Storia del fascismo

Nel ripercorrere la storia del fascismo sul terreno suo proprio, che è quello italiano, converrà suddividerla in sette periodi.

Origini (1919-1922)


Per comprendere che cosa significasse la fondazione dei Fasci di combattimento (23 marzo 1919), cioè del primo nucleo del movimento, occorre porla in relazione sia con la biografia di Benito Mussolini, sia con il contesto della storia d’Italia in quel particolare momento. Dopo la rottura traumatica, nell’ottobre del 1914, sul tema della guerra, con il Partito Socialista, di cui come direttore dell'”Avanti!” era l’effettivo leader, Mussolini aveva continuato a occupare un certo spazio nella vita pubblica italiana con il suo nuovo quotidiano, “Il Popolo d’Italia”, che aveva iniziato le pubblicazioni nel novembre 1914, e che rimarrà suo personale strumento sino al luglio 1943. Dalle colonne di questo giornale egli aveva prima svolto una energica campagna a favore dell’intervento dell’Italia in guerra, raccogliendo intorno a sé le diverse voci di coloro che, pur militando nelle file della sinistra, non si riconoscevano nel neutralismo. Poi, tra il maggio 1915 e il novembre 1918, il quotidiano di Mussolini aveva sostenuto lo sforzo del paese in guerra, esortando i governi al massimo rigore per mantenere unito il fronte interno, gradualmente accostandosi, specialmente a partire dalla fine del 1917, alle posizioni di un vario nazionalismo. Un indizio di questa metamorfosi era stato, nell’agosto del 1918, il mutamento del sottotitolo del giornale da “quotidiano socialista” a “quotidiano dei combattenti e dei produttori”. Ma il terreno sul quale le posizioni assunte da Mussolini nell’ultimo anno di guerra emergevano con maggiore chiarezza fu quello della politica estera e della dibattuta questione dei nostri confini orientali, dove contro le aspirazioni, peraltro ugualmente eccessive, della nascente Iugoslavia, Mussolini verrà gradualmente a schierarsi a favore del più estremo programma di espansione (patto di Londra più Fiume), quello stesso che, pochi mesi dopo la fine della guerra, porterà al disastro diplomatico dell’Italia alla Conferenza di pace di Parigi, e al drammatico precipitare della questione adriatica. Proprio queste posizioni venivano da Mussolini riconfermate con sempre maggiore enfasi nella prima metà del 1919. Non sorprende perciò che alla loro nascita i Fasci si presentassero come una delle molte iniziative del tempo per esaltare le più estreme aspirazioni nazionali, nate nel crogiolo della guerra, e per opporsi anche con la violenza alla montante offensiva dei socialisti, che sempre più suggestionati dagli sviluppi della Rivoluzione russa dichiaravano di volerne seguire l’esempio, assumendo posizioni apertamente eversive e antipatriottiche. Pochi mesi dopo, quando D’Annunzio occuperà Fiume alla testa di reparti militari italiani, i Fasci si schiereranno al fianco di D’Annunzio, di cui Mussolini esalterà la figura e l’opera.

Le cose muteranno nel corso del 1920 quando, in conseguenza delle elezioni politiche del novembre 1919 (che segneranno per Mussolini una cocente sconfitta), la politica interna riprenderà il sopravvento. Per la sua variegata composizione e il prevalere di forze politiche nuove o rinnovate (popolari e socialisti) tra loro inconciliabili, la nuova Camera era incapace di garantire la stabilità di un qualsiasi governo. Intanto, tra la fine del 1919 e per tutto il corso del 1920, il paese, sia nelle industrie che nelle campagne, era scosso da agitazioni sociali, senza precedenti per numero e per intensità, le quali, accompagnandosi alla sempre più minacciosa offensiva dei socialisti, turbavano profondamente l’ordine, producevano negli animi dei cittadini e nella pubblica opinione grande impressione, e sembravano talora mettere in pericolo la stessa stabilità delle istituzioni. Il definitivo superamento della questione adriatica si ebbe nel novembre del 1920 con la firma del trattato di Rapallo. Poche settimane più tardi le forze militari italiane costringevano D’Annunzio ad abbandonare Fiume. Ma, a eccezione di alcuni dissidenti che rimarranno fedeli alla causa dannunziana, in questi mesi Mussolini e i Fasci si erano già assestati su nuove posizioni. Si veniva preparando quella nuova stagione del movimento fascista che fu lo squadrismo, e che imprimerà ai Fasci quel carattere nuovo che rimarrà come una delle loro note più originali.Lo squadrismo fascista nasce come reazione antisindacale e soprattutto antisocialista. Reazione armata, che si organizza appunto in squadre, seguendo gli schemi di un elementare ordinamento militare e mettendo a frutto le esperienze della guerra. Le squadre nascono dapprima là dove le lotte sociali hanno assunto maggiore asprezza. Di esse si era avuto un precedente, sin dall’estate, nella Venezia Giulia, ma si era trattato di una situazione particolare, legata ai conflitti di nazionalità tra Italiani e Slavi e alla questione di Fiume.
Nel resto d’Italia una accelerazione allo squadrismo viene semmai dalle elezioni amministrative dell’autunno 1920, nelle quali molte amministrazioni locali sono conquistate dai socialisti all’insegna di un programma antinazionale e fortemente provocatorio.

Il primo episodio squadristico di rilevanza nazionale sarà costituito appunto dai fatti di Bologna del novembre 1920, dove le squadre fasciste si scontrano con la manifestazione socialista, indetta per l’insediamento del nuovo consiglio comunale. Il cruento conflitto che ne seguì, con numerose vittime, portò allo scioglimento del consiglio comunale stesso, segnando quindi una vittoria fascista. Dopo di allora il modello squadristico si diffonderà in tutte le regioni dell’Italia settentrionale e centrale, e in molte zone dell’Italia meridionale. Alla guida delle squadre fasciste si formerà una struttura gerarchica, in genere su base provinciale, all’interno della quale emergeranno uomini nuovi, capaci di esercitare un forte potere locale e perciò ben presto denominati ras. Così a Bologna Dino Grandi, a Ferrara Italo Balbo, a Cremona Roberto Farinacci, a Pavia Cesare Forni, a Firenze Dino Perrone Compagni, a Bari Giuseppe Caradonna, ecc. Anche se la nascita delle squadre fu spesso il frutto di iniziative locali, Mussolini seppe abilmente coordinare l’insieme del movimento inquadrandolo in una struttura nazionale, e farsene il capo, anzi, come ben presto si disse, il ‘Duce’.

Tra la fine del 1920 e la prima metà del 1921 lo sviluppo del nuovo movimento fascista fu impetuoso, e i Fasci diventarono in breve una delle più consistenti forze politiche del paese. In essi, e specialmente nelle prime formazioni squadriste, erano certamente confluiti uomini ai margini della delinquenza, avventurieri, o comunque persone specialmente votate alla violenza. Di questa componente i Fasci manterranno a lungo il segno; e tuttavia essa diverrà ben presto secondaria. Con il loro crescere, le file del movimento fascista acquistavano una composizione assai varia: molti gli ex combattenti, molti gli studenti, ma si può dire che complessivamente nessuna categoria sociale vi rimaneva estranea, anche se la prevalenza era di ceti medi.

L’obiettivo che i Fasci ben presto si prefissero fu quello di una sistematica occupazione del territorio, spazzando via le forze avversarie, organizzazioni sindacali e amministrazioni locali, attraverso incursioni (le cosiddette spedizioni punitive) che muovevano per lo più da un centro urbano e miravano alla devastazione di sedi e alla intimidazione di uomini. Il successo di questi metodi violenti non sarebbe stato possibile senza talora il concorso, spesso la connivenza, quantomeno la tolleranza dei pubblici poteri. Una quasi naturale intesa si ebbe, intanto, tra Fasci e forze militari; anche forze di polizia e carabinieri mostrarono spesso simpatia per le azioni dei fascisti rivolte proprio contro coloro che dalla fine della guerra si erano presentati come i nemici dell’ordine; la stessa magistratura, in più di una occasione, dimostrerà verso i fascisti grande indulgenza. Tutto ciò era in gran parte il frutto di uno spontaneo consenso, che accompagnò il sorgere della reazione fascista per più di una ragione. Ma si trattò anche di un problema politico, cioè dell’atteggiamento del governo. Nei primi mesi del 1921, cioè nello stesso momento in cui maturava l’offensiva squadrista, sperando di riuscire in tal modo a risolvere la paralisi parlamentare, il presidente del Consiglio Giolitti decise di sciogliere la Camera e indire nuove elezioni. Per evitare il frazionamento delle forze costituzionali, il governo promosse liste di coalizione (i cosiddetti blocchi) nelle quali furono accolti anche i candidati fascisti. Pertanto i Fasci venivano a essere considerati alleati del governo.

Alle elezioni del maggio 1921 furono eletti 35 deputati fascisti, tra cui Mussolini. Da quel momento il suo problema fu quello di gestire la nuova forza politica fascista, emersa in modo inaspettato e assai squilibrata tra Camera e paese, quali obiettivi generali porle, quale immagine dare del fascismo stesso. Un tentativo, nell’estate, di limitare la violenza squadrista attraverso un patto di pacificazione che avrebbe dovuto normalizzare la situazione, fallì clamorosamente portando anzi ad una momentanea rottura tra Mussolini e una parte del movimento fascista.

La crisi fu superata al Congresso di Roma (novembre 1921), nel quale il movimento si trasformava in Partito Fascista; questo incorporava al suo interno le squadre armate, dando il primo esempio, nel quadro di istituzioni rappresentative, di un partito politico che ufficialmente faceva della violenza un metodo di lotta. Mussolini era riconfermato il Duce del fascismo. La questione di che cosa il nuovo partito si proponesse di fare era più che mai aperta.
Il fatto stesso che si consentisse ad un partito politico di avere una sua forza armata significava che il paese era senza governo. In effetti le elezioni del 1921 non avevano affatto risolto quella paralisi parlamentare che privava ogni governo in carica della necessaria autorità. In questa situazione la violenza fascista, che dall’autunno del 1921 era ripresa su ancor più larga scala, procedeva ormai incontrastata. Se un anno prima i nemici dell’ordine erano potuti apparire i socialisti, sicché la reazione fascista era sembrata restauratrice, ora la situazione si era rovesciata. La legalità veniva sistematicamente infranta dall’azione delle squadre fasciste, che non incontrava più alcuna resistenza. Così, nel corso del 1922, impotenza parlamentare e violenza squadrista venivano a svolgere ruoli complementari per consegnare il governo nelle mani di Mussolini. Da un lato, infatti, non trovando più sulla sua strada alcun serio ostacolo, era naturale che l’offensiva fascista si ponesse obiettivi sempre più ambiziosi, sino alla conquista del potere. Dall’altro lato, una classe politica ormai allo sbando sempre più si veniva convincendo che, per riportare il paese alla normalità e ristabilire l’ordine, l’unico modo fosse quello di dare ai fascisti stessi responsabilità di governo. In questo clima matura, alla fine di ottobre, la cosiddetta marcia su Roma, cioè la ripetizione in scala maggiore del modello di spedizione squadrista, contro la stessa capitale del regno. Essa fece precipitare una crisi politica già in atto, per uscire dalla quale il re decise di affidare allo stesso Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo.

Primo periodo di governo (1922-1925)


Mussolini formò un gabinetto al quale oltre a tre fascisti (Aldo Oviglio, Alberto De Stefani, Giovanni Giuriati), a un nazionalista (Luigi Federzoni) e a un indipendente (Giovanni Gentile), partecipavano sia alcuni tra i più alti gradi militari (Armando Diaz, Paolo Thaon de Revel), sia i rappresentanti di quelle stesse forze politiche che avevano composto i governi precedenti. Indi si presentò ai due rami del parlamento per ottenere la fiducia e i pieni poteri in materia finanziaria e amministrativa, e l’una e gli altri gli furono concessi con ampia maggioranza, nonostante le sprezzanti parole pronunciate alla Camera (“Potevo fare di questa aula sorda e grigia un bivacco di manipoli”). Da un punto di vista formale, perciò, non vi fu violazione della legalità istituzionale. Tuttavia è dubbio che dopo il 28 ottobre 1922 si possa ancora parlare per lo Stato italiano di regime liberale. Intanto, la violenza che aveva accompagnato la conquista del potere da parte di Mussolini non cessò affatto, come mostrarono già i sanguinosi fatti di Torino del dicembre e una miriade di episodi successivi. All’inizio del 1923, inoltre, Mussolini varò due provvedimenti che trasformavano di fatto la natura dello Stato. Il primo fu la costituzione del Gran Consiglio del Fascismo. Questo nuovo organo riuniva insieme uomini detentori di cariche pubbliche e uomini detentori di cariche all’interno del Partito Fascista, trasformando quest’ultimo da associazione privata in pubblica istituzione. Il secondo provvedimento costituì all’interno dello Stato una nuova forza armata, la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN), nella quale confluivano le squadre fasciste. In tal modo, dopo la conquista del governo, Mussolini si apprestava alla conquista fascista dello Stato, presentando se stesso e il suo movimento non come rappresentanti di una parte politica, ma della nazione tutta. La facilità con cui Mussolini conseguì questi risultati senza incontrare alcun serio ostacolo richiede qualche spiegazione.Non si trattò soltanto di forza, bensì anche di un vasto e assai diffuso consenso.

Le ragioni di questo consenso furono assai varie. Posto che nessuno dei contemporanei era allora in grado di sapere che cosa il fascismo fosse e dove avrebbe condotto il paese, queste ragioni furono in parte negative, in parte positive. Le prime consistevano soprattutto nel disgusto per le forze politiche presenti sulla scena parlamentare le quali, sia al governo sia all’opposizione, si erano mostrate assolutamente incapaci di gestire la cosa pubblica o di suggerire credibili vie alternative. La necessità di un radicale ricambio della classe politica era perciò fortemente sentita e assai paventata l’ipotesi di un qualsiasi ritorno al precedente malgoverno. Le seconde ragioni consistevano soprattutto nelle simpatie che il movimento di Mussolini era riuscito a guadagnarsi tra molti strati di cittadini, e specialmente tra i ceti medi, non tanto per la difesa da esso assunta di interessi materiali offesi, quanto e soprattutto presentandosi come il legittimo erede della tradizione nazionale. Ciò era stato in gran parte facilitato dal fatto che ambedue i maggiori partiti politici italiani, il socialista e il popolare, sia per scelta sia per i modi della propria storia, erano forze estranee, se non ostili, all’eredità risorgimentale. Inoltre, poiché l’insieme della tradizione nazionale era apparso riassunto nella guerra, e poiché la stessa esperienza fascista era maturata sul terreno della difesa della guerra, di quella tradizione il fascismo poteva facilmente presentarsi come il legittimo erede. Questa apparenza nascondeva il fatto che, dall’interventismo in avanti, i sostenitori della guerra, e cioè l’insieme di quelle forze che sembravano rappresentare la tradizione nazionale, lungi dall’essere uniti tra loro si erano sempre più divisi intorno alla questione dei fini della guerra, distinguendosi in nazionalisti e democratici. E in realtà il fascismo non rappresentava affatto l’insieme di quelle forze politiche che la guerra aveva voluto e sostenuto; di esse, esso rappresentava soltanto la parte nazionalista, e cioè solo quella parte che ben poco aveva a che fare con i principî ispiratori del Risorgimento.

La pretesa del fascismo di ergersi a erede della tradizione nazionale era pertanto priva di fondamento e costituiva una vera appropriazione indebita, cioè un inganno. Tuttavia, ben difficilmente questo inganno sarebbe stato possibile se già in precedenza, e specialmente a partire dal 1887, non si fosse consumata nello spirito pubblico del paese una vera e propria metamorfosi, secondo la quale i valori della tradizione risorgimentale si erano venuti gradualmente a scolorire, il patriottismo trasformandosi in nazionalismo. Non sorprende perciò che nel febbraio del 1923 il movimento nazionalista venisse ufficialmente assorbito nelle file del Partito Fascista.

Oltre quelle iniziative con le quali egli aveva mirato a consolidare il suo potere, venendo con ciò a conferire al fascismo stesso una più precisa definizione, Mussolini seppe imprimere all’opera del suo governo un ritmo nuovo. Assunto direttamente il controllo, con il dicastero degli Interni, dell’ordine pubblico, il governo Mussolini si distinse sul piano interno soprattutto per aver proseguito, con il ministro De Stefani, l’opera di restaurazione finanziaria dei precedenti gabinetti, risanando il bilancio, e per aver attuato, con il ministro Gentile, una significativa riforma della scuola. Sul piano internazionale l’esordio di Mussolini, che deteneva anche il dicastero degli Esteri, fu meno convincente, dimostrando già nell’estate del 1923, in occasione di un incidente con la Grecia, la sua propensione all’avventurismo (occupazione di Corfù). Malgrado gli indubbi successi e una consistente misura di consenso, Mussolini avvertiva il pericolo della sua debolezza parlamentare. Perciò, attraverso la cosiddetta legge Acerbo, egli si propose di correggere il meccanismo elettorale eliminando la frantumazione della rappresentanza prodotta dalla proporzionale e introducendo un forte premio di maggioranza, tale da assicurare la stabilità del governo.

Le resistenze della Camera all’approvazione di questa legge furono vinte sia con l’intimidazione, sia grazie all’intervento della Curia volto a superare l’opposizione del Partito Popolare con il forzato allontanamento del suo segretario, don Luigi Sturzo. Le nuove elezioni si tennero nell’aprile 1924. Anche se la campagna elettorale fu condotta in un clima di violenza e gli arbitri commessi furono innumerevoli, la misura del successo fascista (64,9% dei voti), raggiunto per lo più con una lista di forze coalizzate dove la vecchia classe politica si mescolava con le nuove leve fasciste (il cosiddetto listone), dimostrò quanto quella violenza fosse in gran parte gratuita. Ma essa era parte costitutiva e del carattere di Mussolini e del suo movimento. Pochi giorni dopo l’apertura della nuova Camera (24 maggio), il deputato socialista Giacomo Matteotti, uomo di grande coraggio fisico e integrità morale, che aveva denunciato le violenze elettorali dei fascisti e promesso di produrre ancor più ampia documentazione, fu rapito da una squadra fascista e ucciso. Il rapimento avvenne il 10 giugno, il corpo martoriato fu ritrovato soltanto il 16 agosto; ma fu subito chiaro che si trattava di un crimine e di che parte fossero gli autori. L’emozione nel paese fu fortissima, sicché per alcune settimane parve che il governo Mussolini potesse essere rovesciato. Ma l’insipienza dimostrata, ancora una volta, dalle opposizioni e il sostegno che continuarono a dargli le forze istituzionali, Corona, Senato, Camera dei deputati, consentirono a Mussolini di superare anche questo momento di crisi, certamente il più grave da quando aveva assunto il potere e sino al luglio 1943. A sostegno di Mussolini si rinnovò nel paese la mobilitazione delle squadre fasciste, riprendendo e gradualmente accentuando il clima di violenza e di intimidazione contro tutti gli oppositori. Ogni incertezza venne poi definitivamente superata con il discorso parlamentare di Mussolini, il 3 gennaio 1925, in cui egli si assumeva ogni responsabilità politica e morale di quanto avvenuto, sfidando gli oppositori, se ne erano capaci, a porlo in stato di accusa.

Trasformazione in regime (1925-1929)


Con il 3 gennaio 1925 inizia la vera e propria dittatura fascista. Essa si verrà attuando prima sul piano dei fatti, con una drastica riduzione dei poteri del Parlamento, con l’impedire ogni libertà di stampa, col costringere al silenzio ogni voce di opposizione, con ciò mettendo fine alla stessa vita politica. Ma di lì a poco la dittatura acquistò una veste legale, attraverso una serie di leggi che da un lato ponevano fine a quelle libertà, di parola, di stampa, di associazione, sancite dallo Statuto albertino, che pur rimaneva formalmente in vigore, sicché i cittadini venivano riportati allo stato di sudditi; e che, dall’altro lato, accrescevano smisuratamente il potere di Mussolini. Questo processo di trasformazione dello Stato si protrasse nel tempo e subì, almeno sino alla guerra, una serie di correzioni, ma le basi del nuovo regime vennero solidamente poste tra il 1925 e il 1926. Le sue tappe fondamentali furono: la legge 24 dicembre 1925, sulle attribuzioni e prerogative del capo del governo, con la quale non solo si sottraeva il potere esecutivo al controllo parlamentare, ma istituendo la nuova figura del capo del governo si concentravano nelle sue mani pressoché tutti i poteri, limitando anche l’iniziativa legislativa del Parlamento e perciò rimettendo di fatto nelle sue mani anche la facoltà di fare le leggi; la legge sulla stampa, del 31 dicembre 1925, che introduceva su tutto quanto si pubblicasse un pesante controllo politico; nel corso del 1926, le leggi che ponevano fine alle elezioni per la formazione delle amministrazioni locali e istituivano a capo dei comuni la figura del podestà di nomina governativa. Il ciclo si chiuse, in un certo senso, con la legge 25 novembre 1926 per la difesa dello Stato. Essa non solo rendeva illegale ogni manifestazione di dissenso, ma consentiva di privare della libertà personale in base al semplice sospetto, istituiva nuove pene detentive quali il confino di polizia, e sottraeva il giudizio dei reati politici alla magistratura ordinaria affidandolo sia alle autorità di polizia, sia al nuovo Tribunale speciale, il quale poteva anche applicare la pena di morte.

Perciò, a partire dalla fine del 1926, lo Stato fascista sarà anche formalmente uno Stato di polizia. La dittatura troverà il suo completamento nella legge elettorale del 17 maggio 1928, la quale introduceva la lista unica, sostituendo con ciò alla libera scelta elettorale il sistema plebiscitario.Nel corso di quei due fatidici anni (1925 e 1926), l’unica lotta politica di cui in Italia si possa parlare fu combattuta all’interno del fascismo stesso. Si trattò di uno scontro molto significativo, che ebbe come contendenti da una parte Roberto Farinacci, il quale dal febbraio 1925 era il segretario nazionale del Partito Fascista, dall’altra alcuni personaggi di un fascismo per così dire revisionista (Giuseppe Bottai, Camillo Pellizzi, Ermanno Amicucci); e mentre alle spalle del primo stavano alcuni tra i più irriducibili ras squadristi, alle spalle dei secondi stava lo stesso Mussolini. La posta in gioco era il ruolo del Partito Fascista nella gestione del potere, e cioè la parte che il movimento fascista stesso era chiamato a svolgere all’interno del nuovo regime.

Sommariamente i termini della partita si misuravano all’interno di ciascuna provincia nel confronto tra il potere del segretario federale fascista, espressione del partito, e i poteri del prefetto, espressione dell’amministrazione statale. Ma le implicazioni generali erano più vaste, giungendo, ad esempio, ad investire la questione del rapporto tra milizia fascista ed esercito regio. In un certo senso, ed è un punto della massima importanza, il contrasto riguardava il rapporto stesso tra il movimento fascista e Mussolini. Questi sin dal 1923 (c’è una sua circolare ai prefetti, del 13 giugno) aveva chiaramente mostrato la sua preferenza, nella gestione del potere da poco conquistato, a servirsi piuttosto dei tradizionali organi dello Stato che non dei meno affidabili capi fascisti. Tra il 1924 e il 1925, tuttavia, la situazione era cambiata, perché l’intervento del rinato squadrismo aveva avuto una parte considerevole nel permettere a Mussolini di superare indenne la crisi Matteotti. La nomina alla segreteria del Partito di Farinacci, uno dei più estremisti tra i capi fascisti e sostenitore di una sorta di ‘rivoluzione permanente’, era il riconoscimento di questo debito.

Per oltre un anno il terreno della contesa fu la libertà di iniziativa delle squadre fasciste, che continuarono a imperversare, e poiché dal giugno 1924 Mussolini aveva lasciato il dicastero degli Interni, l’interlocutore diretto di Farinacci fu il nuovo ministro Federzoni. Questi, anche se poco dopo fu messo da parte, ebbe di fatto partita vinta. Ma il vincitore vero fu Mussolini. Nel novembre 1926, una volta che con le nuove leggi il suo potere personale si era rinsaldato, egli riprendeva nelle sue mani le redini di quel dicastero degli Interni, che era una posizione chiave per la gestione di un potere largamente basato sulla repressione. Frattanto, il 30 aprile 1926, Farinacci veniva rimosso dalla segreteria del partito e al suo posto veniva nominato un ben più docile personaggio, Augusto Turati. Da allora in poi il ruolo del Partito e di tutte le organizzazioni fasciste, che si estenderanno in una rete capillare il cui fine era quello di coinvolgere il maggior numero possibile di persone, sarà sempre più limitato al compito di mediatore del consenso, attraverso opere di assistenza, iniziative culturali e sportive, attività ricreative, gestione della propaganda, e tutte quelle manifestazioni coreografiche nelle quali si incarnava l’immagine del fascismo. All’insegna del motto “credere, obbedire, combattere”, il movimento fascista perdeva così ogni originario attivismo per assumere come propria virtù cardinale quella di una sottomessa disciplina. L’iniziativa politica restava intera nelle mani di Mussolini e il potere di imporre le regole della dittatura nelle mani della polizia di Stato.

In tal modo Mussolini riuscì abilmente a costruire il suo regime con una nuova e assai radicale operazione di trasformismo. Rimanendo il re capo dello Stato, rimanendo le strutture della pubblica amministrazione formalmente invariate, Mussolini poté facilmente far credere che la cosiddetta rivoluzione fascista si fosse limitata a correggere, nei rapporti tra potere legislativo e potere esecutivo, quelle storture che avevano impedito allo Stato risorgimentale di essere un vero Stato nazionale. E nel quadro di questo regime, ben oltre i limiti angusti dell’originario movimento, il termine fascista si dilatava sino a includere tutti coloro disposti a riconoscere quale bene supremo l’interesse nazionale, cioè di fatto quanto Mussolini stesso indicava come tale. Lungo questa strada, che mirava a raccogliere sotto le ali del fascismo ogni qualsivoglia componente significativa di una storia nazionale che prendeva le mosse dall’Impero romano, Mussolini, allargando quanto più possibile la sfera del consenso, si propose il riavvicinamento alla Chiesa, cioè il superamento anche formale della questione romana e la sistemazione dei rapporti tra Curia e Stato italiano. Fu la cosiddetta riconciliazione, sancita dagli accordi sottoscritti l’11 febbraio 1929. Anche l’Italia cattolica veniva in tal modo fascistizzata.

Dopo questa svolta poté tanto più sembrare che i due termini ‘italiano’ e ‘fascista’ fossero sinonimi.Nasceva su queste basi lo Stato ‘totalitario’ che, a differenza di quanto avveniva o avverrà altrove, ebbe in Italia un carattere particolare. La sua istanza fondamentale era che la vita privata venisse quanto più possibile assorbita in quella pubblica, e che la vita pubblica si svolgesse interamente nell’ambito dello Stato fascista. In realtà la vita privata mantenne un suo margine di autonomia e anche quella pubblica un suo margine di indipendenza, se non di libertà, almeno in alcuni settori, come quello della stampa. Se, infatti, i quotidiani erano rigidamente controllati, su libri e periodici la censura fascista non fu priva di indulgenza. Dove lo Stato fascista condusse con successo una sistematica occupazione di tutti gli spazi fu nel tessuto della società civile. Istituzioni culturali e ricreative, organizzazioni professionali, settori chiave dell’apparato produttivo del paese, enti sanitari e assistenziali, in aggiunta naturalmente a tutti quegli organismi, come la scuola in tutti i suoi gradi, che direttamente o indirettamente già erano o verranno a cadere sotto il controllo pubblico, tutto doveva gravitare nell’orbita del fascismo. Ciò significava che sia sul piano dell’occupazione sia su quello del prestigio e dell’ascesa sociale, nessuno era in grado di farsi strada senza un atto di sottomissione al fascismo. Una sottomissione per lo più soltanto formale, che non implicava necessariamente una partecipazione attiva alla vita del regime e un’adesione sincera al suo credo; ma una sottomissione che quanto meno sembrava onerosa in termini di impegno personale, tanto più era esigente in termini di ossequio formale. Malgrado la formula del giuramento fascista recitasse che ogni iscritto al Partito si impegnava a servire la causa della rivoluzione fascista con tutte le sue forze e se necessario col suo sangue, nello Stato totalitario mussoliniano il prototipo del fascista non fu affatto ‘l’uomo nuovo’, il milite fedele all’idea e agli ordini del Duce: il prototipo del fascista fu in realtà il conformista.

Esperienza corporativa (1929-1935)


La riprova del successo raggiunto, il quale mostrava l’effettivo consolidamento del regime fascista all’interno non del solo Stato ma anche della società italiana, fu data dai risultati delle elezioni che si tennero, secondo la nuova legge, il 24 marzo 1929: vi parteciparono l’89,63% degli aventi diritto al voto, e i ‘sì’ furono 8.506.574 (94,4%), contro 136.198 ‘no’ (1,6%). Il plebiscito voluto da Mussolini aveva dato gli attesi frutti. E tuttavia le condizioni di vita degli Italiani erano tutt’altro che rosee. Oltre all’antica piaga della disoccupazione, per la quale il fascismo non aveva saputo offrire alcun rimedio nuovo, la politica economica fortemente deflazionistica imposta da Mussolini e riassunta nella formula della cosiddetta ‘quota novanta’ (cioè il valore di cambio della sterlina non doveva superare le novanta lire), aveva effettivamente stabilizzato la nostra moneta e perciò rafforzato il nostro credito sui mercati finanziari internazionali; ma, al tempo stesso, aveva reso più difficili le nostre esportazioni, scoraggiato gli investimenti e prodotto una diminuzione di salari e stipendi alla quale non aveva corrisposto una eguale diminuzione dei prezzi. D’altra parte, modi per far sentire voci di protesta non esistevano più. Sciolte le antiche organizzazioni sindacali, i nuovi sindacati fascisti erano divenuti organi dello Stato e perciò, impegnati ad evitare vistosi conflitti, disponevano di mezzi assai limitati per premere sulla parte padronale. Rimosso il concetto di lotta di classe, impedito lo sciopero, ogni contrasto doveva riuscire a comporsi senza turbare l’armonia sociale e la produzione nazionale. I termini di questa nuova visione collaborazionistica erano stati sanciti dalla legge 3 aprile 1926, per la disciplina giuridica dei rapporti collettivi di lavoro, le cui vertenze venivano rimesse a una speciale magistratura del lavoro.

Ciò corrispondeva alla nuova idea di ‘corporazione’, cioè di un organismo che raccogliesse unitariamente tutti coloro che operavano in un determinato settore produttivo, non importa con quale grado e con quale funzione. Nel luglio 1926 era stato creato il Ministero delle Corporazioni e al suo fianco il Consiglio Nazionale delle Corporazioni, anche se in realtà le corporazioni stesse non esistevano ancora. Il 21 aprile 1927 le nuove regole e i principî a cui queste erano improntate venivano enunciati ufficialmente nella Carta del lavoro. Si trattava di un insieme di provvedimenti i quali, a parole, costituivano, come scrisse lo storico fascista Gioacchino Volpe, “l’opera più originale della rivoluzione fascista”. “Si partiva – così continua Volpe – dal concetto che la nazione italiana è un’unità morale politica economica che si realizza nello Stato; che i cittadini sono necessariamente solidali nella nazione; che il lavoro non è un diritto ma un dovere e come tale viene tutelato dallo Stato; che la produzione nazionale è unitaria e unitari i suoi obiettivi, cioè lo sviluppo della potenza nazionale […]; che le forze produttive nazionali, organizzate nei sindacati, se non si vuole che, operando fuori dello Stato, siano contro lo Stato, debbono essere dentro lo Stato […]. Individuo e Stato, finora disgiunti o non bene e organicamente congiunti, sono da collegare meglio e quasi compenetrare l’uno nell’altro, per il tramite del sindacato e dei corpi sindacali, organi di diritto pubblico, operanti nell’ambito e sotto il controllo dello Stato” (v. Volpe, 1943², pp. 139-140). Era, come ben si vede, una concezione dello Stato opposta a quella liberale.

Ma, al tempo stesso, rimaneva del tutto impreciso in che modo, all’interno delle corporazioni, all’armonia sociale imposta dal potere si potesse accompagnare un’armonia effettiva, distribuendo equamente tra le parti oneri e profitti.

La prova comunque fu rimandata nel tempo, perché per alcuni anni i pur già enunciati principî corporativi e i pur già creati organi rimasero in letargo. A risvegliarli provvide la grande crisi del 1929 che, sconvolgendo l’intero sistema economico del mondo occidentale, provocò anche in Italia effetti funesti. Per porvi in qualche modo rimedio, si rese necessario l’intervento dello Stato. In esso Mussolini vide l’occasione per rilanciare la formula dello Stato corporativo, la quale consentiva ora di presentare sulla scena internazionale il fascismo come il portatore di una dottrina che, tra lo statalismo radicale del comunismo russo e la eccessiva permissività privatistica del capitalismo occidentale, era in grado di indicare all’economia moderna una terza via. Tuttavia si trattava assai più di parole che di fatti.
Lo Stato corporativo si assunse effettivamente l’onere della gestione diretta di molti settori disastrati e di pagarne le forti perdite; ma nella coesistenza di pubblico e di privato, che rinnovava l’esperienza già fatta negli anni di guerra dell’economia associata, i ruoli rimanevano assai squilibrati, sia nei rapporti tra datori di lavoro e lavoratori dipendenti, sia rispetto al potere di avanzare e imporre scelte di indirizzo generale, cioè di attuare una vera programmazione economica. Di fatto, proprio in questi anni, si stabiliva quella prassi, destinata ad una larga e assai prolungata fortuna, riassunta nella formula “socializzazione delle perdite, privatizzazione dei profitti”. Semmai, l’indicazione che la politica economica fascista seppe effettivamente far valere nel sistema produttivo italiano, fu quella dell’autarchia: si riprendeva così uno dei motivi classici del nazionalismo, e cioè il mito della indipendenza economica. Del resto, su questa strada si era già posta la politica agricola del fascismo che, a partire dal 1925, con la battaglia del grano, si era proposta di raggiungere l’autosufficienza nazionale nella produzione di questo fondamentale cereale. I risultati raggiunti furono positivi, ma in buona parte illusori. Le assai accresciute rese (nel 1933 il grano prodotto fu quasi sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale) nascondevano il fatto che solo in parte queste erano il frutto di accresciuta produttività del suolo o della messa a coltura di nuove terre, rese fertili dalle bonifiche (come la giustamente nota bonifica dell’Agro Pontino).

Per lo più si trattava invece di un fenomeno indotto da artificiosi incentivi, per cui si continuava o si estendeva la coltura granicola su terreni inadatti e che sarebbe stato economicamente assai più vantaggioso destinare a diverso uso. Ma illusioni ancor maggiori la politica autarchica era destinata a produrre sul piano industriale, in un paese come l’Italia del tutto povero di materie prime.Con queste scelte, avendo il fascismo imboccato una strada del tutto incapace di condurre a un aumento effettivo della produttività del paese, era poco probabile che esso riuscisse ad alleviare i rigori della perdurante questione sociale e a trovare una risposta adeguata alla crescente disoccupazione (1.158.418 disoccupati, nel gennaio 1934, secondo le fonti ufficiali notoriamente assai inferiori al vero: v. Salvatorelli e Mira, 1956, p. 538). E ciò nonostante il regime si impegnò in una insistente campagna di propaganda per favorire l’aumento delle nascite, ponendo tra i propri fini quello dell’incremento demografico del paese. I problemi di fondo rimanevano perciò privi di soluzione e lo Stato corporativo si mostrava per quello che effettivamente era: una pura formula di propaganda. È difficile dire in che misura la delusione destinata a seguire questo grossolano inganno avrebbe potuto incidere sulla stabilità del regime, offuscandone l’immagine. Il tempo della resa dei conti non era ancora giunto. Altre frecce aveva ancora al suo arco la politica di Mussolini per stimolare le emozioni degli Italiani e distogliere la loro attenzione dalla dura realtà delle cose.

Svolta della guerra di Etiopia (1935-1939)


Nel luglio del 1932 Mussolini aveva ripreso nelle proprie mani la direzione del dicastero degli Esteri, alla cui guida dal settembre del 1929 aveva lasciato che facesse la sua prova uno dei più noti e intelligenti capi fascisti, Dino Grandi. Questo cambio della guardia coincideva con l’aprirsi in Europa di un periodo di gravi sconvolgimenti, alla cui origine era la crisi della Repubblica di Weimar e l’avvento al potere in Germania di Adolf Hitler (30 gennaio 1933). Sino a questa data, malgrado non fossero mancate provocazioni verbali, qualche atto sconsiderato (come Corfù), e manifestazioni propagandistiche attraverso le quali Mussolini aveva denunciato la perdurante insoddisfazione dell’Italia per la ‘vittoria mutilata’ e perciò la sua insoddisfazione per l’ordine europeo e l’assetto mediterraneo raggiunti dopo la fine della guerra, la politica estera fascista era rimasta sostanzialmente legata a quella degli alleati europei di guerra (Francia e Inghilterra) e aveva dato la sua collaborazione alla Società delle Nazioni. I fini di questa politica avrebbero dovuto essere quelli di garantire la sicurezza europea attraverso il rispetto dei trattati, la stipulazione di nuovi accordi suggeriti dalle circostanze, e la limitazione degli armamenti.

Tuttavia al leale perseguimento di questa linea politica ostavano sia il carattere di Mussolini e i suoi pregiudizi, sia le esigenze di una macchina propagandistica la quale, per garantire il consenso, doveva costantemente trovare pretesti per eccitare gli animi. Da un lato, perciò, Mussolini non poteva né concepire né desiderare una pace stabile. Egli condivideva pienamente quei presupposti nazionalistici i quali, accogliendo suggestioni darwiniane, ritenevano legge imprescindibile della vita dei popoli una sorta di lotta permanente, ciascuno di essi mirando alla propria espansione. Questa rozza concezione della vita internazionale, che assumeva l’imperialismo e la guerra come propri cardini, si coniugava spontaneamente con il naturale cinismo di Mussolini, predisponendolo a ogni forma di intrigo e ogni tipo di avventura, dai quali egli credesse di potersi ripromettere un qualche immediato guadagno. Dall’altro lato, il successo della propaganda fascista essendo in gran parte legato all’immagine di un’Italia nuova che, grazie all’azione e alla sapienza del Duce, aveva raggiunto sulla scena internazionale una posizione di prestigio e ottenuto di essere riconosciuta alla pari tra le grandi potenze, occorreva periodicamente rinnovare quelle occasioni di prova, nelle quali questo artifizio potesse riproporsi. In questo contesto l’assopita ma non mai deposta speranza di una nuova impresa africana era destinata a ridestarsi.

Ironia della sorte, l’occasione per una ripresa di iniziativa in Africa fu data a Mussolini dalla situazione di pericolo creatasi in Europa dopo l’avvento al potere di Hitler. Mussolini riteneva infatti, non infondatamente, che Francia e Inghilterra avessero ora più che mai bisogno di un’Italia amica e che non avrebbero perciò ostacolato un’impresa coloniale italiana verso l’unica regione africana ancora libera dalla dominazione europea, l’Etiopia. D’altra parte, adiacenti a questa regione l’Italia aveva già due colonie, la Somalia e l’Eritrea, che rendevano plausibili i progetti di un’ulteriore espansione.

Dopo una laboriosa fase di preparazione, sia militare che diplomatica, durante la quale Mussolini ritenne di avere ottenuto un consenso esplicito almeno dalla Francia (colloqui romani col ministro degli Esteri francese Pierre Laval, gennaio 1935), ai primi di ottobre di quello stesso anno l’Italia fascista iniziava una guerra di aggressione contro il vecchio Impero etiopico, nonostante esso fosse uno Stato membro della Società delle Nazioni. Come era prevedibile, data la disparità di forze, la campagna militare si risolse abbastanza rapidamente a favore delle truppe italiane che, dopo pochi mesi di operazioni, il 5 maggio occupavano la capitale Addis Abeba. Mussolini poté così annunciare al popolo italiano, in un commosso discorso, che l’Italia fascista aveva ridato vita a un Impero romano e Vittorio Emanuele III assumeva da allora il titolo di re e imperatore. Il tripudio nazionale fu grande. Ben pochi tra gli Italiani si resero allora conto che, con la guerra di Etiopia, il fascismo aveva voltato pagina. Da allora esso si avviava sulla strada di un’alleanza con la Germania nazista, verso una nuova guerra europea.

Quella svolta non fu intenzionale. Ancora un anno avanti, alla Conferenza di Stresa (aprile 1935), di fronte al pericolo del riarmo tedesco, Mussolini aveva confermato di voler rimanere al fianco di Francia e Inghilterra; ma, contrariamente alle sue aspettative, alla notizia dell’aggressione italiana all’Etiopia, le reazioni nei due paesi formalmente amici furono di dura condanna. Da Ginevra, la Società delle Nazioni impose contro l’Italia sanzioni economiche, e l’Inghilterra decise di spostare nel Mediterraneo una parte della sua Home fleet. Erano segni inequivocabili di ostilità.

Tutto ciò giovò enormemente alla propaganda fascista, suscitando un’ondata largamente spontanea di indignazione patriottica, che rafforzò il fronte interno ed ebbe una plateale manifestazione nella pubblica offerta dell’oro, soprattutto le fedi nuziali, alla patria. Inoltre, mentre sino ad allora Mussolini aveva ostentato l’amicizia dell’Italia per l’Inghilterra, da questo momento prenderà piede una violenta campagna propagandistica anti-inglese, destinata a durare ininterrotta sino alla guerra. E mentre sino a questa data la politica estera fascista non aveva fatto eccessivo spazio all’ideologia, se non per uso interno, da ora in avanti le cose cambiano. Divisi tra loro i tradizionali garanti della sicurezza europea, la Germania nazista subito ne approfitta per dare corso ai suoi propositi aggressivi e nel marzo 1936 occupa militarmente la Renania senza colpo ferire. Le democrazie occidentali accettano il fatto compiuto senza reagire. Quel primo fortunato esempio farà scuola.

Pochi mesi più tardi le divisioni ideologiche dell’Europa troveranno nuovo terreno di scontro nella guerra civile che si scatena in Spagna a partire dal luglio 1936. Quel conflitto si protrarrà per tre anni e in esso, sia l’Italia di Mussolini, sia la Germania di Hitler si schiereranno al fianco del generale Franco, partecipando militarmente alla sua campagna. In quello stesso triennio la Germania porterà avanti con pieno successo i suoi primi progetti espansionistici, mostrando chiaramente al mondo di che tempra fosse la dittatura nazista.

Malgrado alcune effettive affinità e una generica simpatia che Hitler aveva sempre provato per il Duce, il fascismo italiano e lo stesso Mussolini inizialmente non avevano seguito con alcun favore la crescita del movimento nazista e la sua vittoria. Neppure più tardi, del resto, mancarono in ambienti fascisti sospetti nei confronti del regime hitleriano e riserve verso una politica di avvicinamento alla Germania, la quale si ebbe soprattutto per volontà di Mussolini. Le tappe di questo avvicinamento furono l’intesa italo-tedesca dell’ottobre 1936 (il cosiddetto ‘asse Roma-Berlino’), la visita di Hitler in Italia nel maggio 1938 e, atto finale, l’inaspettata stipulazione di una formale alleanza politica e militare, il cosiddetto ‘patto d’acciaio’, il 22 maggio 1939. A quella data la volontà di Mussolini di seguire le orme di Hitler si era già rivelata, con la decisione di introdurre anche in Italia una politica razzista e una legislazione antiebraica. Le cosiddette leggi per la difesa della razza furono promulgate a partire dal settembre 1938, precedute e accompagnate da una velenosa campagna di stampa. Si trattava di misure del tutto inattese, sia perché in Italia, per ragioni storiche e anche per il modesto numero di cittadini ebrei, una questione ebraica non esisteva; sia perché, sino ad allora, il fascismo non aveva mai fatte proprie posizioni razzistiche, e non erano pochi gli ebrei che militavano nelle file fasciste. Malgrado nessun dissenso di rilievo si sia neppure allora manifestato, il nuovo corso impresso al fascismo aveva certamente alienato a Mussolini molte simpatie, sicché è da ritenere che la sua popolarità nel paese fosse in declino. Ma, ancora una volta, tutto dipendeva dalla capacità di Mussolini di presentare al suo pubblico uno di quei successi, poco importa se reali od effimeri, capaci di mantenere lucente l’immagine del regime.

La guerra (1939-1943)


L’aggressione della Germania alla Polonia, il 1° settembre 1939, e il successivo allargarsi di quel conflitto che chiamiamo seconda guerra mondiale, non determinarono un automatico intervento dell’Italia. Al contrario, malgrado l’alleanza da poco contratta, per molti mesi fu possibile credere che Mussolini preferisse mantenere una posizione neutrale. Tale scelta, del resto, avrebbe corrisposto non solo all’ormai predominante sentimento pubblico, ma a una prova di saggezza: esposta su molti fronti, data la propria posizione geografica e la dislocazione delle proprie colonie, logorata dalle guerre tanto di recente combattute, assai povera di materie prime, l’Italia tra il 1939 e il 1940 aveva una preparazione militare del tutto inadeguata all’impegno richiesto dal conflitto in corso. Naturalmente, la neutralità era contraria al carattere stesso di Mussolini. Inoltre, un regime la cui immagine aveva fatto tanto largo posto alle virtù militari, nel quale uno dei fini primari dell’educazione era stato quello di fare di ogni giovane un potenziale soldato, difficilmente poteva sottrarsi ad entrare in campo. La decisione di intervenire fu affrettata dal rapido susseguirsi delle vittorie tedesche e dall’improvviso tracollo della Francia. Di fronte alla possibilità che l’Italia fascista non avesse titolo per assidersi al ‘banchetto del vincitore’ e quindi si ritrovasse a mani vuote, il 10 giugno 1940 Mussolini rompeva gli indugi e presentava a Francia e Inghilterra la dichiarazione di guerra.

Si iniziava così un’avventura, nella quale l’Italia si poneva ormai a rimorchio della iniziativa tedesca e Mussolini vedeva il suo ruolo di Duce sempre più relegato in secondo piano, all’ombra del Führer germanico. Troppa, infatti, tra le due potenze alleate, era la disparità nella quantità e nella qualità dei mezzi bellici, nelle risorse produttive, e anche nella perizia dei comandanti. Si aggiunga che, alleandosi alla Germania di Hitler, Mussolini aveva accettato di condividere fini di guerra che né gli erano noti, né corrispondevano agli affermati interessi della stessa Italia fascista. In realtà, di tappa in tappa e attraverso imprese azzardate e clamorosi insuccessi, sul duro terreno del confronto militare l’Italia fascista mostrò subito tutte le proprie debolezze e quanto in quel regime le parole poco corrispondessero ai fatti.
Ciò malgrado, finché la poderosa macchina da guerra tedesca riuscì a macinare successi, anche le falle italiane vennero tamponate. Quando, con il progressivo allargarsi del conflitto, neanche le forze tedesche furono più sufficienti per assicurare la vittoria, l’Italia fu la prima a cedere. A partire dai primi mesi del 1943 le sconfitte, in Russia, in Africa, si succedettero con ritmi crescenti, mentre le città italiane erano sempre più esposte ai bombardamenti alleati. Perduto in Africa l’ultimo lembo di terra, nel luglio 1943 gli Alleati sbarcavano in Sicilia. Pochi giorni dopo, il 25 luglio, in una drammatica seduta del Gran Consiglio del Fascismo e di concerto con il re, Mussolini veniva deposto e successivamente messo agli arresti. Al suo posto, come capo del governo, subentrava il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio. Nelle piazze delle città italiane, quelle stesse che sino a poco tempo prima avevano accolto folle di cittadini plaudenti ad ascoltare la parola del Duce, quella notizia veniva ora accolta con giubilo e la gente si scagliava contro ogni visibile segno del fascismo. Era la fine del regime fascista.

Epilogo (1943-1945)


La storia del fascismo, tuttavia, ebbe un più drammatico epilogo. Dall’ottobre 1922 al luglio 1943, essa si identifica con la storia d’Italia e, più precisamente, con la storia del Regno d’Italia, nato nel 1861. Si potrà dire che il fascismo non ne era un erede legittimo, si potrà credere che l’eredità risorgimentale più autentica continuasse a vivere tra alcuni pochi uomini che, esuli all’estero o stranieri in patria (e per lo più in prigione), contro il fascismo avevano preso aperta posizione. Ma, sul piano dei fatti, a livello istituzionale, tra prima e dopo l’ottobre 1922 non c’è soluzione di continuità, come mostra la permanenza a capo dello Stato dello stesso sovrano. Anche le più rilevanti decisioni che avevano legato il destino dell’Italia a quello della Germania, e le leggi più infami che ne erano conseguite (come quelle razziali), avevano sempre ricevuto il debito assenso del re. A partire dal 25 luglio 1943 questo sodalizio viene sciolto e l’Italia ufficiale pretende di poter continuare la sua strada libera dall’ingombro fascista. Non era una cosa semplice, sia perché troppe erano le comuni responsabilità e le passate complicità, sia perché rimaneva sempre in vita l’alleanza con la Germania, anche se ormai priva del sostegno ideologico.

La decisione del re e del maresciallo Badoglio di rompere unilateralmente questa alleanza e passare all’altra sponda, annunciata agli Italiani l’8 settembre 1943, creava una situazione drammatica e del tutto nuova, nella quale accanto alla guerra sui fronti si apriva una guerra civile. Il teatro di questa guerra civile fu quella parte del territorio nazionale che rimaneva ancora in mano all’esercito tedesco e che solo gradualmente (dal settembre 1943 all’aprile 1945) verrà occupata dagli eserciti alleati. In questa parte del paese, che sino al giugno 1944 comprese la stessa Roma e dall’estate di quello stesso anno si ridusse ai soli territori posti a nord della cosiddetta linea gotica, fu rimesso in piedi un governo (la Repubblica Sociale Italiana, più nota come Repubblica di Salò), retto ancora da Mussolini, che i Tedeschi erano riusciti a liberare. Fu ricostituito anche un Partito Fascista che assumeva il titolo di ‘repubblicano’. Contro questo nuovo governo e contro i Tedeschi che lo sostenevano, si organizzò in questi territori una resistenza armata, che solo in parte si ricollegava a una precedente e mai del tutto estinta opposizione al fascismo, e che alimentò appunto la guerra civile. Volgendo la guerra al suo termine con la completa disfatta della Germania, anche questo rinato movimento fascista fu estinto. Alla fine dell’aprile 1945 Mussolini e i principali capi fascisti furono catturati e fucilati. I loro corpi furono portati a Milano ed esposti a piazzale Loreto al pubblico ludibrio.

Si è talvolta detto che in quest’ultima esperienza fascista si sarebbero ritrovati fermenti di un genuino fascismo originario, che più tardi il regime avrebbe in buona parte tradito. Ma è ipotesi poco convincente, sia per l’ambiguità di questi pretesi caratteri originari, sia perché i termini del tutto eccezionali della situazione che si crea in Italia dopo l’8 settembre 1943 non consentono di trarre da questa estrema esperienza elementi qualificanti atti a comporre una specifica tipologia fascista.