Un approfondimento e un’accentuazione del significato filosofico dell’ermeneutica si hanno successivamente a opera della fenomenologia per la sua concezione della coscienza come attività intenzionale sempre aperta a un orizzonte temporale di correlati. Per questa via M. Heidegger pone l’ermeneutica al centro stesso dell’esistenza, non considerandola più soltanto come una delle possibili dimensioni del pensiero e della conoscenza, ma come il momento costitutivo fondamentale dell’esistenza dell’uomo, che è tale solo in quanto insieme interroga e interpreta sé stesso e l’essere, in un processo continuamente aperto e orientato al futuro. Si fa così più serrato il rapporto tra ermeneutica e verità, nel senso che la verità non può affatto essere ricondotta ai criteri astratti della logica tradizionale, ma colta soltanto nel processo intrinsecamente storico dell’ermeneutica o, più esattamente, di quel ‘circolo ermeneutico’ per cui l’interpretazione muove necessariamente dalla totalità del processo alle sue parti e viceversa.

Queste posizioni heideggeriane, che trovarono ampio sviluppo nel campo della logica, dell’estetica e soprattutto della teologia (per es., in R. Bultmann), sono state poi riprese da H.G. Gadamer con la sua affermazione dell’universalità dell’ermeneutica e del primato della dimensione storico-linguistica rispetto a ogni forma possibile di pensiero e di sapere.

Interessanti sviluppi del nesso tra filosofia ed ermeneutica si sono avuti pure in Francia conP. Ricoeur che, riprendendo anche motivi della fenomenologia hegeliana da una parte e della psicanalisi dall’altra, ha posto al centro dell’ermeneutica lo studio dei simboli come comprensione della coscienza nelle diverse dimensioni in cui si esplica.

In Italia il giurista e storico del diritto E. Betti, rifacendosi all’impostazione storicistica dell’ermeneutica, ha insistito soprattutto sull’esigenza di oggettività a cui il processo ermeneutico deve e può rispondere nel suo sforzo di ricostruzione del senso del testo, mentre il filosofo L. Pareyson ha affermato la possibilità di conciliare attraverso l’ermeneutica il carattere insieme ontologico e storico della verità.