Totalitarismo e industrializzazione accelerata nell'URSS staliniana

La morte di Lenin nel 1924 lasciò il gruppo dirigente sovietico in preda ai più gravi contrasti. Fra il 1923 e il 1927 esso si trovò profondamente lacerato in relazione ai fondamenti del potere politico, al rapporto fra la costruzione del socialismo nell’URSS e la rivoluzione internazionale, alla strategia dello sviluppo economico. A rappresentare i due poli del contrasto furono Trockij e Josif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin (1879-1953), eletto nel 1922 segretario generale del partito; attorno a loro ruotarono G.E. Zinov´ev, L.B. Kamenev e N.I. Bucharin. Trockij era convinto che, senza il rilancio della rivoluzione internazionale, il potere bolscevico, a causa dell’arretratezza della Russia, sarebbe degenerato; in politica interna egli auspicava la ripresa del dibattito democratico per impedire il consolidamento della burocrazia, dotata di un sempre maggior potere. Per contro, Stalin esortava a prendere atto che la rivoluzione internazionale non era più attuale e difendeva il ruolo della burocrazia come indispensabile ai fini della costruzione dello Stato socialista nella Russia isolata. Terreno centrale dei contrasti fu altresì la strategia economica. Nel 1921 Lenin aveva fatto approvare la NEP (nuova politica economica), la quale aveva posto fine al ‘comunismo di guerra’, un regime basato sul prelevamento con mezzi militari delle scarsissime risorse agrarie nelle campagne e sulla distribuzione delle merci secondo rigidi criteri di discriminazione sociale e politica, che aveva finito per provocare il collasso della produzione. La NEP aveva reintrodotto l’iniziativa capitalistica nelle campagne, nella piccola e media industria e nel commercio, lasciando però nelle mani dello Stato la finanza, la grande industria e il commercio estero. La ripresa era stata rapida. Ma essa sollevò l’interrogativo se non ne sarebbe risultato il rafforzamento dei ceti capitalistici così da creare un pericolo politico per il potere sovietico. Trockij rispondeva positivamente, e perciò richiedeva un rapido rafforzamento della base industriale e del proletariato come classe rispetto alla produzione contadina e soprattutto allo strato dei contadini ricchi (i kulaki); laddove Stalin, appoggiato da Bucharin, sosteneva che la NEP costituiva una strategia non solo economica ma anche politica irrinunciabile, in quanto fondata sull’alleanza fra operai e contadini: alleanza che la linea trockijana avrebbe distrutto mettendo in pericolo l’esistenza stessa dello Stato bolscevico.

Stalin, considerando ormai irrealistica la rivoluzione internazionale, era intento a rafforzare il potere statale bolscevico facendo appello alle risorse interne e quindi denunciò la concezione di Trockij, secondo cui senza la rivoluzione internazionale quella russa era condannata alla degenerazione, come fonte di sfiducia nelle forze autonome del paese. Così Stalin trasformò il bolscevismo russo in una ideologia nazionalistica. Al fine di dare al potere sovietico postleniniano, di cui era sempre più il perno, una piena legittimazione, in due opere destinate a diventare il ‘credo’ di ciò che è poi stato chiamato ‘stalinismo’, i Principî del leninismo (1924) e le Questioni del leninismo (1926), Stalin si proclamò fedele discepolo del comune maestro Lenin e definì il ‘leninismo’ – elevato attraverso un processo di sacralizzazione a ortodossia del comunismo sovietico e internazionale, di cui unico interprete autentico sarebbe diventato lui stesso – quale “il marxismo dell’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria”. Nelle Questioni, in esplicito contrasto con la teoria della rivoluzione permanente, accusata di essere antileninista, egli proclamò che l’URSS avrebbe potuto costruire il socialismo unicamente con le sue forze (teoria del ‘socialismo in un paese solo’).Divenuto incontrastato padrone del partito e dello Stato, alla fine degli anni venti Stalin operò una drammatica svolta in politica interna, che pose fine alla NEP. Egli riteneva ormai prioritario creare a ogni costo una grande base industriale, in grado di consentire al paese di far fronte a ogni pericolo di guerra. Bucharin, favorevole alla prosecuzione della NEP, venne emarginato in quanto deviazionista di destra. Le linee essenziali della nuova politica staliniana, quali ebbero a svilupparsi nel corso degli anni trenta legando in un indissolubile intreccio economia, istituzioni, ideologia, furono le seguenti: 1) la sottomissione dell’economia a una rigida pianificazione statale, che esaltò più che mai il ruolo della burocrazia (nel 1928 venne varato il primo piano quinquennale); 2) la collettivizzazione forzata delle terre, con la formazione di fattorie cooperative (kolchozy) e statali (sovchozy), che ebbe il prezzo di scatenare una vera e propria guerra civile sanguinosa contro i contadini ma consentì allo Stato di acquistare il diretto controllo sulle risorse alimentari da mettere a disposizione dei nuovi strati operai; 3) una repressione poliziesca generalizzata nei confronti di tutti gli oppositori e la formazione di un vasto settore di manodopera in campi di concentramento impegnata per lo più nella costruzione di infrastrutture (sistema del gulag); 4) un’accentuata militarizzazione dell’industria finalizzata alla potenza dello Stato; 5) la mobilitazione del consenso mediante le organizzazioni di partito, sindacali, statali, culturali; 6) l’accentramento di tutti i poteri nelle mani di Stalin, fatto oggetto di un culto sfrenato, secondo un processo che conferiva al sistema di potere un carattere totalitario-cesaristico. Dopo le drammatiche lotte per il potere all’interno del gruppo dirigente sovietico, il culto del vincitore da parte del partito unico era un mezzo per dare stabilità al potere.

La combinazione del terrorismo repressivo e del consenso plebiscitario divenne affatto evidente nella seconda metà degli anni trenta, allorché per un verso una serie di processi di Stato eliminarono anche fisicamente tutti i maggiori oppositori reali o immaginari (le ‘grandi purghe’ del 1936-1938) e per l’altro venne varata nel 1936 una nuova Costituzione, la quale, con intenti chiaramente plebiscitari, stabiliva il suffragio universale (naturalmente a favore del solo partito unico) – suffragio che dalle precedenti Costituzioni del 1918 e del 1924 era stato negato ai nemici di classe – e proclamava la realizzazione del socialismo nell’URSS. Trockij, in esilio, in quello stesso 1936 pubblicò La rivoluzione tradita, in cui definiva il regime staliniano un sistema di dominazione burocratica, chiamando il proletariato sovietico a una rivoluzione politica, che abbattesse il cesarismo e ristabilisse la democrazia sovietica.Dal punto di vista teorico, lo stalinismo introdusse nel comunismo marxistico due innovazioni fondamentali. In primo luogo, con l’intento di legittimare il ruolo cruciale che lo Stato aveva assunto nel sistema sovietico, Stalin – contro l’idea che era stata di Marx ed Engels e anche di Lenin, secondo cui la costruzione del socialismo avrebbe portato al sempre maggiore indebolimento dello Stato a favore degli istituti dell’autogoverno sociale – dichiarò nel 1933 e ribadì nel 1939 che la costruzione del socialismo andava invece di pari passo con il massimo rafforzamento dello Stato: mezzo necessario sia per l’edificazione economica che per l’annientamento dei ‘nemici del popolo’, interni ed esterni. In secondo luogo, collegandosi a elementi poco elaborati dell’ultimo Lenin e in pieno contrasto con la tesi centrale di Marx, che aveva ritenuto possibile la costruzione del socialismo unicamente sulla base della avvenuta modernizzazione capitalistica, Stalin teorizzò che il socialismo di tipo sovietico era lo strumento migliore a disposizione dei paesi di cui l’imperialismo aveva soffocato lo sviluppo per conseguire una modernizzazione economica che non poteva più assumere il carattere capitalistico. Lo stalinismo volle così dire per un verso la ‘statizzazione’ (o prussianizzazione) del marxismo e per l’altro la completa alterazione dei nessi stabiliti da Marx nel rapporto fra modernizzazione, capitalismo e socialismo.

La formula staliniana di modernizzazione industrialistica ebbe un rilevante successo. Per quanto la pianificazione centralistico-burocratica e l’impiego nelle nuove fabbriche di una manodopera scarsamente preparata e sottoposta a una disciplina largamente militarizzata favorissero lo spreco e la produzione quantitativa a scapito della qualità, la tecnologia centrata sulla ‘catena di montaggio’ rese possibile un enorme allargamento della base industriale, che fu finalizzata anzitutto alle esigenze militari.