Libertà negativa

La libertà negativa si suole chiamare anche ‘libertà come assenza d’impedimento’ o ‘libertà come assenza di costrizione’: se per ‘impedire’ s’intende il non permettere ad altri di fare alcunché, e se per ‘costringere’ s’intende l’obbligare altri a fare alcunché, entrambe le dizioni sono parziali, dal momento che la situazione di libertà denominata ‘libertà negativa’ comprende tanto l’assenza d’impedimento, cioè la possibilità di fare, quanto l’assenza di costrizione, cioè la possibilità di non fare. Si considera che goda di una situazione di libertà tanto colui che può esprimere le proprie opinioni senza incorrere nei rigori della censura, quanto colui che è esentato dal servizio militare (per es., là dove l’obiezione di coscienza è legalmente riconosciuta): il primo può agire perché non vi è nessuna norma che vieti l’azione che egli ritiene desiderabile, il secondo può non agire perché non vi è nessuna norma che imponga l’azione che egli ritiene non desiderabile. Siccome i limiti alle nostre azioni in società sono posti generalmente da norme (siano esse consuetudinarie o legislative, siano sociali o giuridiche o morali), si può anche dire, com’è stato detto per lunga e autorevole tradizione, che la libertà in questo senso, cioè la libertà che un uso sempre più diffuso e frequente chiama ‘libertà negativa’, consista nel fare (o non fare) tutto ciò che le leggi, intese le leggi in senso lato, e non solo in senso tecnico-giuridico, permettono, ovvero non proibiscono (e in quanto tali permettono di non fare). Quando Hobbes accolse il principio libertas silentium legis, mostrò di aver ben chiara in mente questa idea di libertà, che illustrò in questi termini: “[…] poiché non tutti i movimenti e le azioni dei cittadini sono regolati dalle leggi, né, per la loro varietà, potrebbero esserlo, vi saranno necessariamente infinite attività che non risulteranno né comandate né proibite, e che ciascuno potrà svolgere o non svolgere a suo arbitrio. Qui si può dire che ogni cittadino goda di una certa libertà, intendendo per libertà quella parte del diritto naturale che viene rilasciata ai cittadini in quanto non è limitata dalle leggi civili” (De cive, XIII, 15).

Non diversamente Locke: “[…] la libertà degli uomini sotto un governo consiste […] nella libertà di seguire la mia propria volontà in tutto ciò in cui la norma non dà precetti, senza esser soggetto alla volontà incostante, incerta, sconosciuta e arbitraria di un altro” (Secondo trattato sul governo, IV, 22). La formulazione classica di questa accezione di libertà fu data da Montesquieu: “La libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono” (De l’esprit des lois, XII, 2).

Che nella maggior parte delle definizioni tradizionali della libertà negativa la libertà venga definita più in relazione all’assenza d’impedimento che non all’assenza di costrizione, si spiega con la considerazione che le libertà storicamente più rilevanti, nel periodo in cui il problema della libertà negativa diventa politicamente cruciale, in genere tutte le libertà civili, rappresentano il risultato di una lotta contro precedenti impedimenti piuttosto che contro precedenti costrizioni. Di qua anche l’uso invalso di chiamare questa forma di libertà ‘libertà come non impedimento’, anziché ‘libertà come non costrizione’, mentre la dizione più comprensiva sarebbe ‘libertà come non impedimento e come non costrizione’.

Libertà positiva

Per ‘libertà positiva’ s’intende nel linguaggio politico la situazione in cui un soggetto ha la possibilità di orientare il proprio volere verso uno scopo, di prendere delle decisioni, senza essere determinato dal volere altrui. Questa forma di libertà si chiama anche ‘autodeterminazione’ o, ancor più appropriatamente, ‘autonomia’. ‘Negativa’ la prima forma di libertà perché designa soprattutto la mancanza di qualche cosa (è stato notato che nel linguaggio comune ‘libero da’ è spesso sinonimo di ‘senza di’, tanto che il modo più comune di spiegare che cosa significhi che io ho agito liberamente consiste nel dire che ho agito senza…); ‘positiva’ la seconda, perché indica, al contrario, la presenza di qualche cosa, cioè di un attributo specifico del mio volere, che è appunto la capacità di muoversi verso uno scopo senza essere mosso. Beninteso, si suole chiamare ‘libertà’ anche questa situazione, che potrebbe essere chiamata più appropriatamente ‘autonomia’, nella misura in cui nella definizione si fa riferimento non tanto a ciò che c’è quanto a ciò che manca, come quando si dice che autodeterminarsi significa non essere determinati da altri, o non dipendere per le proprie decisioni da altri, o determinarsi senza essere a nostra volta determinati. Conducendo alle estreme conseguenze questa osservazione verrebbe fatto di dire che, essendo ‘libertà’ un termine indicante, nella molteplicità delle proprie accezioni, mancanza di qualche cosa, l’espressione ‘libertà positiva’ è contraddittoria.

Della libertà positiva la definizione classica fu data da Rousseau, per il quale la libertà nello stato civile consiste nel fatto che quivi l’uomo, in quanto parte del tutto sociale, come membro dell”io comune’, non ubbidisce ad altri che a se stesso, cioè è autonomo nel senso preciso della parola, nel senso che dà leggi a se stesso e non ubbidisce ad altre leggi che a quelle che si è dato: “L’obbedienza alla legge che ci siamo prescritti è la libertà” (Contrat social, I, 8). Tale concetto di libertà fu ripreso, per influsso diretto di Rousseau, da Kant, dove peraltro si trova anche il concetto di libertà negativa. Nel saggio Per la pace perpetua, nel momento stesso in cui Kant esclude che la libertà giuridica possa essere definita “come la facoltà di fare tutto ciò che si vuole pur di non recare ingiustizia ad alcuno” (si tratta della definizione di libertà accolta nelle Dichiarazioni dei diritti: art. 4 della Dichiarazione del 1789, art. 5 della Dichiarazione del 1793), precisa che “meglio è definire la mia libertà esterna (cioè giuridica) come la facoltà di non obbedire ad altre leggi esterne, se non a quelle cui io ho potuto dare il mio assenso” (nella nota al primo articolo definitivo). Non altrimenti nella Metafisica dei costumi, ove la libertà giuridica viene definita come “la facoltà di non obbedire ad altra legge che non sia quella a cui i cittadini hanno dato il loro consenso” (II, 46). Il filosofo che ha celebrato la libertà come autonomia, disdegnando la libertà negativa, è stato Hegel, secondo il quale la libertà politica si realizza soltanto nello Stato, attraverso la manifestazione della sua volontà razionale, che è la legge: “Giacché la legge è l’oggettività dello spirito e la volontà nella sua verità; e solo la volontà che ubbidisce alla legge è libera: ubbidisce infatti a se stessa, è presso se stessa, e dunque è libera” (O. W. F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, volibertà I, Firenze 1972, p. 109).

Libertà di agire e libertà di volere

Meglio di ogni altra considerazione, ciò che permette di distinguere nettamente le due forme di libertà è il riferimento ai due diversi soggetti di cui esse sono, rispettivamente, il predicato. La libertà negativa è una qualifica dell’azione, la libertà positiva è una qualifica della volontà. Quando dico che sono libero nel primo senso voglio dire che una certa mia azione non è ostacolata, e quindi posso compierla; quando dico che sono libero nel secondo senso voglio dire che il mio volere è libero, cioè non è determinato dal volere altrui, o più in generale da forze estranee al mio stesso volere. Più che di libertà negativa e positiva sarebbe forse più appropriato parlare di libertà d’agire e di libertà di volere, intendendosi per la prima ‘azione non impedita o non costretta’, per la seconda ‘volontà non eterodeterminata o autodeterminata’. In un certo senso proprio il riferimento alla ‘assenza di…’ in entrambe le definizioni serve a spiegare, meglio della qualificazione di ‘negativo’ e di ‘positivo’, come mai tanto il linguaggio comune quanto quello tecnico usino per le due diverse accezioni lo stesso termine.

Nello stesso tempo la netta distinzione del campo di riferimento delle due libertà serve anche a spiegare perché le due nozioni debbano essere rigorosamente distinte, e perché la loro mancata distinzione, o meglio la mancanza di un criterio netto di distinzione (come quello che ha dato origine alle due dizioni ‘libertà negativa’ e ‘libertà positiva’), provochi deplorevoli confusioni, e quindi sterili controversie. Che un’azione sia libera vuol dire, secondo la definizione di libertà negativa come non impedimento, che questa azione può essere compiuta senza trovare ostacoli, come il fiume di Hobbes che segue il suo corso naturale. Ma tale azione può dirsi libera indipendentemente dal fatto che sia stata voluta, e ancor più che sia stata voluta da una volontà libera. Non è affatto contraddittorio il dire che io godo della libertà religiosa anche se non ho scelto liberamente la religione che liberamente professo. Così come non è affatto ridondante il dire che io sono libero riguardo all’attività religiosa, per il fatto che ho scelto liberamente la religione da professare, e sono libero di professarla perché vivo in uno Stato che riconosce e garantisce la libertà religiosa. Che la volontà sia libera secondo la definizione di libertà positiva vuol dire che questa volontà si determina da sé, è autonoma.
Ma che una volontà sia autonoma non implica affatto che l’azione che eventualmente ne derivi sia libera (cioè non impedita o non costretta). Non è affatto contraddittorio dire che io ho scelto liberamente la religione che professo ma non sono libero di professarla perché vivo in uno Stato confessionale. Così come non è ridondante il dire che io non sono religiosamente libero perché la religione che professo è la religione dei padri accettata passivamente, e perché nella situazione storica in cui mi trovo non mi è riconosciuto il diritto di professarla. Che le due libertà siano diverse tanto da poter essere indipendenti l’una dall’altra non vuoi dire che siano incompatibili e che quindi non si possano integrare vicendevolmente. Anzi, come vedremo, nella sfera politica una società o uno Stato liberi sono una società o uno Stato in cui alla libertà negativa degli individui o dei gruppi si accompagna la libertà positiva della collettività nel suo complesso, in cui un certo ampio margine di libertà negativa degli individui o dei gruppi (le cosiddette libertà civili) è la condizione per l’esercizio della libertà positiva dell’insieme (la cosiddetta libertà politica).

Determinismo e indeterminismo

Senza voler entrare nella controversia tradizionale tra deterministi e indeterministi, e continuando a restare nel campo della libertà sociale, non sembra fuori luogo precisare che i due significati di libertà sin qui illustrati corrispondono ai due significati di libertà prevalenti nelle discussioni dei filosofi, cioè alla libertà come l’intendono i deterministi e alla libertà come l’intendono gl’indeterministi. I primi infatti negano generalmente la libertà del volere ma non escludono la libertà di agire, se ad essa si attribuisce il significato di libertà negativa; i secondi affermano principalmente e con assoluta priorità su ogni altra forma di libertà la libertà di volere, che corrisponde alla cosiddetta libertà positiva e non comporta necessariamente la libertà di agire. Quando un determinista parla di libertà, ne parla per designare quella situazione in cui il corso naturale degli eventi non è ostacolato nel suo svolgimento necessario, come libertas a coactione, secondo la definizione di Hobbes: “La libertà è l’assenza di tutti gli impedimenti all’azione, che non siano contenuti nella natura e nella qualità intrinseca dell’agente. Così, ad esempio, si dice che l’acqua discende liberamente, o che ha libertà di scendere per il letto del fiume, perché non c’è impedimento lungo quella direzione, ma non di traverso, poiché gli argini sono impedimenti” (Of liberty and necessity, in English works, volibertà IV, pp. 273-274). Per un indeterminista, invece, la libertà consiste nella capacità che hanno alcuni soggetti, come il soggetto umano nel pieno possesso delle sue facoltà, se pure entro certi limiti e in date circostanze, e in sommo grado Dio, di autodeterminarsi: come libertas a necessitatione. Non diversamente dalla libertà politica di un Rousseau o di un Hegel, la libertà come autodeterminazione nel linguaggio filosofico qualifica non una volontà assolutamente indeterminata ma una volontà che si determina non in base a impulsi o a moventi sensibili, ma ai dettami della ragione, sia essa la ragione divina o quella cosmica. Della quale quindi si può dire altrettanto bene che non consiste nel non essere sottoposti a nessuna legge bensì nell’essere sottoposti alla legge della ragione.

Allo stesso modo che libertà negativa e libertà positiva non si implicano e non si escludono, come abbiamo visto, così non si implicano né si escludono la libertà dei deterministi e la libertà degli indeterministi. Per ammettere la libertà come non impedimento del corso naturale delle cose non è affatto indispensabile postulare che la volontà sia libera nel senso che possa autodeterminarsi. Per altro verso, l’indeterminista riconosce che la volontà può essere libera ma l’azione che ne discende può essere ostacolata o addirittura impedita (si pensi all’esempio ricorrente del paralitico che vuole e non può), tanto è vero che anche il più intransigente sostenitore della libertà del volere ammette in molti casi l’attenuazione o addirittura la completa estinzione della responsabilità personale.

Anche se le dispute sulle libertà civili e politiche non si sono presentate di solito come il riflesso della disputa teologica e filosofica tra deterministi e indeterministi, e anzi si sono svolte prescindendone, si può osservare che, da un lato, le richieste di libertà negativa sono state sostenute in base all’argomento secondo cui bisogna dar libero corso alla natura (umana), non ostacolare con provvedimenti artificiosi e costrittivi la libera esplicazione delle forze naturali (per es. nei rapporti economici), e hanno fatto consistere il pregio della libertà non nell’affermazione del libero arbitrio, ma nel riconoscimento e nell’accettazione della necessità naturale contro le deformazioni provocate dalle leggi civili; e che, d’altra parte, la richiesta della libertà positiva corrisponde all’esigenza, se non al postulato, degli indeterministi, che la volontà sia posta in grado di autodeterminarsi, se pure con particolare riguardo alla volontà collettiva, alla volontà del tutto, più che alla volontà dei singoli individui.