Introduzione

Il termine comunismo ha un duplice significato: per un verso designa un progetto di riorganizzazione radicale della società, fondato sull’abolizione della proprietà privata e sulla sua sostituzione con la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, o quantomeno dei beni prodotti, e culminante nella costituzione di rapporti sociali armonici tali da portare alla definitiva soppressione dei conflitti economici, politici ed etici; per altro verso indica l’insieme dei movimenti che si sono organizzati in vista dell’attuazione di questo progetto, e che in età contemporanea, nel quadro delle lotte del movimento operaio, hanno rivendicato una posizione di avanguardia combattendo le posizioni dei partiti socialdemocratici e socialisti giudicate rinunciatarie e devianti.

Il comunismo come critica degli ‘interessi particolari’


L’idea centrale del comunismo è che i meccanismi economici determinati dalla proprietà privata, i rapporti sociali che ne derivano, le istituzioni politiche che li regolano e gli ordinamenti giuridici che li tutelano, producano necessariamente una strutturale diseguaglianza fra gli uomini, l’oppressione dei molti e il privilegio dei pochi; che l’eguaglianza costituisca il valore e lo scopo supremo; che per realizzare quest’ultimo occorra un sovvertimento totale delle basi della società, il quale introduca la proprietà collettiva. La lotta per il comunismo è dunque finalizzata all’abolizione del mondo degli ‘interessi particolari’, frutto della divisione tra proprietari e non proprietari, e alla costituzione di un ordine sociale in grado di sopprimere una volta per sempre i meccanismi che, mediante un processo di alienazione, separano l’uomo storico dalla sua natura.

I diversi tipi di comunismo


Se tutte le forme di comunismo hanno il loro comun denominatore nella convinzione che la proprietà privata costituisca la matrice di tutti i mali sociali, esse vanno però distinte in relazione a due elementi principali: 1) i mezzi per attuare la nuova società; 2) i ‘soggetti’ preposti a guidare il processo di trasformazione.

Esiste un comunismo che fa leva in primo luogo sulla riforma etica e/o religiosa dell’uomo, e invece un comunismo politico e materialistico, il quale ritiene che l’arma per eccellenza sia la mobilitazione degli interessi materiali degli strati sociali oppressi. Si dà poi un comunismo che delega a élites di ‘coscienti’ la guida delle masse, sfruttate ma ideologicamente arretrate, nella lotta per la nuova società; e un comunismo che invece vede nelle masse, rese consapevoli dei loro interessi dal meccanismo stesso dello sfruttamento, il soggetto principale della trasformazione e perciò respinge ogni tutela e guida autoritaria dall’alto.Quanto ai tempi storici in cui i tipi di comunismo si sono affermati, possiamo dire che il comunismo etico e/o religioso si è prevalentemente sviluppato prima della Rivoluzione francese e dell’avvento della società industrialistica, laddove il comunismo politico dopo di esse. Per contro comunismo autoritario e comunismo democratico attraversano l’intera storia di questa teoria e dei movimenti a essa legati.

Prima della Rivoluzione francese e della trasformazione industrialistica, i comunisti concepivano la società esistente come una realtà ‘ingiusta’, contraria ai precetti della morale umana o della religione oppure all’ideale politico di un ordine non conflittuale. Essi non avevano l’idea, la quale invece caratterizza prevalentemente il secondo tipo di comunismo, che la società fosse un organismo in sviluppo; che questo sviluppo creasse le condizioni per la realizzazione dei progetti comunistici favorendo la crescita di certi gruppi sociali a scapito di altri; che il nuovo ordine potesse essere costituito solo una volta raggiunto un determinato grado di sviluppo e non prima. Le armi fondamentali della loro battaglia, in conseguenza, erano la denuncia dell”ingiustizia’ in termini etici e/o religiosi, l’appello all’autoriforma della società, l’elaborazione di progetti di rigenerazione e di rifondazione generale. Questi progetti si esprimevano in disegni utopici, diretti spesso in primo luogo ai governanti e alle classi alte, richiamati ai loro doveri umani. Le vie di siffatti utopismi erano fondamentalmente due: da un lato la stesura ad opera di esponenti delle élites politiche e culturali di testi teorici al fine di persuadere della superiorità razionale e umana dell’ordine comunistico; dall’altro la mobilitazione eversiva di certi strati sociali, guidata da esponenti di correnti del cristianesimo radicale ispirati dal mito dell’eguaglianza evangelica, al fine di costituire una società autenticamente cristiana.Per contro, la convinzione che il comunismo avesse le sue radici nella dinamica dei conflitti di classe e il suo soggetto privilegiato in una specifica classe ha caratterizzato il comunismo contemporaneo: il quale ha affidato la realizzazione dei propri fini in primo luogo non più alla denuncia etica e/o religiosa, bensì alla mobilitazione mondana degli interessi, all’organizzazione politica e alla rivoluzione come rovesciamento dei rapporti di classe, nel quadro di un’analisi scientifica dello sviluppo delle forme di società.