La Metaphysica

Anche nel corso del 1609 l’operosità dello scrittore fu intensa: dopo aver discusso con lo Scioppio l’opportunità di volgere in latino i propri scritti per farli conoscere in Germania, traduce il Senso delle cose, che si trasforma nel De sensu rerum;concepisce il disegno di allegare alla trattazione fisica ed etica dell’Epilogo magno anche un testo politico e connette a quel trattato gli Aforismi politici, costituendo la tripartita Filosofia epilogistica, non senza sviluppare in forma autonoma la trattazione sin’allora embrionale dell’Etica; intraprende, a guisa di commentario di tale esposizione sintetica, le vaste Quaestiones physiologicae, ethicae et politicae, compiute in prima stesura intorno al 1613, e detta per esse, a guisa di preambolo, il De gentilismo non retinendo;compone una prima Medicina in due libri; avvia in latino una seconda Metaphysica;continua ad accarezzare l’idea missionaria, quell’idea che animerà il Quod reminiscentur, dichiarando di esser capace di “tirar gli Ebrei alla fede”.
Il 29 apr. 1610 il Sant’Uffizio ordina all’inquisitore, napoletano di accertare quanto vi sia di censurabile negli scritti del Campanella, di reiterare la perquisizione nella sua cella e di trovare un accordo col viceré perché egli sia custodito severamente e non abbia modo di carteggiare. Il 14 maggio il prelato risponde fiaccamente di non aver trovato particolari errori nelle opere in sua mano, fuor delle antiche tesi già venute in luce attraverso i processi. Fin dal 6 maggio il viceré (che il 13 luglio cedette poi i poteri al successore Pedro Fernandez de Castro, conte di Lemos) aveva consentito a “religiosi e persone spirituali” di visitare il Campanella nel carcere, ma dopo due sole settimane l’ordine venne revocato; in quello stesso mese una perquisizione operata nella cella condusse al sequestro della seconda, incompiuta Metaphysica. Senza scoraggiarsi, il Campanella ricompone da capo una terza Metaphysica latina in 13 libri; abbozza verosimilmente quello che sarà il libro II del futuro Quod reminiscentur, rivolto alla conversione dei pagani; stimolato dall’apparire del Nuncius sidereus di Galileo, riprende a lavorare all’Astronomia;in data imprecisata tra il settembre e i primi dell’anno seguente indirizza un memoriale a Filippo III e a Paolo V.

Il 13 genn. 1611 scrisse una calorosa lettera a Galileo a proposito del Nuncius. In seguito a un memoriale al papa presentato dai domenicani di Napoli (certo sollecitato e probabilmente redatto dal Campanella) perché si addivenga ad una sentenza conclusiva nella causa della congiura, da Roma si ordina (17 marzo) di accertare se il processo è terminato e se il Campanella può venir tradotto nelle prigioni del Sant’Uffizio; un secondo memoriale dei frati sarà letto il 3 giugno. Nel maggio una ennesima perquisizione operata nel carcere condusse al sequestro dell’Astronomia, che andò così perduta; nell’estate il Campanella fece presentare al viceré un ampio memoriale e un altro ne spedì (29 ottobre) a Paolo V, chiedendo di essere tradotto presso l’Inquisizione romana e non mandato in Spagna, come si vociferava; supplicava anche per ottenere vesti e medicine, delle quali venne provveduto con ordine del 1º dicembre. Nel corso dell’anno, sempre interessato a questioni astronomiche, aggiunge una Nova appendix necessaria agli Articuli prophetales;apporta alcuni ritocchi significativi al testo italiano della Città del Sole;riprende e amplia la Medicina;avvia probabilmente la versione in latino della Filosofia epilogistica;continua a vagheggiare l’idea missionaria, proclamandosi certo di poter convertire ebrei e maomettani. Al riaprirsi di una vecchia polemica dietetica tra naturalisti, per compiacere l’amico telesiano Antonio Persio, autore di un trattatello Del bever caldo (Venezia 1593), gli dedica un De utilitate potus calidi (perduto).

Il 19 luglio 1612 si dà lettura nel Sant’Uffizio romano di un memoriale del Campanella, che chiede di essere ascoltato circa gravi argomenti in materia di fede; si tratta palesemente di un ulteriore espediente in vista della sperata estradizione. Lo stesso giorno si legge pure un esposto di Stefano de Vicariis, vescovo di Nocera e commissario dell’Inquisizione del Regno, il quale lamenta che il Campanella sia detenuto con tanta strettezza da non poter parlare a persona senza il permesso del viceré. Più tardì (1º settembre) mons. de Vicariis annuncerà di aver visitato il Campanella nel carcere e di aver appreso da lui che l’autorità civile non solleverebbe difficoltà per consegnarlo ai superiori ecclesiastici, ove questi lo richiedessero; il 27 Paolo V farà rispondere al prigioniero che la maggiore agevolazione in cui gli è lecito sperare è il carcere perpetuo. Nel 1612 il Campanella diffonde tra i suoi amici un Index librorum, che comprende ormai 36 titoli di proprie opere. Rifacendo la giovanile Rhetorica dal 1593, rielaborando in tre libri una vasta Dialectica (nella quale rifuse solo in minima parte il giovanile De investigatione rerum perduto), ricomponendo in latino con ingenti accrescimenti una Poetica che restaurasse lo smarrito testo volgare del 1596, infine aggiungendo “ex novo” una breve Historiographia, il Campanella ha ormai costruito l’ingente volume della Philosophia rationalis, al quale solo dopo il 1618 aggiungerà una quinta sezione (ma prima nel definitivo ordinamento) dedicata alla Grammatica.

Tra l’autunno 1612 e la primavera seguente si trattengono per otto mesi a Napoli, reduci dalla Terrasanta, nel corso di un vasto periplo d’istruzione, il nobile giovinetto sassone Rudolf von Bünau e il suo precettore Tobia Adami; quest’ultimo, uomo di ottimi studi umanistici e giuridici, grande ammiratore del Campanella, riesce a mettersi in contatto con lui, intesse un carteggio quasi quotidiano di oltre duecento lettere, riceve per sé e per il proprio discepolo due calorosi sonetti elogiativi e finalmente, nel partirsi, porta con sé copia di quasi tutte le maggiori opere del filosofo: il De sensu rerum, la tripartita Philosophia epilogistica (tradotta in latino solo nelle parti I e II col titolo De philosophia naturali et morali), la Medicina non ancora ampliata fino ai sette libri definitivi, il De gentilismo non retinendo, una Scelta di ottantanove “poesie filosofiche” alle quali l’autore, in vista d’una vagheggiata pubblicazione oltr’Alpe, aveva affiancato espressamente un’Esposizione in prosa. Nel corso della calorosa discussione epistolare con l’Adami il Campanella aveva dettato l’Epistola antilutherana, le Responsiones e le Responsiones secundae ad obiectiones, componendo una vibrata apologia del cattolicesimo contro le tesi della Riforma, che allogherà più tardi nel libro I del Quod reminiscentur. Inoltre l’Adami si procura a Napoli, tramite il domenicano Gregorio Costa, copia della terza Metaphysica del 1611, anche se l’autore già attende ad un vasto rifacimento, che si protrarrà per il successivo decennio.

Nel 1613 il Campanella intraprende l’immane Theologia, stende gran parte dei sette libri Astrologicorum che compirà ai primi del 1614, continua a ritoccare gli Articuli prophetales, che promette, ma non consegna all’Adami. Sempre in contatto con Galileo, nel giugno discute per iscritto le sue tesi sulle macchie solari e altrettanto farà in novembre analizzando il galileiano Discorso delle cose che stanno in su l’acqua o che in quella si muovono (Firenze 1612); l’uno e l’altro testo andranno poi ad accrescere le Quaestiones physiologicae. Il napoletano Tommaso Costo pubblica a Venezia una edizione accresciuta della sua Istoria del Regno di Napoli nella quale narra gli eventi della congiura del 1599 e dei conseguenti processi, con accenti di viva ostilità verso il Campanella.

L’8 marzo 1614 annuncia a Galileo di attendere al libro IV della Theologia;due mesi dopo ha già compiuto il libro V. Il 9 maggio viene letta nel Sant’Uffizio romano una denuncia del domenicano Angelo Romano di Palermo, il quale lamenta che il Campanella nel carcere abbia agio di comporre libri e li distribuisca a eretici di varie nazioni; un’inchiesta condotta dal de Vicariis non riesce ad accertare il fatto. L’11 maggio il Campanella detta un memoriale a Cosimo II di Toscana, per ottenerne la protezione e un appoggio per la stampa d’una raccolta di propri scritti; vi allega un’ampia lista di “promesse mirabili” e di opere; per dare maggior peso al documento, lo fa sottoscrivere da Fabrizio Serrano y Leyva conte di Casalduni, un giovane patrizio inetto e malaticcio di cui l’amico fra’ Serafino Rinaldi amministrava i beni. Deplorando i troppo agevoli contatti con varie persone, di cui il Campanella gode in Castel dell’Ovo, a fine ottobre il viceré lo fa trasferire daccapo in Castel Sant’Elmo in dura reclusione; subito dopo le autorità affidano, per pochi giorni al Campanella copia della sua prima Metafisica in volgare (trovata in possesso di un certo G. B. Heredia e sequestrata), perché risarcisca una lacuna riscontrata nel manoscritto, che gli vien tosto ritolto. Nel corso dell’anno completa verosimilmente la redazione latina della Philosophia realis, affiancando alla Physiologia e all’Ethica la rielaborazione degli Aforismi politici nella Politica in 173 articoli, allegandovi la Civitas Solis e l’Oeconomia composta ex novo; ciascuna delle quattro sezioni di questa Philosophia della “realtà” fisica e morale è ormai corredata di ampie Quaestiones analitiche e polemiche. Tra il cadere del 1614 e il maggio 1618 darà corso in Sant’Elmo al rifacimento radicale della Medicina, in sette libri.

Nel 1615 il severo rigore della prigionia costrinse il Campanella ad una penosa inazione; sin dal 23 aprile il Sant’Uffizio romano aveva ordinato al nunzio a Napoli di procacciare copia dell’Atheismus triumphatus e di fare in modo che il recluso venisse posto nell’impossibilità di scrivere; soltanto a gran fatica poté forse avviare la stesura definitiva dell’ampio testo missionario, volto alla conversione al cattolicesimo di tutte le genti, che intitolò da un versetto del salmo XXI: Quod reminiscentur et convertentur ad Dominum universi fines terrae.

Il 24 febbr. 1616 i consultori del Sant’Uffizio in Roma qualificano formalmente eretica l’ipotesi eliocentrica copernicana e due giorni dopo il card. Bellarmino intima a Galileo il “praeceptum” che gli vieta in futuro di insegnare o sostenere le tesi condannate; il 5 marzo segue la condanna all’Indice del De revolutionibus di Copernico e della Lettera in sua difesa del calabrese Paolo Antonio Foscarini, apparsa a Napoli nel 1615. Posto in allarme dalla scoperta ostilità dei teologi romani, il Campanella compone di getto nell’estate una serrata Apologia pro Galileo, difendendo l’opinabilità scientifica e l’irrilevanza dogmatica della teoria, che pure mal si conciliava con la sua fisica di impronta telesiana, dando così prova di schietto disinteresse e di strenuo coraggio intellettuale; subito fece pervenire il proprio scritto al card. Bonifacio Caetani, incaricato di espurgare il libro di Copernico, sperando così di giovare al grande amico pisano; solo dopo la morte del porporato (nel giugno 1617) escogiterà l’aggiunta di una dedica al Caetani premessa all’Apologia per lasciar credere di aver scritto per suo mandato.

Il 16 giugno 1616 il conte di Lemos lascia il governo di Napoli al fratello Francisco in veste di luogotenente e il 26 sbarca a Pozzuoli il nuovo viceré Pedro Girón duca d’Osuna, uomo ambizioso e irrequieto; sin dall’agosto, ancor prima di aver fatto il suo ingresso in città, l’Osuna mostra interesse per il Campanella e lo fa condurre alla propria presenza in Posillipo sotto buona scorta, concedendogli poi il trasferimento nel Castel Nuovo in assai più blanda detenzione. Colmo di speranze per quell’improvvisa benevolenza, il Campanella scrive a Galileo (3 novembre): “sto quasi in libertà”; pochi giorni dopo, proclamando di aver da esporre importanti rivelazioni, ottiene udienza dall’Osuna e chiede senza mezzi termini di essere addirittura rilasciato: il capriccioso duca gli risponde invece con male parole e lo ricaccia nella segreta di Castel S. Elmo.