Il comunismo occidentale dalla seconda guerra mondiale al suo esaurimento

Lo scoppio della seconda guerra mondiale nel settembre 1939 trovò i partiti comunisti occidentali completamente allineati alla politica estera dell’Unione Sovietica, la quale in agosto aveva firmato quel patto di intesa con la Germania nazista che aveva lasciato quest’ultima libera di attaccare la Polonia e le potenze occidentali. L’Internazionale giunse al punto di denunciare l’imperialismo anglo-francese come responsabile dello scatenamento della guerra.Una simile politica era tale da conferire ai partiti comunisti europei una fisionomia accentuatamente antinazionale. L’attacco nazista all’URSS nel 1941 portò a un ribaltamento della loro linea e a un ritorno, in un certo senso, alla linea del fronte popolare antifascista. In tutti i paesi dominati dalle potenze fasciste i comunisti assunsero dopo di allora un ruolo di primo piano nella lotta a sostegno dell’URSS e per la liberazione nazionale. Nel corso di questa lotta il carattere rigidamente centralistico e gerarchico dell’organizzazione dei partiti comunisti, che costituiva un’anomalia rispetto ai partiti di tipo occidentale, diventò nelle circostanze della guerra un fattore di grande forza, rivelandosi straordinariamente idoneo all’azione clandestina e militare contro gli occupanti.

Nel maggio del 1943 Stalin sciolse l’Internazionale comunista, sia per fare cosa grata ai suoi alleati occidentali, sia per la convinzione che dopo la vittoria di Stalingrado l’URSS fosse pienamente in grado di salvaguardare se stessa e sia infine perché in questo modo veniva favorita l’immagine dell’autonomia dei singoli partiti nazionali, pur restando intatta la sostanziale subordinazione a Mosca di ciascun partito comunista.Alla fine del conflitto in Francia e in Italia i comunisti avevano conquistato un forte insediamento sociale e politico. I motivi erano molteplici: il prestigio immenso acquistato dall’URSS, che pareva con la vittoria sulla Germania aver dato la ‘prova’ definitiva del successo dell’edificazione socialista; l’espansione delle frontiere del socialismo prima nell’Europa orientale e poi in Cina; il ruolo fondamentale da essi avuto nella lotta antifascista e nella Resistenza; la convinzione, largamente diffusasi in ampi strati sociali, che i fascismi e i loro imperialismi costituissero la ‘rivelazione’ della definitiva degenerazione del capitalismo; la diffusa aspirazione a profonde e persino radicali riforme sociali. È indicativo che, nella valutazione dei comunisti intorno al destino del capitalismo, gli Stati Uniti occupassero ancora un posto secondario.Per circa un decennio dopo la fine della guerra, il comunismo occidentale visse nell’attesa del compimento di un duplice processo: da un lato la crisi strutturale del sistema capitalistico e dall’altro la definitiva affermazione della superiorità del sistema internazionale costituito dagli Stati retti dai comunisti. Nel caso che la ‘guerra fredda’ degenerasse in terza guerra mondiale i partiti comunisti erano pronti a sostenere come propria la causa sovietica e a scatenare l’insurrezione armata. Nelle condizioni di pace ma al contempo di frontale scontro politico e sociale fra i due ‘campi’, i due più forti partiti comunisti occidentali, l’italiano e il francese, agivano nel quadro delle istituzioni democratiche parlamentari col fine di allargare il loro consenso, mentre persisteva pur sempre nelle loro file l’attesa indefinita di un’azione rivoluzionaria che aprisse le porte alla dittatura del proletariato. In conseguenza del decisivo ruolo avuto durante la guerra, i due partiti erano persino entrati in governi di coalizione, da cui però vennero esclusi nel 1947 in seguito all’inasprirsi della guerra fredda.

Una posizione unica di forza e prestigio nel quadro del comunismo occidentale aveva assunto il Partito Comunista Italiano; il quale, se pure aveva visto deluse le proprie speranze di vincere le elezioni nel 1948, alle quali si era presentato unito al Partito Socialista in un Fronte popolare, non solo era diventato il partito più forte della sinistra italiana, ma poteva altresì contare sulla piena subordinazione dei socialisti: caso unico nell’Europa capitalistica. Il partito italiano era diretto da Palmiro Togliatti, già influentissimo segretario dell’Internazionale comunista e personalità di grande rilievo. Egli, fin dal suo ritorno in Italia dall’esilio moscovita nel 1944, aveva operato in due direzioni: la prima attinente al tipo di organizzazione del partito e la seconda riguardante la strategia diretta alla conquista del potere. Per quanto riguardava il partito, egli conferì a esso il carattere di un’organizzazione per un verso aperta a tutti coloro che aderissero al suo programma e per l’altro sottoposta al controllo dei ‘quadri’ formati dai ‘rivoluzionari di professione’; combinando così in maniera funzionale la struttura di tipo bolscevico con quella dei partiti di massa di tipo socialista occidentale, nell’ambito però di un netto primato del nucleo ‘stretto’ sulla base ‘larga’. Lo scopo era di dare all’élite rivoluzionaria uno strumento di vasta influenza nelle lotte elettorali nel contesto democratico-parlamentare che seguì la fine del fascismo. Circa la strategia, Togliatti diede un contributo fondamentale all’elaborazione della linea detta di ‘democrazia progressiva’. Essa comportava: il pieno appoggio alla politica estera sovietica; la formazione di un vasto blocco sociale, costituito da operai, contadini, ceti medi progressisti, intellettuali rivoluzionari e ‘democratici’, e di un fronte politico costituito da comunisti, socialisti, democratici ‘progressisti’ cattolici e laici, e guidato dai primi. La democrazia progressiva stava a indicare una strategia di transizione verso il socialismo condotta in un quadro istituzionale ancora democratico-borghese e intesa ad assicurare l’egemonia sociale e politica alle forze di ‘progresso’; una volta conseguito il successo, allora sarebbe iniziata la fase del passaggio a una forma di potere riconducibile da ultimo al modello di tipo sovietico, che i comunisti persistevano a esaltare ai fini di una necessaria e obbligatoria preparazione ideologica. Una simile strategia aveva quale fondamento la convinzione che il sistema capitalistico andasse e sempre più sarebbe andato incontro a un deterioramento strutturale.

Le aspettative del comunismo occidentale circa questo deterioramento cozzarono, ancora una volta, contro la realtà di una rapida e forte ripresa del capitalismo e della democrazia di matrice liberale nell’Europa occidentale con l’aiuto risolutivo degli Stati Uniti. Sicché i comunisti italiani e francesi si trovarono a operare in una situazione per essi di crescente perturbazione ideologica, oscillando fra il mantenimento del leninismo, ridotto però a cultura politica astratta, e la pratica di un’opposizione nutrita per un verso di una negazione antisistema e per l’altro di un rivendicazionismo sociale non molto diverso da quello dei partiti socialisti tradizionali. In conseguenza di queste difficoltà, i comunisti occidentali mantenevano vivo il mito dell’URSS, sia come strumento di compattamento interno ‘sostitutivo’ della perdita di prospettive all’interno dei loro paesi, sia per la convinzione che il campo socialista avrebbe immancabilmente dimostrato la propria superiorità sul campo capitalistico, così creando, per forza trainante, le condizioni per il finale successo del comunismo internazionale in un momento indefinito.

La destalinizzazione e la rivoluzione ungherese ebbero un forte impatto sul comunismo occidentale, determinando una crisi interna che però fu largamente riassorbita, salvo che in alcune frange di intellettuali. Il crollo del mito staliniano non colpì dunque sostanzialmente il mito sovietico; che venne rinverdito dai successi della tecnologia spaziale sovietica, dal trionfalismo economico di Chruščëv, dalle sue promesse di avviare un nuovo corso nelle relazioni fra i paesi socialisti ‘fratelli’, e dal trionfo, con l’aiuto sovietico, del comunismo a Cuba. Era significativo del persistente, organico filosovietismo il fatto che i partiti comunisti dell’Europa occidentale avversassero il processo di integrazione europea, da essi denunciato come orientato verso la formazione di un nuovo polo imperialistico diretto contro l’URSS. Gli anni sessanta e settanta segnarono un’alterazione irreversibile del quadro ideologico fondato sull’idea dell’unità del comunismo internazionale e della capacità del campo socialista di vincere la competizione internazionale con il capitalismo. All’inizio del primo decennio si consolidò la frattura fra la Cina e l’URSS e nel 1968 si ebbe l’invasione della Cecoslovacchia. Per quanto riguardava la situazione interna dei paesi socialisti diventava ormai inequivocabile che essa era lungi dalla stabilità e dalla ‘democrazia socialista’. Nell’URSS Chruščëv era stato brutalmente destituito nel 1964; in Cina la ‘rivoluzione culturale’ aveva messo a nudo drammatici contrasti affrontati con grande violenza; la Polonia era in preda a una crisi in pieno sviluppo. E i promessi successi economici apparivano più che mai evanescenti e mera propaganda di regime.La critica rivolta dai comunisti italiani e francesi all’invasione della Cecoslovacchia, considerata come un ‘errore’, segnò l’inizio di un progressivo, anche se non lineare, distacco dalla solidarietà di principio con ogni aspetto della politica sovietica. In questa azione critica un ruolo preminente ebbe il partito italiano, che manifestò infine la sua insoddisfazione per la dottrina brezneviana del ‘socialismo reale’ e della ‘sovranità limitata’ e per gli aspetti autoritari dei regimi comunisti, di cui pure continuava ad auspicare il rinnovamento nel senso di una democrazia socialista dal volto però indeterminato.

A metà degli anni settanta il comunismo occidentale compì il tentativo di assumere in proprio l’iniziativa del rilancio degli ideali comunisti. Fra il 1975 e il 1977 i partiti italiano, francese e spagnolo diedero vita a un orientamento ideologico (non però a una comune organizzazione) i cui cardini erano da un lato l’ormai esplicita critica della realtà sovietica e dall’altro la dichiarazione di voler procedere nei paesi capitalistici sviluppati alla costruzione del socialismo respingendo la dittatura del proletariato e adottando in maniera definitiva i metodi e i valori della democrazia politica. Questa tendenza, detta ‘eurocomunismo’, trovò la sua più compiuta elaborazione ideologica nel libro del segretario comunista spagnolo Santiago Carrillo, L’eurocomunismo e lo Stato (1977). L’ambizione dell’eurocomunismo, coltivata con particolare forza dal leader comunista italiano Enrico Berlinguer, era quella di costruire una ‘terza via’ fra il socialismo di tipo sovietico senza democrazia e la socialdemocrazia che aveva rinunciato a voler costruire il socialismo superando il capitalismo.

L’eurocomunismo ebbe a rivelarsi una tendenza ideologica priva di prospettive politiche concrete. I partiti comunisti spagnolo e francese si sono infatti sempre più avvitati in una crisi profonda, che li ha ridotti a una presenza sempre più trascurabile all’interno dei loro sistemi politici nazionali. Il partito italiano è riuscito a mantenere più salde radici. Ma alla fine degli anni ottanta, in seguito al collasso dei regimi dell’Europa occidentale, alla crisi strutturale dello stesso regime sovietico, alla perdita di significato dell’eurocomunismo, il PCI, il più forte dei partiti comunisti d’Occidente, ha messo all’ordine del giorno la propria cessazione in quanto partito comunista e la propria trasformazione in partito della sinistra europea occidentale. Nel 1991 il PCI, nel corso del suo XX congresso, si è autosciolto e ha dato vita al Partito Democratico della Sinistra.