L’ermeneutica nell’età moderna

Un nuovo impulso l’ermeneutica lo ricevette dal ritorno della Riforma alla lettera della Sacra Scrittura; al contempo, i riformatori si mostravano polemici verso la tradizione dottrinale della Chiesa e verso il suo trattamento dei testi per mezzo di metodi come quello dei molteplici sensi della Scrittura (cfr. le ricerche di K. Holl sull’ermeneutica di Lutero: Luthers Bedeutung für den Fortschritt der Auslegungskunst, 1920, e la loro continuazione per opera di G. Ebeling,Evangelische Evangelienauslegung. Eine Untersuchung zu Luthers Hermeneutik, 1942, e Die Anfänge von Luthers Hermeneutik, 1951). In particolare, venne allora rifiutato il metodo allegorico, ovvero la comprensione allegorica fu limitata ai casi nei quali il senso delle parabole la giustificava in modo specifico. Nello stesso tempo si destò una nuova coscienza metodica, che voleva essere obiettiva, legata all’oggetto, libera da ogni arbitrio soggettivo. Il motivo centrale rimane però di natura normativa: quel che è in questione ‘nell’ermeneutica teologica’ o ‘umanistica’ dell’età moderna è la retta interpretazione di testi i quali contengono la vera autorità, che occorre recuperare. La motivazione dello sforzo ermeneutico, pertanto, non è da ricercarsi tanto, come più tardi in Schleiermacher, nel fatto che un dato contenuto tramandato è difficilmente comprensibile e dà adito a fraintendimenti, quanto piuttosto nel fatto che esso viene assoggettato a una rinnovata comprensione, mentre una tradizione costituita viene spezzata o trasformata dalla riscoperta delle sue origini sepolte. Il senso originario, celato o deformato, deve essere nuovamente ricercato e rinnovellato. L’ermeneutica cerca dovunque, ritornando alle fonti originali, di raggiungere una rinnovata comprensione di qualcosa che è stato corrotto dallo snaturamento, dalla deformazione e dall’abuso: la Bibbia, dall’insegnamento tradizionale della Chiesa; i classici, dal barbaro latino della Scolastica. I nuovi sforzi dovevano quindi mirare non solo a una più corretta comprensione, ma a ridare validità a qualcosa avente un valore normativo esemplare.

Accanto a tale motivazione – di natura concreta – era però operante nell’ermeneutica, all’inizio dell’età moderna, anche una motivazione formale, in quanto la coscienza metodica della nuova scienza, che si serviva specialmente del linguaggio della matematica, spingeva verso una teoria generale dell’interpretazione delle lingue costituite da segni. Per la sua generalità, essa fu trattata come una parte della logica (cfr. l’esposizione di L. Geldsetzer nell’introduzione alla ristampa di G. F Meier, Versuch einer allgemeinen Auslegungskunst, 1965; specialmente pp. 10 ss.). A questo proposito, il ruolo decisivo fu certo svolto dall’inserimento di un capitolo ermeneutico nella Logicadi Ch. Wolff (Philosophia rationalis sive logica, 17322, parte III, sezione III, capp. 6, 7). Era qui all’opera un interesse logico-filosofico, che mirava alla fondazione dell’ermeneutica entro una semantica generale. Il disegno di una tale semantica è rinvenibile dapprima in Meier, che ha in Chladenius un precursore d’ingegno (J. A. Chladenius, Einleitung zur richtigen Auslegung vernunftiger Reden und Schriften, 1742, ristampa 1970). In generale, però, la disciplina dell’ermeneutica, che andava emergendo nella teologia e nella filologia, rimase nel sec. XVII allo stato frammentario e servì a scopi didattici piuttosto che filosofici. Pragmaticamente orientata, essa ha elaborato, è vero, alcune fondamentali regole metodologiche, in grandissima parte tratte dall’antica grammatica e retorica (Quintiliano, Institutio oratoria); rimase però nel complesso solo una raccolta di spiegazioni di passi, destinata a dischiudere l’accesso alla comprensione della Scrittura (o, sul terreno umanistico, dei classici).