Arresto per ordine dell'Inquisizione

Ai primi di gennaio 1593 giunge a Padova e prende stanza nel convento di S. Agostino; subito è coinvolto in un’inchiesta per reato di sodomia perpetrato o tentato ai danni del generale dell’Ordine e, come innocente, viene ben tosto prosciolto. A Padova vive miseramente, iscritto all’università come studente spagnolo, forse impartendo lezioni private, studiando medicina e assistendo alle dissezioni anatomiche. Strinse allora amicizia con Galileo, che, nominato di fresco professore, gli aveva recato una lettera del granduca, e a Venezia ebbe incontri con Paolo Sarpi e rivide il Della Porta, che aveva lasciato Napoli per noie con il Sant’Uffizio. Il 23 giugno presenziò in qualità di testimone al conferimento della laurea in medicina ad un giovane udinese, Giambattista Clario, che presto gli sarebbe stato compagno nel carcere dell’Inquisizione; il 3 luglio la Congregazione dell’Indice in Roma prese in esame le opere sequestrate al Campanella in vista di una probabile proibizione; non a caso nel corso dell’anno verranno posti all’Indice “donec expurgentur” gli scritti maggiori del Telesio; il 13 agosto, sempre illudendosi che il granduca lo potesse chiamare a una cattedra in Toscana, gli scrisse invano, sollecitando. Nel corso del ’93 compone o delinea una Nova physiologia, rifacendo il primo libro del De rerum universitate perduto, e ne allestisce un “ingente volumen” in venti sezioni, dedicato a Lelio Orsini, residente a Padova, che gli verrà sequestrato all’atto dell’arresto, ancora “imperfectus”; replica al medico veronese Andrea Chiocco, che aveva scritto contro Telesio, difendendo in una Apologia pro Telesio (smarrita poi da G. Scioppio in Germania nel 1608) l’unità e la sede cerebrale dello spirito animale; detta a certi nobili uditori veneti un primo schema di Rhetorica nova (perduto) e dona ad Angelo Correr una Consultazione ai Veneziani (perduta) circa l’opportunità di consentire che gli ambasciatori spagnoli e francesi a Venezia si rivolgessero al Senato nella loro lingua. Ma soprattutto lo attrae la politica: è di quest’anno la stesura del vasto trattato Della monarchia de’ Cristiani (perduto), che fu offerto all’Orsini e inviato al del Tufo. Il Campanella vi esponeva quello che doveva restare il suo ideale supremo: la unificazione dell’ecumene sotto una sola legge religiosa e civile. Sullo stesso avvio elabora il meditato programma di riforme esposto nei Discorsi universali del governo ecclesiastico, intesi a rinnovare le strutture della Chiesa e del sacerdozio per adeguarle ai grandi compiti politici e sociali loro assegnati dalla Monarchia, e forse sin d’allora delinea l’appassionata esortatoria dei Discorsi ai principi d’Italia, invitati a riunirsi in Roma in una neoguelfa struttura federale presieduta dal papa.

Ai primi del 1594 il Campanella venne arrestato per ordine dell’Inquisizione, insieme con l’amico Clario e un tale Ottavio Longo da Barletta, sotto l’accusa di aver disputato “de fide” con un giudaizzante (cioè con un ebreo convertito al cattolicesimo e ritornato poi alla religione avita); all’atto dell’arresto fu trovato in possesso di un libro di geomanzia, superstizioso e vietato, che gli venne sequestrato insieme con tutti i suoi manoscritti. Il 18 febbraio nel Sant’Uffizio romano si delibera di far sottoporre i tre carcerati alla tortura e, dopo che questa è stata eseguita sul Longo, da Roma il 3 maggio si conferma l’ordine di torturare anche il Clario e il Campanella; una seconda tortura particolarmente severa per il Campanella venne disposta a Roma il 21 luglio.
Il Clario, che era in rapporto con influenti personaggi di casa d’Austria (successe più tardi al padre nella carica di protomedico della Stiria), ottenne che l’arciduchessa Maria d’Asburgo scrivesse al papa una lettera di raccomandazione per gli inquisiti. Il 30 luglio un gruppo di amici tentò dall’esterno l’effrazione delle carceri di Padova al fine di far evadere i tre detenuti, ma la mossa terneraria fallì e, in conseguenza, la posizione degli imputati riuscì aggravata: infatti il Sant’Uffizio avocò la causa a Roma e l’estradizione, per evitare un lungo e incerto negoziato con le autorità venete così gelose delle loro giurisdizioni, fu eseguita clandestinamente, con illegalità tanto più sfacciata in quanto il Clario era suddito della Repubblica.

L’11 ott. 1594 i tre prigionieri fecero il loro ingresso nelle carceri romane dell’Inquisizione che già ospitavano Francesco Pucci e Giordano Bruno, entrambi destinati a perire sul rogo. In un sonetto Al carcere il Campanella esprimerà con efficacia l’oscura ineluttabilità di quel convegno di liberi spiriti nella “rocca sacra a tirannia segreta”. Intanto le accuse a carico del Campanella si aggravano: è imputato di aver scritto un sonetto empio contro Cristo, di essere autore del libello ateo De tribus impostoribus, di sostenere opinioni democritee; presto il processo verterà sulla intera sua filosofia. Ma egli si batte coraggiosamente contro i giudici, si difende con efficace destrezza, contrattacca; lo stesso padre commissario Alberto Tragagliola è preso da viva simpatia per quel giovane così precocemente segnato dalla genialità e dalla sventura. Nel corso dell’anno aveva dettato una Fisiologia compendiosa, certo un sommario del sequestrato De rerum universitate, e molti versi latini e volgari (perduti). Nel carcere romano, non oltre il maggio 1595, stende un altro riepilogo latino della propria fisica col titolo di Compendium de rerum natura;si tratta dell’opuscolo che Tobia Adami rintracciò più tardi (1611) in Padova e pubblicò a Francoforte nel 1617 col titolo di Prodromus philosophiae instaurandae. Intraprende anche un’altra esposizione sommaria, in volgare, delle proprie dottrine fisiologiche, trascurando le vaste digressioni polemiche, e la intitola Epilogo magno di quello che della natura delle cose ha filosofato fra’ T. Campanella servo di Dio;l’opera, compiuta poi a Napoli nel 1598 e dedicata a Mario del Tufo, già toccava nel sesto e ultimo libro, accanto ai consueti quesiti della fisica, anche i problemi dell’etica. Insieme con molti versi compone anche un’Arte versificatoria (perduta) per introdurre nella lingua italiana la metrica latina e ne dona copia al Clario; detta infine in volgare due perduti poemetti filosofici sul modo di apprendere e sulla fisiologia.

Concluse le inchieste e gli interrogatori, il 14 marzo 1595 il tribunale invitò il Campanella a stendere le proprie difese: probabilmente in tale circostanza egli presentò uno scritto a sostegno della filosofia propria e del Telesio, intitolato Apologia pro philosophis Magnae Graeciae ad Sanctum Officium. A fine d’aprile venne torturato ancora una volta; pochi giorni più tardi fu emessa la sentenza a carico del Campanella e del Clario, condannati alla pubblica abiura “per gravissimo sospetto d’eresia”, mentre l’inchiesta a carico del Longo, quale maggiore colpevole, rimase ancora aperta. Il 16 maggio, con altri dieci compagni, nel corso di una solenne e sinistra cerimonia nella chiesa domenicana di S. Maria sopra Minerva, il Campanella e il Clario si piegarono all’abiura: mentre questi se ne andò prosciolto, il Campanella venne assegnato in residenza obbligata, “loco carceris”, al convento domenicano di S. Sabina sull’Aventino. Il 30 ottobre terminò anche il processo del Longo, condannato all’abiura e a lunga detenzione. Intanto, nell’operoso raccoglimento di S. Sabina, tutto intento a dimostrare ai superiori zelo e ravvedimento, il Campanella riprende a scrivere con rinnovata lena; il 25 dicembre dedica al card. Michele Bonelli, protettore dell’Ordine, il Dialogo politico contro Luterani, Calvinisti e altri eretici, esame polemico delle cause storiche e politiche della Riforma, e il giorno seguente lo invia con una devota lettera al padre Tragagliola. L’anno seguente, sempre in S. Sabina, compone un Trattato dell’arte cavaglieresca (perduto) dedicato al del Tufo, allevatore di purosangue, e stende in volgare una prima Poetica, offerta al card. nipote Cinzio Aldobrandini.

Ogni sua mossa è intesa a ricuperare intera la libertà: il 31 maggio 1596 presenta al Sant’Uffizio un memoriale per ottenere la restituzione dei propri manoscritti; il 12 giugno con un secondo memoriale chiede di essere abilitato a tenere per confino l’intera città di Roma, ma ottiene solo di poter visitare una volta tanto le sette chiese; il 3 luglio un terzo memoriale con le solite richieste viene respinto dall’Inquisizione. Soltanto l’ultimo dell’anno gli inquisitori consentono finalmente al Campanella di lasciare S. Sabina e di trasferirsi al convento della Minerva, nel cuore di Roma, ormai definitivamente prosciolto dal Sant’Uffizio e riaffidato ai superiori del proprio Ordine; sembra così che si avverino le più rosee speranze del giovane frate, cui è consentito vivere in un grande centro politico e di cultura e di sperare in una prossima, completa riabilitazione.

Invece quella pace non dura: il 5 marzo 1597 un delinquente comune, lo stilese Scipione Prestinace, nel salire il patibolo in Napoli, ottiene di rinviare l’esecuzione con l’abusato espediente di vantare “in extremis” pretese rivelazioni da compiere in materia di religione. Nominato da costui come eretico, il Campanella è subito arrestato e ricondotto, dopo due soli mesi di libertà, nel carcere dell’Inquisizione romana, dove intesse per un trimestre filosofici conversari col fiorentino Francesco Pucci, imbevendosi delle sue aspettative escatologiche e del suo generoso irenismo, non immune da accenti pelagiani. Il 18 maggio altri dodici eretici vennero condotti all’abiura pubblica nella Minerva, e tra essi il Longo e il Pucci; quest’ultimo venne poi decapitato in Tor di Nona il 5 luglio e il suo cadavere fu arso in Campo dei Fiori; il Campanella lo pianse con intenso accoramento nel Sonetto fatto sopra uno che morse nel Santo Offizio in Roma. Dopo aver dettato nel novembre il sonetto ACesare d’Este, invitandolo a non contrastare le pretese papali su Ferrara, rivendicata dalla S. Sede dopo la morte del duca Alfonso senza eredi legittimi, il 17 dicembre il Campanella venne finalmente liberato, concluso senza esito il supplemento d’inchiesta a suo carico, e fu riconsegnato ai superiori del suo Ordine perché lo assegnassero in relegazione severa ad un convento da stabilirsi; gran parte delle sue opere venne proibita; la decisione ultima, profondamente deludente per lui, fu di rimandarlo nella nativa Calabria.

Ai primi del ’98, piegandosi a malincuore all’obbedienza, il Campanella riprese la via verso la sua terra, che non rivedeva da un decennio. Nel viaggio cercò di prolungare la sosta a Napoli, dove ritrovò molti vecchi amici e protettori e diede lezioni di geografia a certi nobili, dettando una Cosmographia e una Encyclopaedia facilis “ai principi” (perdute) e dando l’ultima mano all’Epilogo magno. Nel maggio un tal Niccolò Fanti, prete, già complice della tentata evasione del 1594, depose nel Sant’Uffizio di Padova a carico del Campanella a proposito del sonetto empio contro il Redentore a lui attribuito. Imbarcatosi a Napoli nel luglio, a fine mese il Campanella prende terra nel golfo di Sant’Eufemia e raggiunge la vicina Nicastro, dove subito si adopera per pacificare le aspre contese giurisdizionali tra il vescovo e l’autorità civile. Di là il 15 agosto si trasferisce a Stilo e vi prende dimora nel piccolo convento domenicano di S. Maria di Gesù, dove compone cinquanta articoli contro il Molina, difendendo la dottrina tomistica della predestinazione, un trattatello De episcopo, forse quale specchio esemplare del pastore cristiano in senso controriformistico, e una tragedia Maria di Scozia “per Spagna contra Inghilterra” sulla fine infelice di Maria Stuarda (tutto perduto).
Fallita l’evasione dall’isolamento provinciale, compromessa irreparabilmente la carriera in seno all’Ordine, duramente percosso e umiliato, il Campanella dovrebbe ora seguire la via amara della rinuncia e del silenzio: presto si trova invece coinvolto in una nuova mossa temeraria. In quel paese stremato e oppresso, diviso da fazioni accanite e da aspre contese giurisdizionali, violato dalle scorrerie dei Turchi e dei Barbareschi, infestato dai banditi, prende via via forma intorno alla dominante figura del Campanella una vaga, ma pur vasta e rivoluzionaria congiura contro l’autorità spagnola ed ecclesiastica, intesa ad instaurare in Calabria una repubblica comunista e teocratica di cui egli sarebbe stato capo e legislatore. Il programma prevede la cacciata degli Spagnoli, la soppressione della proprietà e delle gerarchie, una democrazia fraterna pervasa dall’aspettazione di immani rivolgimenti cosmici già preannunciati da segni inquietanti in terra e in cielo. Forse il Campanella reca al complotto nulla più che l’apporto del suo fascino di uomo dotto e facondo, l’annuncio messianico del nuovo ordine imminente, una interpretazione globale delle profezie, degli oracoli, dei prodigi e dei segni astrali; ma le conventicole dei malcontenti e degli illusi vedono in lui la guida ispirata e il condottiero insostituibile, anche se ne fraintendono e snaturano le mete ideali, attratti solo dalla bramosia di saziare basse avidità e vendette personali.

In ripetute prediche del febbraio-aprile 1599 tenute nella chiesa di Stilo il Campanella annuncia pubblicamente l’imminenza di gravi rivolgimenti mondiali e forse sin d’allora compila una silloge di testi profetici sulla fine del mondo. Nel maggio si aduna a Catanzaro il capitolo provinciale domenicano, ma il Campanella, con suo scorno, non è designato a parteciparvi; si adopera invece a Stilo per metter pace tra le fazioni locali. Nel giugno i contatti fra i congiurati si fanno più fitti; il Campanella soggiorna per sei giorni a Monasterace, ospite di Scipione Concublet marchese d’Arena, ch’è curioso di aver ragguagli sulle novità che si vociferano imminenti; già il 16 di quel mese il vescovo di Squillace in un memoriale al Sant’Uffizio denuncia come sospetto il contegno del Campanella. Nel luglio fra’ Tommaso si reca a Castelvetere (oggi Caulonia), dove per due giorni intesse colloqui con persone interessate al movimento, poi sosta per altri quindici giorni ad Arena, sempre ospite del marchese, per recarsi poi a Pizzoni, dove per una settimana intrattiene vari conciliaboli segreti. Di ritorno a Stilo, trascorre qualche giorno nella casa paterna di Stignano, scambiando lettere cifrate con i congiurati, poi, ai primi d’agosto, presenzia ad altri due convegni clandestini a Davoli e a Santa Caterina, rientrando quindi a Stilo.