L'ermeneutica nell'antichità

Come spesso accade con parole analoghe prese in prestito dal greco, che hanno trovato accoglienza nel nostro linguaggio scientifico, il termine ‘ermeneutica’ ricopre disparati livelli di riflessione. ‘Ermeneutica’ vuol dire in primo luogo – come indica il fatto di richiedere l’integrazione di τέχνη – una prassi tecnicamente fondata. L’arte, di cui qui si tratta, è quella dell’annunciare, del far da interprete, dello spiegare e dell’interpretare, e abbraccia naturalmente la sottostante arte del comprendere, di cui v’è necessità ogniqualvolta il senso di qualcosa non si mostri in modo aperto e inequivoco. Già nell’uso più antico della parola c’è quindi una certa ambiguità. Ermes era il messaggero degli dei, colui che recava agli uomini le ambasciate degli dei; nella narrazione omerica, egli spesso non faceva altro che riportare alla lettera il messaggio affidatogli. Spesso però, e specialmente nell’uso profano, l’ufficio dell’ἑρμηνεύς consiste nel tradurre, nella comprensibile lingua di tutti, qualcosa che è stato espresso in una lingua straniera o in modo incomprensibile. L’ufficio del tradurre comporta perciò sempre una certa ‘libertà’. Esso presuppone la piena comprensione della lingua straniera, ma più ancora la comprensione della specifica intenzione significativa di ciò che è stato espresso. Chi vuole riuscire comprensibile deve dare una nuova espressione linguistica a quel che altri hanno inteso dire. L’operazione dell’ermeneutica consiste sempre in una siffatta trasposizione da un mondo in un altro, dal mondo degli dei in quello degli uomini, dal mondo di una lingua (straniera) a quello di un’altra (la propria). (I traduttori umani possono tradurre sempre e soltanto nella propria lingua). Ma poiché il compito proprio del tradurre consiste nel ‘ridisporre’ ciò che si è voluto dire, il senso dell’ἑρμηνεύειν oscilla tra la traduzione e l’indicazione pratica, tra il comunicare e il richiedere obbedienza. In verità, ἑρμηνεία vuol dire, in un’accezione affatto neutra, ‘enunciazione di pensieri’; è però caratteristico che Platone (Politico, 260 d) non ricomprenda sotto questo termine tutte le espressioni di pensieri, ma soltanto quelle (per es. nel caso del re, dell’araldo, ecc.) che possiedono il carattere dell’ingiunzione. Né si potrebbe intendere altrimenti l’affinità dell’ermeneutica con la mantica (Epinomide, 975 c): l’arte di trasmettere la volontà degli dei non è lontana dall’arte di divinare tale volontà o il futuro a partire da segni.
È comunque caratteristico per l’altra componente del significato – quella puramente intellettuale – che nel περί ἑρμηνείας Aristotele tratti unicamente il senso logico dell’enunciato, il λόγος ἀπoϕαντικός. In sintonia con l’uso aristotelico, si sviluppa nella tarda grecità il senso puramente intellettuale di ἑρμηνεία e di ἑρμηνεύς, che possono significare rispettivamente l’esegesi dotta e l’esegeta o il traduttore. Naturalmente, all”ermeneutica’ come arte rimane sempre un poco attaccata la vecchia derivazione dalla sfera sacrale: è un’arte i cui responsi esigono sottomissione ovvero vengono riconosciuti con aminirazione, poiché essa consente di comprendere e di render noto qualcosa che altrimenti rimarrebbe precluso: un discorso in una lingua straniera o una convinzione inespressa. È dunque un’ars (in tedesco Kunstlehre), come l’oratoria o l’arte dello scrivere o quella del far di conto: più un’abilità pratica che una ‘scienza’.

Quando oggi parliamo di ermeneutica, ci collochiamo invece nella tradizione scientifica dell’età moderna. È con la nascita del moderno concetto di metodo e di scienza che si afferma l’uso moderno del termine ‘ermeneutica’. Oggi il termine implica sempre una qualche sorta di consapevolezza metodica. Non ci si limita a possedere l’arte dell’interpretazione, ma si sa giustificarla teoricamente. La prima attestazione di ‘ermeneutica’ come titolo di un libro risale al 1654 (J. K. Dannhauser, Hermeneutica sacra sive methodus exponendarum sacrarum litterarum). Dopo di allora, si distinguono un’ermeneutica teologico-filologica e una giuridica. Sul piano teologico, ermeneutica significa l’arte della retta interpretazione della Sacra Scrittura; arte che, in sé antichissima, era stata portata a consapevolezza metodica già in epoca patristica, soprattutto da Agostino nel De doctrina christiana. Una dogmatica cristiana traeva infatti il proprio compito dalla tensione esistente tra la storia particolare del popolo ebraico – com’era interpretata, in termini di storia della salvezza, dal Vecchio Testamento – e l’annunzio universale di Gesù nel Nuovo Testamento. Appunto a tale proposito l’ermeneutica, in quanto riflessione metodica, doveva recare aiuto e fornire soluzioni. Nel De doctrina christiana Agostino, con l’ausilio di rappresentazioni neoplatoniche, insegna che lo spirito ascende, dal senso letterale e da quello morale, al senso spirituale. Egli risolve così il problema dogmatico e così facendo ricapitola da un punto di vista unitario l’antica eredità ermeneutica.

Il nocciolo dell’ermeneutica antica è il problema dell’interpretazione allegorica (la quale è in sé ancora più remota). ‘Υπόνοια, il senso che sta dietro, era originariamente la parola usata per indicare il senso allegorico. L’interpretazione allegorica era usuale già al tempo della sofistica, come aveva già sostenuto A. Tate e come è stato confermato da recenti testi papiracei. È chiaro il nesso storico che sta alla base di ciò: dal momento in cui il mondo di valori dell’epos omerico, che era destinato a una società aristocratica, perse la propria imperatività, divenne necessaria, per la sua trasmissione, una nuova arte interpretativa. Ciò avvenne con la democratizzazione delle città, il cui patriziato aveva raccolto l’etica aristocratica. Espressione dello stesso processo era l’idea di cultura propria della sofistica: Odisseo toglie ad Achille il primato e, sulla scena, assume non di rado tratti sofistici. In seguito, l’allegoresi assurse a metodo universale soprattutto con l’interpretazione omerica della Stoa, nell’ellenismo. A questa si riallacciò l’ermeneutica patristica, che fu ricapitolata da Origene e da Agostino. Nel Medioevo essa fu sistematizzata da Cassiano e poi sviluppata nel metodo del quadruplice senso delle Scritture.