Il comunismo cinese e la sua evoluzione

La variante più importante del comunismo internazionale accanto a quella sovietica è stata quella cinese. È un esempio significativo dell’inversione del rapporto fra sviluppo capitalistico e rivoluzione comunista stabilita dalla realtà storica rispetto all’ipotesi marxiana il fatto che la Cina, quando il Partito Comunista, fondato nel 1921, andò al potere nel 1949, fosse un paese fortemente arretrato, ancor più che non la Russia nel 1917, con una debolissima base industriale e proletaria. Tanto che il comunismo vi ha più che mai assunto il carattere di una forza organizzata tesa alla modernizzazione economica.

Fra gli anni venti e gli anni settanta il comunismo cinese è stato interamente dominato dal suo capo carismatico, Mao Zedong (1893-1976). L’essenza del ‘maoismo’ è stata quella di operare un capovolgimento dell’ortodossia marxiana assai più radicale di quello operato dai bolscevichi russi. Questi ultimi non avevano mai messo in dubbio che, anche in un paese poco sviluppato, solo il proletariato industriale potesse e dovesse costituire l’agente sociale fondamentale del processo rivoluzionario. Mao affermò che in un paese arretrato come la Cina la forza sociale rivoluzionaria per eccellenza era costituita dai contadini poveri e che l’influenza del proletariato, certo irrinunciabile in quanto bussola politica, si faceva sentire non direttamente ma attraverso la mediazione del Partito Comunista.

In un testo del 1927 destinato a diventare celebre, il Rapporto di inchiesta sul movimento contadino, Mao condannò il marxismo ‘dogmatico’ che non sapeva uscire dalla sua matrice industrialistica, affermando che in Cina “senza i contadini poveri non ci sarebbe la rivoluzione”. Una simile impostazione conferì al comunismo cinese un carattere superideologico, che esaltava in maniera estrema la funzione soggettivistica e pedagogica del partito organizzatore ed educatore.

Dopo un ventennio di lotte contro il Guomindang, il Partito Nazionalista, e contro gli invasori giapponesi, Mao, vincitore nella conclusiva guerra civile infuriata tra il 1945 e il 1949, fondò in Cina una ‘repubblica popolare’, avente quale scopo non solo la modernizzazione economica ma anche il consolidamento dello Stato unitario. Per circa un decennio il comunismo cinese seguì il modello sovietico, conseguendo risultati importanti nel campo industriale, meno soddisfacenti invece in quello agricolo. Per porre rimedio a ciò, Mao promosse nel 1958 il “grande balzo in avanti”, che comportò una drastica spinta verso la collettivizzazione nelle campagne, avente il suo centro nella formazione di ‘comuni’ destinate sia a riorganizzare la produzione agraria, sia a diventare sedi autonome di produzione industriale su piccola scala, così da ridurre il ruolo della pianificazione centralistico-burocratica.

Mao portò all’eccesso l’esaltazione dello sforzo soggettivo delle masse educate dal partito quale chiave dello sviluppo delle forze produttive, in polemica frontale con il meccanismo negativo degli incentivi materiali di tipo individuale. Il ‘balzo’ risultò un fallimento di proporzioni colossali e determinò una rottura profonda con i Sovietici, i quali ritirarono i loro tecnici e consiglieri dal paese, accusando i dirigenti cinesi di ‘avventurismo’ e irrazionalismo. La rottura si approfondì ulteriormente a causa degli interessi di potenza dei due grandi Stati comunisti, in quanto l’URSS chrusceviana non intese aiutare la Cina a fabbricare la bomba atomica, tanto più che Mao non esitava a minimizzare i costi di uno scontro globale, anche atomico, con il mondo capitalistico, da lui definito una “tigre di carta”. Così emerse una frattura che spezzò l’unità del ‘campo socialista’ e in seguito provocò anche scontri armati alle frontiere fra URSS e Cina per contese territoriali. Questa frattura radicale era stata preceduta da forti tensioni ideologiche, dopo che la Cina, in cui Mao aveva acquisito una posizione per tanti aspetti analoga a quella di Stalin nell’URSS, aveva criticato la destalinizzazione e la politica chrusceviana di coesistenza pacifica, considerata quale un cedimento all’imperialismo.

Il fallimento catastrofico del ‘grande balzo’ aveva causato il ritorno a pratiche economiche ‘moderate’, in un quadro di rafforzamento del centralismo burocratico, di ritorno nelle campagne alla produzione su scala familiare e di ripristino degli incentivi materiali. Il che provocò un inasprimento del confronto fra la ‘destra’ e la ‘sinistra’ nel partito. La sinistra maoista denunciò il pericolo di degenerazione ‘borghese’, e Mao dotò il proprio soggettivismo volontaristico di un braccio armato, dopo che elevò Lin Biao, capo dell’esercito dal 1959, a proprio “primo compagno d’arme”, facendo dell’esercito un mezzo di indottrinamento ideologico e di controllo sociale al servizio della sua linea.

Fra il 1966 e il 1971 la Cina piombò in un periodo di convulsioni interne, che hanno finito per portare il paese in un vero e proprio caos. Si è trattato della “rivoluzione culturale”, così chiamata in quanto Mao mise in primo piano la tesi che la ‘via capitalistica’ potesse venire sconfitta unicamente mutando radicalmente l’orientamento spirituale, cioè la mentalità collettiva, verso i problemi della produzione. Più che mai il maoismo assunse il volto di un ‘rivoluzionarismo volontaristico’, i cui agenti privilegiati secondo Mao dovevano essere le giovani ‘guardie rosse’, in specie studenti, svincolate dal mondo produttivo e quindi vergini rispetto alla contaminazione revisionistica penetrata nel mondo del lavoro e nei quadri medi e alti burocratizzati del partito. In questo modo Mao svincolò del tutto il proprio ‘marxismo’ dalla sua base materialistica e lo vincolò a una concezione iperidealistica. La rivoluzione culturale alimentò altresì una chiusura isolazionistica della Cina, che si espresse nella proclamazione del maoismo come unica manifestazione dello spirito rivoluzionario dell’epoca in totale contrapposizione al revisionismo dell’URSS e all’imperialismo mondiale guidato dagli Stati Uniti.Reagendo al crescente caos interno, che minacciava di travolgere il paese, Zhou Enlai (1898-1976) ebbe un ruolo decisivo nell’iniziare tra il 1971 e il 1973 la liquidazione dell’estremismo di sinistra. Ne derivò la sconfitta non soltanto delle correnti più radicali della sinistra, ma anche della strategia di Mao. Dopo la morte di questi, nel 1976, interprete dell’eredità politica di Zhou, morto poco prima nello stesso anno, è stato Deng Xiaoping, che, riuscito ad assestarsi al potere nel 1978, ha sostenuto la linea, già elaborata dall’ultimo Zhou, delle ‘quattro modernizzazioni’ (dell’agricoltura, dell’industria, della difesa nazionale, della scienza e della tecnica). Deng ha riabilitato la burocrazia, la competenza professionale, la politica degli incentivi individuali nella produzione, portando così alla ribalta proprio quei ceti e quelle concezioni contro cui era stata diretta la rivoluzione culturale, e ha ristrutturato il partito lacerato. Inoltre, Deng ha avviato una politica di ‘porta aperta’ verso l’Occidente, favorita dalla normalizzazione nel 1979 dei rapporti fra la Cina e gli Stati Uniti e tesa a utilizzare il sapere e la tecnologia del mondo capitalistico in maniera funzionale agli interessi dello sviluppo e della potenza nazionale della Cina Comunista.

È significativo che, allorché a Pechino, con centro nella piazza Tienanmen, hanno avuto luogo nella primavera del 1989 prolungate agitazioni giovanili aventi la loro bandiera nella democratizzazione politica, il regime di Deng, contraddistinto da un ampio movimento di riforma economica, ha proceduto a una spietata repressione militare, intesa a salvaguardare il monopolio politico del Partito Comunista. Sicché, proprio nel periodo in cui i regimi comunisti sparivano nell’Europa orientale e nell’URSS si passava dal monopolio politico comunista al pluripartitismo, in Cina si aveva una piena riaffermazione del monocratismo comunista.Per quanto riguarda l’Asia, accanto al comunismo cinese sono da menzionare, a causa delle loro caratteristiche tipologiche, il comunismo nordcoreano e quello cambogiano. Nella Corea del Nord, dove i comunisti sono saliti al potere nel 1948 in seguito all’occupazione sovietica, il regime si è evoluto nella direzione di una ‘monarchia’ retta da Kim Il Sung, che ha distribuito il potere su base accentuatamente familiare e ha predisposto la successione a favore del figlio. In Cambogia, dopo il loro avvento al potere nel 1975, i khmer rossi guidati da Pol Pot hanno stabilito un regime terroristico antimodernista, il quale, introducendo una variante del tutto inedita nel comunismo, si è mostrato apertamente ostile alla modernizzazione e alla civiltà urbana, considerate fonti di corruzione etica e politica, e favorevole a un ruralismo egualitario primitivo.
Si può così concludere che il comun denominatore di tutti i comunismi al potere, nella varietà delle concezioni economiche e sociali è stato offerto dalla concezione elitaria del partito, dalla subordinazione delle masse e dal monocratismo.