Considerazioni preliminari

Determinare con rigore il significato, i compiti, i campi di indagine, o addirittura le probabilità di sopravvivenza della filosofia in questo secolo, è particolarmente arduo, tanto numerose sono state, da un lato, le dichiarazioni di una sua presunta morte (o conclusione), e dall’altro le affermazioni di crisi, di svolte, di rinnovamenti radicali, di revisioni nel senso di ‛nuove visioni’, di rivoluzioni. La filosofia – si dice – può sopravvivere oggi a una condizione: che si guardi a lei “in un nuovo modo, con una nuova concezione della sua natura e dei suoi scopi, nonché, quindi, con un nuovo apprezzamento dei suoi metodi e dei suoi resultati” (N. Goodmann, La revisione della filosofia, in La filosofia contemporanea in USA, Asti-Roma 1958, p. 95). La questione, ovviamente preliminare, non è nuova, nè caratterizzante. In qualche modo la filosofia ha sempre cominciato col mettere in discussione non soltanto tutto il sapere umano, ma anche sé medesima. Sempre, almeno in qualche misura, la filosofia è stata un discorso sulla filosofia. Eppure, fra Ottocento e Novecento, i progressi delle varie scienze, gli sviluppi delle tecniche, la prepotente affermazione delle ideologie sembrarono togliere qualunque spazio autonomo alla filosofia.

Assurta con le correnti positivistiche a modello del sapere la scienza, si vennero a un tempo sviluppando in discipline scientifiche per sé stanti vaste zone di ricerca, tradizionalmente considerate parti integranti della filosofia. Si resero così indipendenti la psicologia, la logica, le ‛scienze umane’, le discipline concernenti l’agire. Alla fine è sembrato che, ormai, nulla restasse della tematica classica del filosofare, e che non convenisse più parlare se non di costruzioni fantastiche da un lato (la metafisica da ricollegarsi alla poesia e all’arte), e dall’altro di sforzi collettivi e convergenti per l’unificazione del sapere al di là delle specializzazioni, per una classificazione sistematica delle scienze, per una nuova enciclopedia della scienza, per l’unità del linguaggio scientifico. In tal modo all’idea della filosofia come momento di sintesi, propria del vecchio positivismo ottocentesco, si è sostituita la filosofia come programmatica unificazione, attraverso strumenti metodologici, logici, linguistici. La filosofia con la sua peculiare tematica, con i suoi massimi problemi – la metafisica, insomma – è stata respinta come sopravvivenza arcaica di posizioni superate, o, nella migliore delle ipotesi, come creazione poetica di visioni d’insieme per eventuali utilizzazioni retoriche o edificanti. Nel 1928, in Schemprobleme in der Philosophie, R. Carnap metteva insieme magia, mito (teologia inclusa) e metafisica, quali espressioni non artistiche, bensì pseudoteoretiche di qualcosa che, tuttavia, non ha alcun contenuto o valore teoretico.

Atteggiamenti del genere, però, non sono stati affatto prerogativa delle correnti positivistiche e neopositivistiche. Essi sono venuti serpeggiando ovunque nel Novecento, proponendo, in forme e con scopi diversi, analoghe riduzioni o rifiuti della filosofia tradizionalmente intesa, come scienza prima dei massimi problemi. Un testimone non sospetto di tenerezze per il positivismo come Benedetto Croce, scriveva nel 1909 a un amico che “i massimi problemi non esistono”, che “la filosofia è scienza, anzi la sola scienza, e serve a farci intendere ‛il mondo di qua’ (così difficile a intendere)”, e che il resto è costituito di “sogni da infermi”. Né può dimenticarsi la sua ironica ‛postilla’ intitolata il filosofo (“La critica”, 1930, XXVIII, pp. 238-240), in cui si dichiara che ‛il filosofo’ è morto come tale, perché la filosofia non è qualcosa di separato, né sta “al di sopra e distaccata dalla scienza e dalla vita, ma dentro di queste, strumento di scienza e di vita”. Di qui la definizione del Croce della filosofia come momento astratto della storiografia (della cosiddetta storia dell’uomo e della cosiddetta storia della natura)”, ossia come “metodologia della conoscenza dei fatti”, o “metodologia della storiografia”. Ovviamente la storia di cui parlava Croce, come egli stesso ricordava, non era la scienza a cui si riferivano i positivisti, ma le era in qualche modo corrispondente se alla storia dell’uomo egli poneva in parallelo la storia della natura. Il problema, quindi, nel fondo era lo stesso, di ridurre la filosofia a metodologia, anche se la formulazione più radicale fu quella che tendeva alla risoluzione pura e semplice della filosofia nella scienza. Il discorso sulla filosofia del Novecento, quindi, non può non cominciare di lì, da quella ‛scienza’, e dalla presentazione che ne hanno fatto positivisti vecchi e nuovi. Si tratta di una pregiudiziale che non è possibile eludere; la risposta è preliminare e decisiva. Nè può essere cercata se non all’interno delle posizioni dei fautori delle ‛nuove visioni condotte in nome della scienza, anche se, alla fine, si tratterà soprattutto di un trasferimento delle difficoltà classiche sul significato della filosofia all’interno di questa ‛scienza’, che per avere assorbito la filosofia si troverà ad ereditarne tutte le aporie. Non a caso il dibattito filosofico del Novecento si è aperto proprio sul valore della scienza, che il vecchio positivismo aveva proposto insieme come modello e culmine di tutto il sapere. Nè a torto H. O. Gadamer afferma che i fondamenti filosofici del sec. XX vanno ricercati nella esasperazione del contrasto scienza-filosofia giunto ormai alla domanda radicale “se ciò che prima era filosofia abbia ancora un posto nell’insieme della vita del presente” (v. Gadamer, 1960; tr. it., p. 121).

Comunque un discorso sulla filosofia di questo secolo non può non partire dalla sua pretesa dissoluzione, per sottolineare proprio il continuo riproporsi della esigenza della ‛filosofia’, o addirittura della ‛metafisica’, sia attraverso le difficoltà e gli equivoci in cui si sono avvolti i suoi negatori, sia mediante la testimonianza e il riconoscimento di chi, della scienza esperto cultore o aperto al suo significato, ha ribadito l’insopprimibile funzione della filosofia nel senso classico.