Come sai tanto, visto che non hai studiato?

L’infanzia fu segnata dalla precocità e dall’indigenza: appena cinquenne, in Stilo, forse sotto la guida del maestro Agazio Solea, si avviò ai primi rudimenti di grammatica e di catechismo, presto eccellendo fra i coetanei per prontezza d’ingegno e memoria tenace; vuole una leggenda locale che, non potendo pagarsi gli studi, origliasse alla finestrella della scuola e, quando qualcuno dei coetanei più fortunati non sapeva recitare la lezione, egli si affacciasse esclamando: “Volete che la dicess’io?”. Nel 1576 imperversò in Calabria, come nell’Italia tutta, la peste, lasciando nell’animo del fanciullo viva impressione dei provvedimenti adottati per soffocare il contagio; ma è tutta la sua povera terra che gli rivela i suoi mali antichi: lo sfruttamento feudale, l’oppressione spagnola, le scorrerie turchesche, la pletora dei monaci oziosi, il ricordo delle recenti stragi dei valdesi, le carestie ricorrenti, i terremoti, la miseria. Nel 1581 la famiglia del Campanella, sempre poverissima, si trasferì nel vicino “casale” di Stignano; fu allora che il ragazzo, ravvisando nella carriera ecclesiastica la sola via per proseguire gli studi, vestì l’abito di “prevetello” o chierico; era già tanto provetto nel latino da potersi esprimere con scioltezza in prosa e in verso. Oppresso per sei mesi da grave malessere febbrile, risanò allora per le magiche arti di una fattucchiera, affacciandosi così, attraverso la superstizione popolare, alla dimensione tentatrice dell’occulto e del soprannaturale.

Nella primavera dell’82 i familiari vagheggiarono di mandare il Campanella a Napoli, presso uno zio paterno studente di diritto, per avviarlo alla lucrosa carriera forense; ma il giovinetto, affascinato dalle storie di s. Tommaso e di Alberto Magno, rapito dall’eloquenza di un predicatore domenicano, decise di vestire il saio candido di S. Domenico ed entrò per il prescritto anno di prova nel piccolo, antico convento di Placanica, un miglio a occidente di Stignano. Compiuto l’anno di prova, vi pronunciò i voti, assumendo il nome di fra’ Tommaso, e subito, a norma delle costituzioni dell’Ordine, venne trasferito in un monastero di primaria importanza pel noviziato e gli studi: fu assegnato così al convento dell’Annunziata in San Giorgio Morgeto, dove attese per un triennio a compitare la logica (1583-84), la fisica (1584-85), la Metaphysica e il De anima (1585-86) di Aristotele.
Incuriosito sin d’allora delle speculazioni estranee alla grande sistemazione della scolastica, ricorderà poi con ammirazione il medico Francesco Sopravia, che a Seminara, non lontano da San Giorgio, impartiva lezioni, con gran concorso di uditori, sulla filosofia di Leucippo e di Democrito, avendo anche composto un De rerum natura contro gli aristotelici. Essendo i novizi tenuti a mettere per iscritto il frutto degli insegnamenti ricevuti nel triennio degli studi regolari, non mancò di porre in carta le proprie Lectiones logicae, physicae et animasticae, che non ci sono pervenute. Molti anni dopo ricorderà con commozione una notte della sua adolescenza in cui, rimeditando l’argomentazione aristotelica in pro’ dell’immortalità dell’anima, era scoppiato in pianto dirotto nel riconoscerne la debolezza.

Nel 1585 Giacomo II Milano, sesto barone di San Giorgio, venne a prendere possesso del suo feudo con cerimonia solenne e nell’occasione il Campanella recitò un’orazione in esametri e un’ode saffica (perdute); entrò così in rapporto con la famiglia nobile e ricca dei del Tufo (moglie del Milano era Isabella del Tufo, e Marcantonio del Tufo ebbe nell’ottobre 1585 il vescovato di Mileto, alla cui diocesi apparteneva San Giorgio). Il 5 ottobre fra’ Sisto Fabri da Lucca, generale dei predicatori, dispose una riforma degli studi e del noviziato, elevando da tre a cinque anni la durata dei corsi di logica, fisica e metafisica. In conseguenza, nell’autunno dell’86, il Campanella venne trasferito al convento dell’Annunziata di Nicastro per completare la propria preparazione sotto la guida di un padre Antonino da Firenze. L’insofferenza dei vecchi schemi autoritari e l’ansia di sperimentare sul libro vivo della natura le asserzioni arbitrarie e discordi dei libri scritti fanno maturare in quegli anni decisivi i primi avvii autonomi del suo pensiero. A Nicastro, nel 1587, abbozza un trattato metodologico De investigatione rerum (perduto), che proponeva nuove categorie sensistiche da contrapporre alla gnoseologia aristotelica. Dotato di sete inesausta di apprendere e di memoria prodigiosa, legge con avida furia libri d’ogni sorta, antichi e moderni, leciti e illeciti: nessuno lo soddisfa, e quelli d’Aristotele meno che gli altri. Si rivela così il Campanella “contradicente ad ogni cosa e particolarmente alli lettori suoi”, fra i quali uno gli predice: “Campanella, Campanella, tu non farai bon fine!”. Intanto si lega di amicizia profonda col coetaneo confratello Dionisio Ponzio e con lui intesse vaghi discorsi sulla rinnovazione imminente del secolo, accarezza speranze di una veniente età libera, spontanea e fraterna, senza costrizioni né ipocrisie.

Nell’estate dell’88, compiuti a Nicastro gli studi filosofici, venne trasferito a Cosenza per seguirvi presso lo Studio generale della provincia domenicana di Calabria il corso quadriennale di teologia. Ha ormai percorso in febbrili letture clandestine tutti i campi dello scibile, tutti i testi dei classici e dei Padri, in una ricerca affannosa e disordinata, deciso a non tralasciare alcuna via che possa condurre alla verità; finalmente in Cosenza un amico gli pone tra mano i primi due libri del De rerum natura di Bernardino Telesio, venuti in luce a Napoli in seconda edizione nel 1570. Scorse appena le prime pagine, il Campanella subito intuisce il rimanente, se ne infiamma e sente di aver finalmente raggiunto in quello schietto naturalismo la meta sì a lungo cercata; da allora la sua fisica, anche per la detenzione trentennale che gli inibirà ogni verifica sperimentale, resterà sostanzialmente quella telesiana. Cercò allora, da neofito entusiasta, di conoscere subito di persona il vecchio filosofo, ma proprio in quei giorni (ottobre 1588) l’ottantenne Telesio passò a miglior vita e il Campanella poté solo accostarsi alla salina esposta nella cattedrale di Cosenza e affiggere al feretro una devota elegia latina di compianto (perduta).

Forse in punizione di vecchie e nuove intemperanze, forse per il dichiarato entusiasmo per le rivoluzionarie dottrine telesiane, tanto avverse all’aristotelismo delle scuole, al cadere dell’anno venne relegato dai superiori nel piccolo e remoto convento di Altomonte. Ma subito raccoglie attorno a sé un piccolo gruppo di medici, gentiluomini, estimatori, che gli forniscono i libri di cui è affamato: Galeno, Ippocrate, ma soprattutto i testi degli ermetici, le opere di divinazione, di cabala e di magia. Nel corso di queste fervide letture, venuto in possesso del libello di un acre detrattore del Telesio, il giurista filosofante Giacomo Antonio Marta, allievo dei gesuiti e idolatra di Aristotele (Pugnaculum Aristotelis adversus principia B. Telesii, Roma 1587), il Campanella lo ribatte con una vasta dissertazione polemica in otto libri, composta fra il gennaio e l’agosto 1589, intitolata Philosophia sensibus demonstrata.

Al cadere dell’anno, stanco di beghe conventuali, di rimproveri dei superiori, di meschinità provinciali, lascia la Calabria e, forse per mare, si spinge a Napoli; la vita libera dei frati del tempo non consente di dare a quel viaggio il nome di fuga, poiché, se mancò il consenso, certo non vi fu neppure rottura aperta con l’Ordine e in Napoli il Campanella visse per alquanti mesi indisturbato, vestendo l’abito, nel grande convento di S. Domenico Maggiore, favorito dalla regola rilassata che vi si praticava e dalla folla dei frati conviventi. Si vociferò più tardi nei chiostri calabresi che egli avesse abbandonato la provincia in compagnia d’un misterioso rabbino, certo Abraham, esperto di magia e d’astrologia, istigatore del giovane frate indisciplinato, cui avrebbe rivelato segreti naturali e promesso, per disegno degli astri, uno smagliante avvenire. Nel 1590, desideroso di maggior libertà, si trasferì in casa di Mario del Tufo, verosimilmente con ufficio di precettore dei figliuoli di quel marchese; vi fu ospitato con signorile larghezza, frequentò gentiluomini di gran sangue e distinti scienziati, acquistandosi fama di immensa e precocissima cultura. Quasi dimentico della propria condizione di religioso, lungi dai rigori conventuali, studia, scrive, sperimenta, discute: conduce così a termine i tre libri del De investigatione rerum, abbozzato fin dall’87, che perderà definitivamente per sequestro nel ’92 (solo in minima parte la materia verrà rifusa nella Dialectica). Compone inoltre, mosso da discussioni avute con Giambattista Della Porta a proposito della Phytognomonica da questo ristampata in Napoli nel 1588, un trattato De sensitiva rerum facultate (perduto anch’esso nel 1592 e rifatto molti anni più tardi col titolo Del senso delle cose). Affida al tipografo Orazio Salviano la stampa della Philosophia sensibus demonstrata, che vede la luce ai primi del 1591, preceduta da una vibrante prefazione autobiografica e da una dedicatoria a Mario dei Tufo. Sempre in casa del suo mecenate il Campanella detta un trattato De insomniis sulla fisiologia dei fenomeni onirici, un De sphera Aristarchi intorno all’ipotesi eliocentrica sostenuta dall’antico astronomo greco, un Exordium novae metaphysicae verosimilmente ancora estraneo alla concezione delle tre “primalità”, tre libri d’una Philosophia Pythagorica in esametri latini, una analoga Philosophia Empedoclis, vari discorsi per compiacere amici che si addottoravano recitandoli a proprio nome, molti versi latini e volgari: nessuno di questi testi ci è pervenuto.

Nell’estate del 1591 il Campanella soffrì gravemente di sciatica e reumi, cagionati, a suo avviso, dalla troppo lauta tavola di cui godeva in casa dei Tufo, e risanò curandosi ai bagni di Pozzuoli; nel settembre la carestia provocò in città sanguinosi tumulti, richiamando la sua attenzione sulla politica annonaria e sul potere assopito delle inconscie masse popolari. Probabilmente in quell’anno compì un breve viaggio in Puglia, forse seguendo il del Tufo nel suo feudo di Minervino dove conduceva un grande allevamento di cavalli: da quella visita fu indotto a meditare sulle pratiche eugenetiche estensibili alle società umane. Ai primi del ’92, in occasione della venuta del Tasso a Napoli, gli indirizzò un sonetto, invitando il poeta a volgere la propria musa a temi non profani; compose anche il primo libro di una vastissima fisica disegnata in venti libri, col titolo De rerum universitate, ma lo perderà tosto per sequestro a Bologna.

Nel maggio 1592, su denuncia di un invidioso, venne carcerato nel convento di S. Domenico sotto l’accusa di possedere un demone familiare annidato nell’unghia del mignolo e di aver ostentato spregio per la scomunica; la causa, dibattuta davanti a un tribunale costituito in seno all’Ordine e presieduto dal padre provinciale, verté essenzialmente sulle recise opinioni telesiane bandite dal Campanella a voce e per iscritto, specie nella Philosophia data alle stampe; alla domanda dei giudici: “Come sai tanto, visto che non hai studiato?”, rispose fieramente, ricordando le lunghe veglie a lume di lucerna, con un detto di s. Girolamo: “Io ho consumato più olio che voi vino”. Il 14 maggio fra’ Giovan Battista da Polistena, già provinciale domenicano di Calabria, nell’intento di sovvenire il Campanella, scrive a Ferdinando I di Toscana, proponendogli di prender la protezione di quel giovane di sì straordinario ingegno e cultura, ingiustamente perseguitato e ansioso di porsi al suo servizio. Il 28 agosto si conclude il processo con una sentenza che impone al Campanella salutari penitenze, il ritorno in Calabria entro una settimana e l’abbandono di ogni opinione telesiana. Ribellandosi alla sentenza, che lo esilierebbe daccapo nell’isolamento culturale e tra le meschine rivalità fratesche della sua provincia, il Campanella tenta un colpo di testa: con la scusa di recarsi a procurare il castigo del proprio calunniatore, ma aspirando in segreto alla cattedra, di cui gli è stata fatta balenare la speranza, in una delle università toscane (Pisa o Siena), il 5 sett. 1592 parte in opposta direzione alla volta di Roma e di Firenze. Nell’Urbe si trattiene un paio di settimane; visita il padre Alessandro de Franciscis, ebreo convertito e teologo domenicano dottissimo, il politico e moralista Fabio Albergati, il card. Francesco Maria Del Monte, autorevole rappresentante in Curia degli interessi del granduca, certo in traccia di appoggi e commendatizie. Ma proprio il porporato, il 25 settembre, invia a Firenze sul suo conto informazioni caute e sostanzialmente non favorevoli, confermate “ad abundantiam” due mesi dopo dal generale dell’Ordine Ippolito Maria Beccaria.

Il 2 ott. 1592, appena giunto a Firenze, ottiene udienza da Ferdinando I, a cui dedica l’inedito De sensitiva rerum facultate, e ne riceve buone parole, un sussidio in denaro, ma non l’impiego sperato; il 13 ottobre, munito di lettera di presentazione del granduca, visita la Biblioteca Medicea e vi si intrattiene con letterati distinti: Baccio Valori, Ferrante de’ Rossi, fra’ Giambattista Bracceschi, il padre Medici; il 16 ottobre il fuggiasco lascia Firenze alla volta di Bologna, dove sosta fino al cadere dell’anno nel convento di S. Domenico; ivi, ad opera di “falsi frati”, la lunga mano dell’Inquisizione gli sottrae furtivamente tutti i manoscritti, che rivedrà più tardi nel S. Uffizio tra le mani dei giudici, ma che non riuscirà a ricuperare mai più.