Il comunismo al potere

La nascita dello Stato bolscevico e la Terza Internazionale

L’adesione nel 1914 dei partiti socialisti ai governi di guerra nell’Europa centro-occidentale aveva portato il bolscevismo ad affermare che essi avevano completamente tradito i propri compiti rivoluzionari, cedendo all’influenza corruttrice delle classi dirigenti. D’altra parte esso aveva tratto dalla guerra la conclusione che il capitalismo internazionale fosse giunto alla crisi definitiva, che fossero mature le condizioni ‘oggettive’ per la rivoluzione, che fosse compito storico delle forze autenticamente rivoluzionarie, di cui il bolscevismo stesso costituiva una delle componenti fondamentali, di assicurare al proletariato quella guida ‘soggettiva’ senza la quale la rivoluzione non era in grado di passare dalla potenza all’atto. Nel 1916 Lenin diede una compiuta base teorica a questo orientamento ne L’imperialismo, fase suprema del capitalismo. Egli teorizzò che occorreva creare una nuova Internazionale, escludendo i falsi socialisti, e trasformare la guerra imperialistica in ‘guerra civile’, avendo quale obiettivo la lotta per il potere su scala internazionale. Per quanto riguardava la Russia, facendo ormai propria l’essenza della teoria della rivoluzione permanente, il leader del bolscevismo riteneva che la rivoluzione socialista nei paesi sviluppati avrebbe favorito il rapido passaggio dalla ‘dittatura democratica’ alla rivoluzione socialista.

Nel febbraio del 1917 (marzo secondo il calendario occidentale) lo zarismo venne abbattuto in Russia e in ottobre (novembre) i bolscevichi presero il potere sotto la guida di Lenin e di Trockij. Nella crescente disgregazione istituzionale, sociale e militare, il discredito dei governi costituitisi dopo il collasso dello zarismo, il raggruppamento crescente intorno ai bolscevichi degli operai radicalizzati in senso anticapitalistico, dei soldati ostili al proseguimento della guerra e delle masse contadine spinte da Lenin a impadronirsi della terra costituirono il presupposto del successo bolscevico. Questo fu favorito in maniera risolutiva dal fatto che, di fronte alla crescente disorganizzazione delle forze avversarie, i bolscevichi avevano a disposizione un partito fortemente disciplinato e gerarchizzato, dotato altresì di una sua forza militare (è da tenersi presente che fin dal 1912 la corrente bolscevica, pur formalmente ancora parte del Partito Operaio Socialdemocratico, si era trasformata di fatto in un partito autonomo). La lotta per il potere trovò un’ulteriore condizione favorevole nella leadership congiunta di Lenin, che aveva ormai fatto propria la posizione di Trockij sulla rivoluzione permanente, e di questi, il quale, già tenace avversario menscevico della teoria leniniana dell’organizzazione, ne era ora divenuto un convinto sostenitore e nell’agosto del 1917 era entrato nel Partito bolscevico.
Nel gennaio 1918, dopo che le elezioni per la prima Assemblea Costituente della storia russa (aspirazione tradizionale di tutte le forze antizariste) avevano dato un esito nettamente sfavorevole ai bolscevichi nel suo insieme (175 seggi su 707), ma la maggioranza del consenso nelle zone proletarie, il governo bolscevico fece sciogliere con la forza l’Assemblea stessa, affermando che il partito più progressivo, avente l’appoggio della classe sociale più avanzata della società, non poteva e non doveva cedere il potere a una maggioranza arretrata. Lenin – che nel 1917 aveva steso un saggio, non terminato, Stato e rivoluzione, dove delineava i tratti di una ‘democrazia proletaria’, in cui lo Stato centralistico e burocratico sarebbe stato completamente distrutto, ogni autorità si sarebbe trovata sottoposta al controllo costante delle masse e sarebbe stato abolito “qualsiasi carattere di privilegio e di ‘gerarchia'” – operò un’irrimediabile rottura con il parlamentarismo ‘borghese’, sostenendo che il consenso della maggioranza del popolo non sarebbe mancato ai bolscevichi non appena il nuovo potere avesse avuto modo di far sentire i propri benefici effetti. A sottolineare il divorzio con i partiti e le correnti socialdemocratiche o socialiste – che condannavano il bolscevismo come antidemocratico e la Rivoluzione di ottobre come un ‘colpo di Stato’ che aveva costituito un potere socialista in un paese economicamente del tutto immaturo per il socialismo -, i bolscevichi assunsero nel marzo del 1918 il nome di Partito Comunista. E nel marzo del 1919 diedero vita alla Terza Internazionale, destinata a organizzare i partiti comunisti al fine di guidare al successo una rivoluzione mondiale giudicata ormai matura.

Nel periodo tra il 1918 e il 1921 il bolscevismo russo registrò una vittoria decisiva per un verso e una catastrofica disfatta per l’altro. Contro ogni previsione, il potere bolscevico riuscì a consolidarsi nell’ex Impero zarista, ottenendo un pieno successo nella guerra civile (1918-1920), ma la rivoluzione internazionale si dimostrò un mito senza fondamento. La realtà storica operò, rispetto alle aspettative ideologiche dei comunisti russi, una serie di ‘rovesciamenti’: i paesi sviluppati restarono capitalistici e la Russia arretrata l’unico paese ad avere un potere comunista; la prospettiva della democrazia diretta, antiburocratica ed egualitaria, fondata sui soviet, risultò un’utopia e lasciò ben presto il posto alla dittatura del Partito bolscevico, che assunse un carattere accentuatamente burocratico e poliziesco; il bolscevismo russo, che aveva in un primo tempo considerato se stesso come un centro provvisorio in attesa di cedere la leadership al comunismo più maturo vittorioso nel cuore del capitalismo mondiale (il paese a cui soprattutto si guardava era la Germania), in quanto unica forza che aveva fatto la rivoluzione finì per trasformarsi in un modello obbligatorio per tutti i partiti che la rivoluzione ancora dovevano compiere.

La consacrazione del bolscevismo russo a modello rivoluzionario universale ebbe luogo nel 1920 al II Congresso dell’Internazionale, dove furono adottati 21 punti o criteri di ‘bolscevizzazione’ che ogni partito aderente doveva fare propri. La trasformazione del Partito bolscevico in una struttura completamente verticistica fu completata al X Congresso del marzo 1921.
Qui, dopo che il partito aveva eliminato dalla scena tutti gli altri partiti, per opporre un potere compatto agli stessi strati insoddisfatti del proletariato, ai contrasti interni agli stessi bolscevichi divisi in diverse correnti, alle minacce insurrezionali quali quelle dei marinai di Kronstadt, fu sanzionato il carattere monolitico del partito e vietata l’esistenza di qualsiasi corrente. Si sanzionò altresì la regola interna del ‘centralismo democratico’, adottata da tutti i partiti comunisti, secondo cui, una volta presa una decisione, questa sarebbe stata vincolante per tutti, compresi coloro che l’avevano avversata e continuavano ad avversarla. Così, dopo che già la dittatura del proletariato si era trasformata in dittatura del partito, quest’ultima diede luogo alla dittatura dei soli vertici. Poco dopo la dittatura dei vertici avrebbe ceduto alla dittatura di un solo capo.
La dittatura bolscevica diede altresì una risposta precisa alla questione riguardante il ruolo della violenza nel nuovo ordine. Lenin, poco dopo la presa del potere, aveva affermato che i bolscevichi non sarebbero ricorsi a un terrore sistematico di tipo giacobino, poiché la violenza socialista sarebbe stata diretta essenzialmente contro le istituzioni sociali e non le persone fisiche. La guerra civile fece da incubatrice di un corso opposto. La violenza fisica diventò generalizzata. Toccò a Trockij, in polemica con il socialdemocratico Kautsky, di teorizzare in Terrorismo e comunismo (1920) che il terrorismo giacobino e il regno della ghigliottina costituivano un modello ‘classico’ per qualsiasi autentico potere rivoluzionario.All’inizio degli anni venti il comunismo al potere in Russia si configurava come la prima delle dittature totalitarie contemporanee.