Il bolscevismo dalla sua formazione al 1917

Fu in Russia, dove nel 1898 era sorto il Partito Operaio Socialdemocratico Russo, che la rivoluzione tornò a diventare prassi concreta e il marxismo una delle sue componenti attive, avendo però, come si è detto, le sue radici non nella maturità, ma all’opposto nell’immaturità del capitalismo.

Ben presto, nel 1903, al suo II Congresso il Partito si divise, in relazione sia ai criteri di organizzazione interna, sia alle prospettive strategiche, in una corrente minoritaria (‘menscevica’) e in una maggioritaria (‘bolscevica’). I menscevichi erano favorevoli a un’organizzazione aperta non solo agli elementi impegnati attivamente nel lavoro di partito ma anche ai simpatizzanti che ne condividessero i fini; erano ostili all’idea di qualsiasi primato degli intellettuali e consideravano il proletariato il vero soggetto del processo rivoluzionario, in quanto lo ritenevano pienamente in grado di acquisire la necessaria ‘coscienza’ socialista, in conseguenza della posizione sociale tenuta nella struttura di classe e nel processo produttivo dominato dai meccanismi dello sfruttamento. Per contro, in diretta opposizione al leader del menscevismo Julij Osipovič Cederbaum, detto Martov (1873-1923), il leader del bolscevismo Vladimir Il´ič Ul´janov, detto Lenin (1870-1924), sostenne un punto di vista rovesciato, illustrato soprattutto negli opuscoli Che fare? (1903) e Un passo avanti e due indietro (1904). Qui Lenin operò una vera e propria rivoluzione copernicana in relazione al modo, consolidatosi nel marxismo occidentale e nella sua variante menscevica, di considerare il rapporto fra ‘coscienza socialista’ da un lato e minoranze attive e massa proletaria dall’altro.

Anche Lenin non nutriva il minimo dubbio che le contraddizioni oggettive dello sviluppo capitalistico avrebbero spianato la strada alla rivoluzione socialista; ma interpretò il meccanismo di queste contraddizioni in maniera del tutto inedita. Egli mise al centro la tesi che lo sfruttamento per propria natura spingeva le masse alla lotta per miglioramenti immediati, producendo quindi spontaneamente in esse non una coscienza socialista bensì ‘tradeunionista’, favorevole ad accogliere le istanze riformistiche del liberalismo borghese e del ‘revisionismo’. La coscienza socialista-rivoluzionaria era un prodotto dell’elaborazione degli intellettuali marxisti e la sede della sua preservazione e diffusione poteva essere unicamente il partito. Membri del partito dovevano essere solo coloro che fossero disposti a trasformarsi in ‘rivoluzionari di professione’. Quindi niente simpatizzanti, inclini al disimpegno e all’opportunismo attendistico. Principio vitale del partito era un’organizzazione in cui regnasse la più rigida disciplina, avente una struttura gerarchica, che connettesse in maniera funzionale il vertice dei capi ideologi, lo strato intermedio composto da quadri selezionati, la base costituita dai membri. Il modello di Lenin era la struttura verticistico-burocratica della fabbrica moderna. Il partito nel suo insieme aveva il compito di educare ideologicamente e guidare le masse proletarie nel corso delle lotte di classe. La teoria leniniana si caratterizzava così in modo da delineare il ruolo privilegiato di tre élites gerarchicamente strutturate: i capi del partito costituivano l’élite interna; il partito era l’élite preposta a dirigere il proletariato; il partito insieme con il proletariato da esso guidato formavano a loro volta una più vasta élite, avente quale compito di mettere in atto la rivoluzione nell’intero corpo sociale, in Russia dominato dalle grandi masse contadine arretrate. Una simile teoria svincolava il leninismo dalle teorie democratiche ottocentesche, collegandolo alle varie teorie elitistiche che si svilupparono a cavallo fra Otto e Novecento. Nel Che fare? Lenin affermò significativamente: “La coscienza politica di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno”; e in Un passo avanti e due indietro che “il principio organizzativo della socialdemocrazia rivoluzionaria” recitava: “burocratismo versus democrazia e centralismo versus autonomia”.

A riguardo della strategia rivoluzionaria nella situazione russa, Lenin sostenne che, data la debolezza della borghesia come classe, era da escludersi che l’abbattimento dello zarismo avrebbe introdotto, come invece ritenevano i menscevichi, una fase stabile di capitalismo liberale. La debolezza borghese spingeva il partito a farsi leader di un blocco sociale operaio-contadino con lo scopo di instaurare una ‘dittatura democratica’ guidata dai partiti rivoluzionari, fra cui la socialdemocrazia, e diretta a una modernizzazione ancora capitalistica nei rapporti di produzione ma non politicamente egemonizzata dalla borghesia liberale. La dittatura democratica degli operai e contadini, una volta scoppiata la rivoluzione socialista nei paesi capitalistici sviluppati e grazie all’aiuto economico fornito alla Russia arretrata dai nuovi Stati socialisti, si sarebbe trasformata in dittatura del proletariato. Così la Russia si sarebbe congiunta all’Occidente nel quadro della rivoluzione internazionale socialista.

La Rivoluzione russa del 1905, conclusasi con la riaffermazione dell’autocrazia, anche se attenuata, vide lo scacco tanto della strategia bolscevica quanto di quella menscevica. Ma la Rivoluzione fece maturare nuove importanti tendenze teoriche e pratiche, che dovevano produrre decisive influenze e conseguenze sul comunismo contemporaneo. Due gli elementi centrali: la comparsa dei soviet (consigli), sorti a Pietroburgo e a Mosca e in altre località per iniziativa spontanea delle masse a fini di auto-organizzazione in assenza di sindacati e in conseguenza delle difficoltà d’azione dei partiti clandestini rivoluzionari; la questione del rapporto tra Rivoluzione russa e rivoluzione socialista internazionale. Di contro ai menscevichi che videro nei soviet una inequivocabile prova della ‘coscienza’ delle masse, Lenin riaffermò il primato assoluto del partito.

Accanto alle posizioni di menscevichi e bolscevichi emerse nella socialdemocrazia russa una terza posizione, di cui furono esponenti Alexander Helphand (1869-1924), detto Parvus, e Lev D. Bronštein, detto Trockij (1879-1940). I due elaborarono la teoria della ‘rivoluzione permanente’, secondo la quale non solo non ci si poteva attendere in Russia un ruolo rivoluzionario della borghesia, ma era da considerarsi altresì irrealizzabile una dittatura democratica secondo la concezione leniniana. L’abbattimento dello zarismo avrebbe infatti visto il proletariato passare direttamente alla lotta contro i rapporti capitalistici con finalità apertamente socialiste. Data l’arretratezza russa, un simile processo avrebbe potuto però raggiungere i suoi scopi solo se la Rivoluzione nell’Impero si fosse saldata con le rivoluzioni socialiste nei paesi capitalistici sviluppati, le quali dalla Rivoluzione russa avrebbero ricevuto un impulso essenziale. In conseguenza, la rivoluzione in Russia e in Europa avrebbe assunto il carattere di un processo ‘ininterrotto’. Parvus, in particolare, giunse allora a vedere nei soviet i nuclei espansivi di una ‘democrazia proletaria’ opposta per principî e interessi alla democrazia di tipo liberale e parlamentare, in quanto in essi vigeva il principio della democrazia diretta. Una simile prospettiva si collocava in piena antitesi rispetto all’elitismo leniniano.