Socialismo e comunismo 'utopistici' nell'età della prima industrializzazione

La rivoluzione industriale e i suoi sviluppi da un lato e la Rivoluzione francese dall’altro diedero al comunismo tre nuove componenti di cruciale importanza, tali da costituire uno spartiacque fra il comunismo moderno e quello contemporaneo: 1) la convinzione che, grazie agli effetti dell’industrializzazione, il comunismo sarebbe scaturito primariamente dalla crescita di una ricchezza sociale inaudita messa a disposizione di un’umanità liberata dai conflitti di classe; 2) l’identificazione del ‘soggetto’ portatore della lotta per il comunismo nella moderna classe operaia organizzata in funzione dei propri interessi rivoluzionari; 3) l’identificazione della guida delle masse rivoluzionarie nella minoranza di quanti sono ‘coscienti’ delle leggi di sviluppo della società e quindi, oltre che della desiderabilità, anche della necessità storica del comunismo.

Occorre, a questo punto, notare che il comunismo otto-novecentesco si è sviluppato in stretto rapporto con ciò che è stato e viene chiamato ‘socialismo’. Si tratta di un rapporto che per un verso risulta inscindibile e per un altro non solo richiede una distinzione ma comporta altresì una contrapposizione. Anzitutto vanno chiariti la distinzione terminologica e il suo significato.

Il comunismo fa primariamente riferimento al fine della comunione dei beni, insomma a un obiettivo di radicale mutamento delle basi della società; il socialismo, invece, è da correlarsi all’assunzione dei problemi posti dall’emergere nella società industriale della ‘questione sociale’ come dimensione oggettiva della società, e a progetti diversi, anche del tutto contraddittori fra loro, volti ad affrontarla. Vi è un socialismo che si collega in linea diretta al comunismo, del quale si considera fase preliminare. Vi sono forme di socialismo rivoluzionario e altre che respingono la rivoluzione in nome di un riformismo gradualistico, pur mantenendo come fine l’abolizione della proprietà privata. Vi sono forme che intendono affermare il primato del momento sociale e solidaristico, senza abolire la proprietà privata ma solo limitandola e controllandone l’esercizio (come il socialismo di Stato tedesco, il socialismo cristiano, il socialismo cooperativo, le forme di socialismo favorevoli a un’economia ‘mista’ pubblico-privata regolata dallo Stato, ecc.). Vi sono le diverse correnti di socialismo anarchico, avverse allo statalismo politico ed economico. Vi è il socialismo liberale, che considera necessario porre in relazione feconda mercato, iniziativa individuale e diritti sociali.

Nella prima metà dell’Ottocento la rivoluzione industriale dall’Inghilterra si estese all’Europa occidentale. Gruppi di intellettuali socialisti e comunisti ed esponenti delle frange radicali degli strati sociali inferiori, fra cui numerosi artigiani, giunsero alla conclusione che il capitalismo industriale individualistico e concorrenziale non fosse strutturalmente in grado di risolvere la questione sociale, e andasse perciò abolito. Circa i modi in cui ricostruire la società e con quali mezzi, socialisti e comunisti si divisero in diverse scuole.

Accanto agli esponenti del socialismo che progettavano nuove forme di società, quali Claude-Henri conte di Saint-Simon, Robert Owen, Charles Fourier, Pierre-Joseph Proudhon e Louis Blanc, si collocavano teorici e agitatori che si ponevano quale scopo non tanto di analizzare la nuova società capitalistica e di innestare su questa analisi i loro progetti socialistici, quanto piuttosto di predicare un neomillenarismo comunistico guidato da profeti e capi carismatici o volto a stabilire una dittatura rivoluzionaria. Étienne Cabet (1788-1856), assai popolare fra gli operai francesi, mentre riprendeva i modelli dell’utopismo comunista di Moro e Campanella, vedeva nell’unione fra comunisti moderni e un dittatore, nuovo Gesù, il mezzo del sovvertimento della società esistente.

Il tedesco Wilhelm Weitling (1808-1871) nelle Garanzie dell’armonia e della libertà (1842) teorizzò la conquista del potere da parte delle masse sotto la guida di un capo provvidenziale. Il contributo di questi pensatori era importante in quanto poneva in primo piano il problema della leadership politica nel processo rivoluzionario.

Circa il cruciale nodo se si rendesse o meno necessario il ricorso alla violenza, mentre ad esempio Cabet lo respingeva, essendo convinto della forza di persuasione esercitata dall’evangelismo comunista, Louis-Auguste Blanqui (1805-1881) riprese l’impostazione di Babeuf e del suo seguace Filippo Buonarroti, sostenendo la via della cospirazione, l’obiettivo della ‘dittatura del proletariato’, elevando così questa classe a soggetto primario del processo rivoluzionario, e un ruolo privilegiato delle minoranze coscienti e attive nella lotta di classe e nel potere dittatoriale.