Contributi all'ermeneutica

Naturalmente, l’ermeneutica di Schleiermacher non è del tutto sgombra da una certa polverosa scolasticità tipica della precedente letteratura ermeneutica, come d’altra parte anche la sua opera propriamente filosofica si è sviluppata all’ombra degli altri grandi pensatori idealisti. Egli non ha infatti né la forza cogente della deduzione fichtiana, né la eleganza speculativa di Schelling, né la robusta originalità ‘dell’arte concettuale’ di Hegel: egli era un oratore – anche là dove filosofava – e i suoi libri sono i brogliacci di un oratore. Ma in particolare i suoi contributi all’ermeneutica hanno un forte spicco e, quel che più interessa sotto l’aspetto ermeneutico, le sue osservazioni sul pensare e sul parlare non si trovano ‘nell’ermeneutica’, ma nella ‘dialettica’. Siamo però sempre in attesa di una maneggevole edizione critica della Dialektik (v. Vattimo, 1968). Il senso normativo fondamentale dei testi, che aveva originariamente conferito allo sforzo ermeneutico il proprio significato, in Schleiermacher arretra nello sfondo. Il comprendere è la ‘ripetizione riproduttiva’, sulla base della congenialità degli spiriti, della produzione mentale originaria. Tale era l’insegnamento di Schleiermacher, con – sullo sfondo – la sua concezione metafisica dell’individualizzazione della vita universale. Emerge così, e in modo tale da superare radicalmente l’esclusivo interesse della filologia per la letteratura scritta, il ruolo del ‘linguaggio’. La fondazione schleiermacheriana del comprendere sul dialogo e sull’intesa interumana significava a un tempo approfondire le basi dell’ermeneutica, così da consentire l’edificazione, su base ermeneutica, di un sistema delle scienze. L’ermeneutica divenne il ‘fondamento di tutte le scienze storiche dello spirito’, e non solo della teologia. Il presupposto dogmatico dell’autorità del testo, sotto il cui dominio il lavoro ermeneutico – sia dei teologi sia dei filologi umanisti (per non parlare dei giuristi) – svolgeva la sua originaria funzione di mediazione, è ora scomparso. Lo storicismo ha così la via libera.

Dopo Schleiermacher, fu soprattutto l’interpretazione ‘psicologica’, sostenuta dalla teoria romantica della creazione inconscia del genio, a divenire sempre più nettamente la base teorica delle scienze dello spirito nel loro complesso. Ciò si manifesta nel modo più istruttivo già in Steinthal (Einleitung in die Psychologie und Sprachwissenschaft, 1881), e in Dilthey si arriva a una rifondazione sistematica dell’idea di scienze dello spirito sulla base di una psicologia comprendente (verstehend) e descrittiva. Non è in Schleiermacher, naturalmente, che si trova la più profonda fondazione filosofica delle scienze storiche. Egli appartiene piuttosto alla linea di pensiero dell’idealismo trascendentale fondato da Kant e da Fichte: e specialmente la Grundlage der gesamten Wissenschaftslehre di Fichte quasi eguagliò, per importanza epocale, la Kritik der reinen Vernunft. Come già mostra il titolo, si tratta qui della derivazione di ‘tutto’ il sapere da un supremo principio unitario, quello della spontaneità della ragione (Fichte parlava di ‘atto’ anzichè di ‘fatto’); e questa svolta dall’idealismo ‘critico’ di Kant all’idealismo ‘assoluto’ sta alla base di tutti gli sviluppi posteriori, da Schiller e Schleiermacher, Schelling, Friedrich Schlegel e Wilhelm von Humboldt sino a Boeck, Ranke, Droysen e Dilthey. Che la ‘scuola storica’, a dispetto del suo rifiuto della costruzione aprioristica della storia universale nello stile di Fichte e di Hegel, condivida le basi teoriche della filosofia idealistica, è stato mostrato specialmente da E. Rothacker (v., 1920).
Particolare autorità ebbero le lezioni del celebre filologo August Boeck ‘sull’enciclopedia delle scienze filologiche’. In esse Boeck determinava il compito della filologia addirittura come quello di ‟riconoscere il conosciuto”: era una buona formulazione del carattere secondario della filologia. Il valore normativo della letteratura classica, che era stato riscoperto nell’umanesimo e aveva costituito l’impulso primario all’imitatio, sbiadiva nell’indifferenza della storia. Dal compito fondamentale di un siffatto ‘comprendere’ Boeck distingueva poi i diversi modi interpretativi nella sfera grammaticale, in quella dei generi letterari, in quella storico-reale e in quella psicologico-individuale. È qui che si riallacciò Dilthey con la sua psicologia ‘comprendente’. Naturalmente, l’orientamento ‘gnoseologico’ si era nel frattempo mutato, specialmente sotto l’influsso della ‘logica induttiva’ di J. H. Mill, e quando Dilthey difese contro la psicologia sperimentale, che andava espandendosi sulla base dell’opera di Herbart e di Fechner, l’idea di una psicologia ‘comprendente’, egli condivideva certo il generale punto di vista dell”esperienza’, anche se ovviamente nella forma basata sul ‘principio della coscienza’ e sul concetto di ‘esperienza vissuta’ (Erlebnis). Ebbe inoltre per lui il valore di una costante sollecitazione lo sfondo culturale – intessuto di filosofia della storia, anzi di teologia della storia – sul quale si stagliava la penetrante istorica di J. G. Droysen, come anche la severa critica che il suo amico, il luterano Yorck von Wartenburg rivolgeva allo storicismo ingenuo dell’epoca. Entrambi questi fattori hanno contribuito all’aprirsi, nel successivo sviluppo di Dilthey, di una nuova strada. Il concetto di Erlebnis, che in lui aveva costituito il fondamento psicologico dell’ermeneutica, fu integrato dalla distinzione di ‘espressione’ e ‘significato’, in parte sotto l’influsso della critica rivolta allo psicologismo da Husserl (neiProlegomena alle Logische Untersuchungen) e della sua teoria platonizzante del significato, e in parte per una ripresa della teoria hegeliana dello spirito oggettivo, che gli si era chiarita anzitutto attraverso i suoi studi sul giovane Hegel (v. Dilthey, 1914-1936). I frutti di questi sviluppi sono maturati nel Novecento. I lavori di Dilthey sono stati continuati da G. Misch, E. Spranger, Th. Litt, J. Wach, H. Freyer, E. Rothacker, O. Bollnow e altri. La summa della tradizione idealistica dell’ermeneutica – da Schleiermacher a Dilthey e oltre – fu redatta dallo storico del diritto E. Betti (v., 1954 e 1955).
Naturalmente, Dilthey non riuscì realmente a venire a capo del compito che lo tormentava, quello cioè di mediare teoricamente la ‘coscienza storica’ con la pretesa di verità propria della scienza. La formula di E. Troeltsch: ‘dalla relatività alla totalità’, la quale doveva rappresentare la soluzione teorica del problema del relativismo nel senso di Dilthey, rimase in verità, al pari dell’opera personale di Troeltsch, impigliata nello storicismo che presumeva di superare. È caratteristico che anche nella sua opera in tre volumi sullo storicismo Troeltsch si abbandonasse continuamente a – splendidi – excursus storici. Dilthey, al contrario, cercava, dietro a ogni relatività, di risalire a una costante e abbozzò una ‘teoria tipologica’ delle Weltanschauungen (destinata ad avere un influsso grandissimo), la quale doveva corrispondere alla multilateralità della vita. Ciò non rappresentava che in un senso molto limitato un superamento dello storicismo. La base essenziale di questa, come di ogni altra analoga teoria tipologica, era infatti costituita dal concetto di Weltanschauung: cioè un atteggiamento della coscienza non ulteriormente indagabile, che si poteva solo descrivere e comparare con altre Weltanschauungen, ma si doveva lasciare allo stato di ‘fenomeno di espressione della vita’. Che la ‘volontà di conoscere per concetti’, e quindi la pretesa ‘di verità’ della filosofia, debba cedere dinanzi alla ‘coscienza storica’ era l’irriflesso presupposto dogmatico di Dilthey; un abisso divide quindi la concezione diltheyana dal detto, spesso abusato, di Fichte: ‟La scelta di una filosofia dipende da quel che si è come uomo” (J. G. Fichte, Werke, a cura di I. H. Fichte, 1845-1848, I, p. 434), il quale rappresentava una lampante professione di idealismo. Ciò doveva venire in luce, prevalentemente in modo indiretto, nei seguaci di Dilthey: le teorie tipologiche elaborate in campo pedagogico-antropologico, psicologico, sociologico, artistico e storico dimostrarono ad oculos che la loro fecondità dipendeva in verità dal segreto dogmatismo che stava alla loro base. Tutte le tipologie di Max Weber, Spranger, Litt, Pinder, Kretschmer, Jaensch, Lersch ecc. mostrarono di possedere un certo limitato valore di verità, che però perdevano non appena volevano afferrare la totalità di tutti i fenomeni, cioè volevano la completezza. Per ragioni essenziali, una siffatta ‘costruzione’ di una tipologia onnicomprensiva conduce all’autodissoluzione, cioè alla perdita del suo dogmatico nocciolo di verità. Anche la ‘psicologia delle Weltanschauungen’ di Jaspers non era affatto libera (come invece pretese più tardi – con buona ragione – la sua filosofia) da questa problematica tipica di ogni tipologia. Lo strumento concettuale della tipologia, in verità, è legittimabile soltanto collocandosi in una posizione di estremo nominalismo; senonché, persino l’ascetico radicalismo nominalistico di Max Weber aveva i suoi limiti, e fu integrato dall’ammissione, affatto irrazionale e volontaristica, che ognuno debba scegliere il ‘proprio Dio’.