Atheismus

Il 1º genn. 1625 il card. Trexo rispose al Campanella con una lettera benevola e colma di considerazione, ma inconcludente; subito dopo questi tornò a chiedere la revoca della sospensione a divinis e ricevette (1º febbraio) un secondo rifiuto; nel maggio, in una commovente supplica al viceré per ottenere il pagamento del vitto, lamentò di esser “costretto a morirsi di fame”. Il bisogno di libertà non era stato soffocato dalla snervante prigionia: nel giugno ottenne che i domenicani di Calabria con il loro provinciale fra’ Ambrogio Cordova indirizzassero al re di Spagna una petizione per la sua liberazione; il 20 agosto scrisse egli stesso al generale dell’Ordine, padre Niccolò Ridolfi, chiedendo di poter celebrare la messa e di riavere i libri liberati dalle censure, invocando protezione e libertà; inviò allora il Quod reminiscentur anche a Urbano VIII. Un passo decisivo in suo favore fu compiuto il 12 settembre, quando a Madrid il Consiglio d’Italia propose che il suo caso venisse devoluto al viceré, “perché faccia in questo ciò che gli parrà sia giustizia”; nei decenni trascorsi e in tanto mutare di uomini e di cose s’era persa financo la memoria del suo delitto e qualche amico compiacente aveva fatto sparire le carte dei vecchi processi. Per la terza volta il Sant’Uffizio romano negò ancora (8 ottobre) al Campanella la facoltà di celebrare la messa, com’egli postulava, e già il 2 genn. 1626 un nuovo memoriale dell’irriducibile recluso riproponeva alla Congregazione romana la stessa richiesta tetragona.

Solamente nel marzo 1626 giunse a Napoli la lettera regia che demandava al viceré ogni decisione in merito alla sorte del Campanella; questi scrisse allora (26 aprile) al compatriota e discepolo Giambattista Contestabile, perché sollecitasse in Napoli le formalità legali del suo rilascio; il 15 maggio il Consiglio collaterale del viceregno deliberò che il Campanella venisse liberato sotto cauzione, con l’obbligo di ripresentarsi ad ogni chiamata. Fu così che il 23 maggio, dopo quasi ventisette anni di continua e spesso durissima detenzione, il Campanella poté finalmente uscire dal Castel Nuovo e recarsi a prendere stanza in quel convento di S. Domenico che trentacinque anni prima era stato teatro della sua vivace ribellione giovanile. Rimase libero per un mese, visto che il Sant’Uffizio, non appena informato del rilascio, ordinò di tradurlo di nascosto a Roma. In esecuzione di quella deliberazione venne daccapo arrestato a Napoli (22 giugno) per ordine del nunzio e indotto a scrivere al papa, a scanso di conflitti giurisdizionali, con la richiesta d’essere tradotto a Roma. Travestito da prete secolare, incatenato, sotto il falso nome di don Giuseppe Pizzuto per eludere le difficoltà che il governo spagnolo avrebbe sollevato contro l’estradizione, il 5 luglio si imbarcò alla volta di Roma, dove giunse tre giorni dopo, venendo chiuso nel palazzo dell’Inquisizione per rendere conto al tribunale ecclesiastico di quei falli che la giustizia secolare gli aveva rimessi dopo sì lunga espiazione.

Il 16 luglio 1626 il Sant’Uffizio romano, riesaminata la causa del Campanella e presa visione delle censure dettate dal Bellarmino, ordina che egli venga detenuto nel palazzo dell’Inquisizione, in stretto isolamento, ma con ogni riguardo ed agio materiale. Autorizzato a scrivere, nell’agosto subito ne approfitta componendo un’apologia dell’autorità pontificia sopra i sovrani laici con le perdute Animadversiones ad libellum Parlamenti pro Rege Christianissimo in difesa del Tractatus de haeresi, schismate ac de potestate Romani pontificis dato in luce a Roma nel 1625 dal gesuita Antonio Santarelli e clamorosamente condannato dalla Sorbona per l’asserito diritto papale di deporre i sovrani eretici. I cardinali inquisitori, in considerazione dell’infermità da cui il Campanella è afflitto, lo autorizzano (27 agosto) a lasciare il carcere comune e a prendere stanza, sempre nel palazzo del Sant’Uffizio, in una cella della residenza del padre commissario o del suo socio, rimanendo però sotto chiave e con promessa di occuparla loco carceris. Poco dopo (15 settembre) il vescovo di Molfetta consegna all’Inquisizione copie manoscritte di tre opere del Campanella: il Quod reminiscentur, la Monarchia del Messia e l’Atheismus triumphatus.

Avendo appreso che Urbano VIII è travagliato dalla malferma salute e più dalle insistenti e diffuse predizioni di morte imminente, il Campanella fa sfoggio della sua dottrina astrologica, di cui sa che il papa fa gran conto, dettando l’opuscolo De fato siderali vitando inteso ad illustrare una serie di pratici accorgimenti che dovrebbero consentire di eludere il destino astrale; subito dopo mise in atto, in compagnia e a beneficio del papa, le pratiche propiziatorie così suggerite e se ne guadagnò la simpatia e il favore. Il 17 dicembre la Congregazione del Sant’Uffizio, dopo aver ascoltato una relazione severa del card. Desiderio Scaglia intorno agli errori in materia di fede rilevati nell’Atheismus, aprì un ennesimo processo contro il Campanella per investigare se egli aveva procurato la diffusione di quello e di altri libri e se il testo incriminato era stato presentato per iniziativa sua, oppure di estranei, il 22, introdotto alla presenza degli inquisitori, il Campanella supplicò di poter godere d’una detenzione meno rigorosa; i cardinali, pur rifiutando, raccomandarono ai custodi di usargli ogni riguardo. Nel secondo semestre del 1626 (o ai primi del ’27) compose in italiano i due Discorsi sulla libertà e felice suggezione allo Stato ecclesiastico;in Germania vide la luce la quinta edizione (seconda latina) del Discursus sui Paesi Bassi.

Il 7 genn. 1627 il Sant’Uffizio deliberò di procedere formalmente contro il Campanella, esaminando punto per punto le dottrine censurate dal card. Scaglia nell’Atheismus; all’inquisito si ingiunse di consegnare anche le altre sue opere e di renderne conto; esemplari manoscritti delle stesse vennero ricercati anche presso lo Scioppio e nei conventi domenicani del Regno. Il 29 marzo, al cospetto degli inquisitori, il Campanella chiese che gli fosse resa giustizia, porse una supplica al papa, postulò licenza di poter celebrare la messa, chiese un servo per assisterlo e carcere meno rigoroso. Era un modo di passare al contrattacco. Ottenne solo che Filippo Borelli, figlio d’un suo antico carceriere napoletano presentato in quell’occasione come nipote, fosse autorizzato a convivere seco con ufficio di amanuense e famiglio. I cardinali sollecitarono allora l’elenco delle proposizioni censurate, che il padre Niccolò Riccardi, consultore del Sant’Uffizio, veniva intanto redigendo: il testo conclusivo si articolò in ottanta tesi vertenti principalmente sulla dottrina della predestinazione toccata nell’Atheismus e sul pansensismo sostenuto nel De sensu rerum;prontamente il Campanella replicò, dettando l’ampio trattato De praedestinatione (compiuto forse l’anno seguente) e la Defensio libri sui De sensu rerum. Riammesso alla presenza dei cardinali inquisitori (8 aprile) lamentò le proprie infermità e chiese di venir trasferito presso un convento del proprio Ordine, oppure in Castel Sant’Angelo, o almeno di essere abilitato a tenere l’intero palazzo del Sant’Uffizio “loco carceris”. Gli fu solo concesso di tener seco il Borelli, che gli prestasse assistenza. In quei giorni, per compiacere il padre Ippolito Lanci, commissario dell’Inquisizione, gli riespose in compendio, di malavoglia, l’opuscolo De’ titoli composto tre anni prima per il Cesarini.

Il 22 sett. 1627 gli venne assegnato un sussidio di 10 scudi mensili per il vitto e le altre sue necessità, a carico dell’Ordine domenicano. Di fronte alla Congregazione, il 21 dicembre perorò a lungo in difesa dell’Atheismus, chiese invano l’abilitazione a risiedere in convento, o almeno nell’intero palazzo del Sant’Uffizio, e consegnò un nuovo memoriale per il papa. Si dispose allora che egli venisse interrogato punto per punto sui luoghi censurati, ma si ha l’impressione che il rigore inquisitorio fosse sul punto di addolcirsi, e non tanto per il candore delle sue opinioni e la bravura nel difenderle, quanto per il palesarsi sempre più aperto della simpatia e del favore del papa; per compiacerlo, toccandone le ben note ambizioni letterarie, e per accattivarselo definitivamente, il Campanella aveva allora intrapreso da qualche tempo la stesura di prolissi, eruditi e frigidi Commentaria sulle poesie latine giovanili del Barberini, analizzandone ogni aspetto metrico e grammaticale, didascalico e filosofico.

Lamentando la propria infermità, il 3 febbr. 1628 il Campanella chiede ancora una volta di essere esentato dalla reclusione in cella, e finalmente il papa non rifiuta, ma pone solo come condizione l’esaurimentodell’inchiesta sull’Atheismus;il non luogo a procedere riguardo a tale scritto venne pronunciato il 23 marzo. Il 17 aprile, di fronte agli inquisitori, il Campanella si proclama disposto a dare ogni soddisfazione, se si vorrà ascoltarlo in merito ai suoi libri; ricorda come al tempo dei processi napoletani non fosse sano di mente; chiede venia per la pratiche superstiziose poste in atto nel 1603 e rivelate incautamente proprio nell’Atheismus; insiste per l’abilitazione a muoversi per l’intero palazzo ed a riaccostarsi ai sacramenti; invoca clemenza dopo tanti anni di patimento. Dieci giorni più tardi ottiene finalmente di poter tenere il palazzo loco carceris e il padre commissario Lanci si avvale della sua dottrina per fargli esaminare libri di teologia sottoposti a censura. Nel maggio presenta al papa parte dei commenti alle sue poesie e detta una confutazione astrologica delle voci di nuovo divulgate circa la sua morte imminente; persino il maestro del Sacro Palazzo padre Niccolò Ridolfi si fa trarre da lui l’oroscopo. Finalmente autorizzato a ricelebrare la messa (25 maggio), scrisse al papa (10 giugno) una calorosa difesa della propria dottrina astronomica; in quei giorni ricevette la visita di Jacques Gaffarel, prete provenzale e dotto orientalista, già suo estimatore e più tardi editore ed amico devoto, che descriverà quel colloquio nelle sue Curiositez inouyes (Paris 1629). Alle soglie della sessantina e dopo quasi trentacinque anni di carcere, era giunto finalmente ad assaporare il momento della libertà.