Prima delineatio defensionum

Il 10 agosto Fabio di Lauro e Giambattista Biblia, due oscuri congiurati di Catanzaro, scoprono la confusa trama all’auditore fiscale spagnolo Luis de Xarava, che tosto informa il viceré Ferrante Ruiz de Castro conte di Lemos; quattro giorni dopo anche fra’ Cornelio da Nizza, socio del visitatore domenicano di Calabria, denuncia il Campanella al Sant’Uffizio. Il 17 agosto, in seguito ai solleciti e decisi provvedimenti ordinati a Napoli, sbarca in Calabria per la repressione l’energico comandante Carlo Spinelli con due compagnie di fanti; il fragile e sconnesso edificio della congiura crolla subitamente tra fughe e delazioni; via via che i sospetti vengono catturati, si istituisce a loro carico un duplice processo di ribellione e d’eresia. Lo stesso giorno 17 il Campanella fugge dal convento di Stilo e si nasconde a Stignano in casa amica, Ma il 2 settembre, sentendosi malsicuro, si rifugia nel vicino convento francescano di Santa Maria di Titi e il giorno seguente muove verso la Roccella, celandosi, travestito da contadino, nella capanna di un Antonio Mesuraca, che aveva verso di lui un grave debito di riconoscenza perché in passato il padre del Campanella gli aveva salvato la vita. Ma, dopo aver promesso al Campanella di procurargli un imbarco sicuro, il Mesuraca lo tradisce, consegnandolo (6 settembre) agli armati che lo braccavano. Tradotto nel carcere di Castelvetere, il 10 settembre vi scrive di suo pugno e consegna allo Xarava una Dichiarazione sui fatti di Calabria, che risulterà per lui gravemente compromettente per le incaute ammissioni in essa sottoscritte. Il 13 settembre viene tradotto al castello di Squillace, dove si inizia il processo; il 29 il tribunale si trasferirà a Gerace, dopo che, due giorni avanti, due complici della congiura sono stati giustiziati a Catanzaro; nel frattempo molti vagamente compromessi o sospettati versano ai repressori somme ingenti di denaro per assicurarsi l’impunità. Sulla fine d’ottobre centocinquantasei prigionieri, e fra essi il Campanella, incatenati a coppie in lunghe file vengono trasferiti a piedi a Monteleone (oggi Vibo Valentia) e scendono a Bivona, presso il Pizzo, per imbarcarsi su quattro galere.

Le navi, col loro triste carico, giunsero in vista del porto di Napoli l’8 nov. 1599, recando quattro congiurati impiccati ai pennoni; altri due vennero squartati presso il molo a monito del fedele popolo della capitale. Insieme a numerosi complici il Campanella venne serrato in Castel Nuovo nel torrione del Castellano: vi ingannò l’attesa angosciosa componendo poesie per compiangere le sventure proprie e animare a virili sensi gli amici, ai quali scrisse biglietti clandestini, incitandoli a ritrattare le prime confessioni. Dopo che il Sant’Uffizio ebbe richiesto invano (11 novembre) che i sospetti d’eresia venissero tradotti a Roma, si iniziò il processo della congiura per i laici, prima fase d’una serie sfibrante di interrogatori, confronti e torture. L’11 genn. 1600, papa Clemente VIII sottoscrisse il breve di costituzione del tribunale deputato a giudicare la causa della congiura per gli ecclesiastici, chiamando a farne parte il nunzio a Napoli Iacopo Aldobrandini e il magistrato don Pedro de Vera, fattosi chierico per l’occasione. Il 18 gennaio ebbe luogo il primo interrogatorio del Campanella, che negò recisamente ogni addebito, e si chiese a Roma l’autorizzazione a torturarlo; il 31, al fine di fiaccarne la resistenza, venne chiuso per una settimana nell’orrida segreta sotterranea detta “del coccodrillo”, dalla quale uscì, infermo e stremato, per venir sottoposto al durissimo tormento del “polledro”, reiterato il giorno seguente. Egli non lo sopportò, piegandosi ad un’ampia confessione, nel corso della quale, pur negando di aver tramato la ribellione, ammise di aver voluto erigere una repubblica di nuovo stampo, se fossero sopravvenuti in Italia i rivolgimenti attesi e preannunciati. La sua arrendevolezza sotto il tormento, probabilmente simulata è la prima mossa di un ben architettato tentativo di salvezza: egli sa bene di essere il capo riconosciuto del movimento e che la sua situazione processuale può dirsi disperata, anche se, per formale rispetto della procedura, gli viene consegnato un riassunto delle accuse emerse a suo carico e lo si invita a presentare le proprie difese: quelle redatte nel marzo dall’avvocato dei poveri Giambattista de Leonardis appariranno tanto coraggiose quanto inutili.

Il 2 aprile, mattina di Pasqua, il Campanella mette in atto il suo piano: si fa trovare dai carcerieri riverso e vaneggiante sul pagliericcio incendiato, nella cella piena di fumo: dà inizio così, conscio di giocare tra la vita e la morte, a una temeraria e tenacissima simulazione di pazzia, l’unico espediente che ancora può salvargli la vita. Intanto completa di nascosto (10 aprile) la stesura delle proprie difese, che non è ormai più in grado di consegnare, visto che si mostra fuor di senno, ma che viene via via ritoccando nel corso dell’anno per ogni eventualità: esse si compongono di una Prima delineatio defensionum, narrazione abilmente attenuata dei fatti di Calabria, e di una Secunda delineatio defensionum, silloge dei testi profetici che avevano ispirato la sua predicazione e primo abbozzo dei futuri Articuli prophetales;è di quei giorni anche l’Apologia ad amicum, indirizzata probabilmente al Ponzio, nella quale il Campanella esprime il suo accorato sdegno per il fraintendimento del proprio messaggio operato dai congiurati calabresi (lo scritto verrà poi rielaborato a guisa di appendice agli Articuli). Il 19 aprile il papa nominò giudici del processo d’eresia il nunzio Aldobrandini, il suo vicario e il padre Tragagliola, già commissario del Sant’Uffizio romano e ora promosso vescovo di Termoli; il 10 maggio ebbe inizio il processo d’eresia e due giorni dopo si chiese a Roma l’autorizzazione a torturare gli imputati, che venne concessa l’8 giugno ad arbitrio dei giudici. Intanto il 17 maggio aveva avuto luogo il primo interrogatorio del Campanella, che seguitò a mostrarsi pazzo; il 18, torturato con un’ora di “corda”, persisté nelle stravaganze e nei dinieghi; il 20, in un terzo interrogatorio, non si tradì nella sua ardua finzione; più tardi (6-15 novembre) ben dieci testimoni deposero, proclamandosi convinti della pazzia del Campanella, che era stato spiato a più riprese, anche di notte.

Nel corso di quell’anno 1600, il recluso si occupa di astrologia, compone rime autobiografiche e sacre, sonetti politici e d’occasione, oziosi versi d’amore dettati per compiacere compagni cli prigionia; a partire dall’aprile stende febbrilmente la Monarchia di Spagna, additando, non senza opportunismo, nella grande monarchia iberica la potenza mondiale destinata ad attuare l’unificazione dell’orbe sotto un solo potere e l’erezione della monarchia cristiana. Il 1º genn. 1601 morì il mite e comprensivo Tragagliola e solo il 23 marzo venne designato a sostituirlo in seno al tribunale il severo Benedetto Mandina, vescovo di Caserta. Questi il 13 aprile scrisse a Roma lamentando l’estrema penuria di cui soffrivano i frati imprigionati e il 26 gli fu risposto di far provvedere alle loro necessità mediante i superiori della provincia domenicana; ma ancora nell’agosto quelli non s’erano piegati a sovvenire i loro sventurati confratelli.

Il 31 maggio da Roma si ordinò di accertare definitivamente se la pazzia del Campanella era vera o finta. Un fidato amico e compagno di carcere, fra’ Pietro Presterà, nella speranza di sottrarre il Campanella alla nuova tortura minacciata, fece pervenire ai giudici (3 giugno) la Prima e la Secunda delineatio defensionum, ma senza esito. Dopo aver protratto senza mai tradirsi, per quattordici mesi, l’abile e pertinace simulazione della pazzia, il Campanella la sancì definitivamente sopportando con animo invitto, per trentasei ore consecutive (4-5 giugno), l’atroce supplizio della “veglia”; ne uscì stroncato, infermo per sei mesi ma salvo, perché la prova legale della sua follia lo sottraeva per sempre al patibolo. Fatto certo ormai della vita, lotterà d’ora innanzi per ricuperare quella libertà, che sola può consentirgli di attuare nel mondo l’azione riformatrice cui si sente predestinato. Il superamento dell’inaudita tortura resterà poi nel suo ricordo come prova di coraggio inflessibile, un culmine alto, quasi testimonianza vissuta della libertà dell’arbitrio umano, che forze avverse e fisiche sofferenze non possono riuscire a piegare.

Il 2 agosto una perquisizione improvvisa operata nel carcere conduce al sequestro di un codicetto, nel quale un amico e coimputato, fra’ Pietro Ponzio, era venuto trascrivendo ottantadue poesie del Campanella; fu sequestrato altresì un fitto manoscritto (che il Campanella cercò di salvare gettandolo dalla finestra su un sottostante terrazzo) contenente il testo dell’Epilogo magno, che l’autore, ancora prostrato per il supplizio patito, già veniva riprendendo; nel corso dell’anno continuò a dettare poesie, si dedicò a studi di grafologia, stese probabilmente gli Aforismi politici, esposizione “epilogistica” della sua dottrina sulle società umane organizzate e sul potere. Il 20 settembre morì il vicerè conte di Lemos e gli successe interinalmente il figlio Francisco de Castro.
Del tutto risanato, il Campanella trascorre il 1602 componendo opere di largo impegno: la Città del Sole, descrizione romanzesca, sul modello dell’Utopia del More, di una repubblica felice, nella quale riapparivano, idealizzate e riscattate dalle rozze interpretazioni dei congiurati, le idee di riforma radicale della società bandite in Calabria al tempo della congiura; la prima redazione (in volgare) della Metafisica in tre parti e 15 libri; varie rime filosofiche. Il 16 ottobre due frati complici, Dionisio Ponzio e Giuseppe Bitonto, riescono ad evadere dal Castel Nuovo e a riparare dapprima a Malta, poi a Costantinopoli, dove il Ponzio, fattosi maomettano, verrà ucciso in rissa da un giannizzero. Dopo lunga ponderazione degli atti del processo d’eresia, si delibera in Roma (13 novembre) che il Campanella sia condannato al carcere perpetuo e irremissibile da scontarsi nelle prigioni del Sant’Uffizio; il 29 il tribunale napoletano prende atto della sentenza, che è puramente formale, sia perché sono tuttora aperti i processi per la ribellione, sia perché è palese che il governo spagnolo non concederebbe mai l’estradizione di un personaggio tanto pericoloso. L’8 gennaio del 1603 la sentenza venne letta al Campanella.

Mentre continua fiaccamente il processo per la congiura, destinato a non sfociare in conclusione di sorta, giunge a Napoli in aprile il nuovo viceré Juan Alfonso Pimentel de Herrera, conte di Benavente; poco dopo, il giudice de Vera si sposa (luglio 1603) rendendosi inabile a far parte del tribunale di un processo ecclesiastico, sicché anche la causa di ribellione contro i frati ne risulta arenata. Un decreto (7 agosto) del padre Francesco Maria Guanzelli, maestro del Sacro Palazzo, pone all’Indice tutte le opere del Campanella. Per timore che tenti di imitare il Ponzio nell’evasione, nello stesso mese lo si trasferisce nel torrione del castello, in cella più isolata e sicura; là, in compagnia di Felice Gagliardo, giovinastro superstizioso, si dà alle pratiche magiche e alle evocazioni demoniache, mosso da fallaci presagi di libertà e da vibranti speranze di prossimi sommovimenti cosmici provocati dalla prevista “congiunzione magna” (l’eccezionale concorso di pianeti nell’auge di Mercurio in Sagittario atteso per il 24 dic. 1603). La scoperta, in ottobre, di un piano ordito per favorire la sua fuga provoca una sorveglianza più severa. Fin dall’aprile aveva affidato al tedesco Christoph Pflug, carcerato per errore in Castel Nuovo, copia della Monarchia di Spagna e dell’Epilogo magno;intraprende una vasta Astronomia in quattro libri, che compirà l’anno seguente, allegandovi un’appendice De symptomatis mundi per ignem interituri (perduta); stende anche un Prognosticon astrologicum de his quae mundo imminent usque ad finem (perduto), che invia all’amico Antonio Persio e al matematico e geografo Giovanni Antonio Magini; affida al discepolo Geronimo del Tufo la Metafisica italiana, che non riuscirà più a ricuperare; nell’inasprita detenzione, privo di libri e dell’agio di scrivere, compone essenziali rime filosofiche.

Nel luglio 1604 venne trasferito in castel Sant’Elmo, in un’orrida fossa sotterranea cieca e umida, dove resterà per quattro anni, con ferri alle mani e ai piedi, toccando il culmine del suo calvario di sofferenze fisiche e morali. Con il solo conforto di un pio confessore, il pavese don Basilio Berillari, superando quella profonda crisi di sconforto e di smarrimento intellettuale, egli venne allora operando un radicale ripensamento dei propri filosofemi, che coronerà l’anno seguente con l’accettazione della propria sorte di sofferenza e di grandezza, in una illuminante conversione, che non tanto si risolse in ascesi religiosa, quanto in una reinterpretazione globale del proprio destino. Potrà così rientrare senza riserve nell’ovile cattolico recando con sé, intatto, il prorompente impulso riformatore. Nella “fossa” detta le sue liriche più sofferte: il Sonetto nel Caucaso, la Lamentevole orazione profetale, le tre Salmodie metafisicali, le quattro canzoni In dispregio della morte; di là indirizza al papa, ai sovrani, ai potenti, commosse suppliche di liberazione, di continuo ravvivando le sempre deluse speranze. Sempre nel 1604, ricompone in volgare, col titolo Del senso delle cose e della magia, il perduto De sensitiva rerum facultate del 1590 e, tramite il devoto e autorevole confratello Serafino Rinaldi, fa pervenire al viceré un suo parere De regimine regni Neapolitani (perduto), forse rifuso poi negli Arbitrii del 1608.