Astrologicorum

Il 27 luglio 1628 fu infatti autorizzato a lasciare il palazzo del Sant’Uffizio e a prendere stanza, sempre loco carceris, nel convento della Minerva. Per ordine di Urbano VIII, l’Inquisizione gli restituisce (10 agosto) tutti i suoi libri, perché li riveda e corregga per sottoporli poi all’esame del maestro del Sacro Palazzo; fra questi è anche l’Atheismus con le allegate censure, in guisa da consentirgli di emendare e rifare quanto occorre; si dispone altresì che il vicario dell’Ordine lo provveda largamente del necessario e gli mantenga un giovane scrivano. Anche la clausura si attenua: il 14 settembre è autorizzato per una volta tanto a visitare, accompagnato, le sette chiese; il 7 novembre i teologi dell’Ordine concedono l’approvazione per la Philosophia rationalis; il 22 scrive trionfante al papa di aver ultimato i Commentaria alle sue poesie. In quello stesso novembre detta gli Avvertimenti al re di Francia, al re di Spagna e al sommo pontefice circa alli passati e presenti mali d’Italia, vagheggiando un riassetto territoriale della penisola che assegni la Lombardia ai Francesi e il Regno di Napoli al papa; stende anche una Oratio pro Rupella recepta, che fu recitata in Roma in S. Luigi dei Francesi “da un padre francese marchese” non identificato, per esaltare nell’espugnazione di La Rochelle (28 ottobre) una grande vittoria cattolica sui riformati; abbandona così il suo antico e, almeno in parte, opportunistico filoispanismo, per volgersi tutto dalla parte di Francia.

Sono probabilmente da assegnare a quest’anno due perduti opuscoli: il De canonisatione sanctorum, dedicato al card. vicario Gian Garzia Millini, e il De praecedentia, praesertim religiosorum, forse suggerito dai puntigli sorti fra il generale dei domenicani e il commendatore di S. Spirito in Saxia. Ancora nel 1628 un anonimo polemista luterano pubblicò in Germania, forse a Stoccarda, una versione tedesca dei due primi Discorsi ai principi d’Italia, con un commento ostilissimo al Campanella, alla Spagna e al Papato.

Il padre Riccardi, quale delegato del maestro del Sacro Palazzo, approva (10 genn. 1629) la Monarchia Messiae;il giorno successivo, definitivamente prosciolto dal Sant’Uffizio, il Campanella viene rilasciato ai superiori del suo Ordine e consegue finalmente, anche in termini formali, la sospirata libertà; la sua provvisione mensile viene elevata a 15 scudi. Libero, lungi dal mettersi cheto, non si dà pace: vuole agire per il bene della Chiesa, stampare i suoi libri, dar suggerimenti politici, disputare in materie teologiche, fondare un collegio di missionari calabresi. Una fuggevole fortuna benigna lo accompagna: nel marzo tre teologi romani approvano ventidue tesi essenziali estratte dal De praedestinatione; il 6 aprile il suo nome viene cassato dall’Indice dei libri proibiti e quel giorno stesso, ultimata la revisione del Quod reminiscentur, appone a quel laborioso trattato la definitiva dedica a Urbano VIII; il 2, giugno il capitolo generale domenicano celebrato in Roma gli conferisce l’ambito titolo di “maestro” di teologia. Grazie al papa e all’astrologia entra in rapporto con il card. Girolamo Colonna e con suo padre Filippo, gran connestabile del Regno, al quale dedica un perduto opuscolo d’arte militare dal titolo Quibus quotve modis pauci contra plures pugnare ac vincere possint;in luglio ottiene anche l’approvazione ecclesiastica per gli smisurati Commentaria alle poesie di Urbano VIII.

Ma una così rapida ascesa, che sembra aprirgli la via alle cariche e agli onori (taluno vocifera addirittura al cardinalato), gli suscita attorno ostilità, invidie e sospetti, che a poco a poco lo irretiscono e scalzano, facendo leva anche sui suoi impeti generosi e sulla sua inettitudine all’intrigo; negli alti prelati dell’Ordine, punti da gelosia, trova i suoi più insidiosi e tenaci avversari.
Quando i librai Prost di Lione, ultimata nel settembre la stampa dei sei libri Astrologicorum, già ne avevano diffuso alcune copie, ricevettero un esemplare a penna del De fato siderali vitando, subdolamente spedito dall’Italia da frati ostili al Campanella, che dalla diffusione di un opuscolo palesemente superstizioso si aspettavano la rovina dell’emulo. Pubblicata con quell’aggiunta a mo’ di libro VII, l’Astrologia giunse a Roma e provocò la collera del papa; per giustificarsi il Campanella dettò rapidamente un Apologeticus ad libellum De siderali fato vitando e si cautelò facendolo approvare dai censori ecclesiastici Giambattista Marini e Francesco Tontoli. Al fine di soffocare lo scandalo dichiarò poi (15 novembre) apocrifa l’Astrologia, che, così reietta, venne condannata all’Indice, proprio mentre il Campanella riprendeva a smentire le funeste previsioni degli astrologi sul decesso imminente del papa. Perdurando il rumore, il 10 dicembre in un memoriale al pontefice dichiarò di non voler riconoscere per proprie tutte le opere stampate senza il suo consenso e non sottoposte alle prescritte revisioni ecclesiastiche: dovette ripudiare così, sotto l’urgere di una dura necessità, pagine che gli erano carissime, solo perché impresse da torchi tedeschi o fiamminghi.

L’anno 1630 vide il Campanella impegnato nelle snervanti pratiche per la pubblicazione delle sue opere, che si fecero via via più difficili con l’intiepidirsi del favore papale: il 14 febbraio scrisse al card. Francesco Barberini caldeggiando il progettato collegio destinato a formare giovani domenicani calabresi da inviare alle missioni; scrisse anche (24 marzo), tutto accorato, al papa, difendendosi dalle calunnie e dagli intrighi dei suoi nemici; nell’estate si rivolgerà anche all’imperatore Ferdinando II, ricordandogli la propria devozione e annunciando imminente la pubblicazione di varie opere. Le approvazioni continuavano infatti ad affluire senza remore apparenti: il 13 maggio fu rilasciata quella del maestro del Sacro Palazzo per il Quodreminiscentur; il 30 quella dell’Inquisizione per l’Atheismus, ribadita subito dopo dall’Ordine. Dettata sin dal 2 giugno la Praefatio, affidò il volume a Bartolomeo Zannetti, che lo impresse quale primizia degli “opera omnia”, dei quali si annunciava come la “sexti tomi pars prima”; ma al cadere dell’anno, quando il libro era pronto per la diffusione, un consultore del Sant’Uffizio si levò a bersagliarlo con nuove e cavillose censure, bloccando così la concessione del “publicetur”. Tra il giugno e l’agosto anche la Monarchia Messiae venne corredata di tutte le approvazioni necessarie.

Nel corso dell’anno il Campanella detta un discorso (perduto) contro le fallacie dell’astrologia giudiziaria; stende in latino col titolo De regno Dei l’esposizione conclusiva dei propri concetti sulla teocrazia universale; infine (novembre), per vendicarsi delle continue persecuzioni ordite dal padre Niccolò Riccardi detto il “padre Mostro”, maestro del Sacro Palazzo, compila le acri Censure sopra il libro del padre Mostro, sottolineando le enunciazioni eretiche o superstiziose contenute in un goffo libraccio divozionale di quel suo maligno confratello: i Ragionamenti sopra le litanie di Nostra Signora (Genova 1626).

Si pubblica intanto in Germania la sesta edizione (prima in tedesco) del Discursus sui Paesi Bassi, mentre l’Astrologia viene ristampata a Francoforte; in conseguenza i Prost di Lione modificano i frontespizi dei loro esemplari invenduti, un gruppo dei quali viene smerciato con la data aggiornata del 1630, un altro viene privato del nome degli stampatori e presentato come impresso a Francoforte per concorrere con l’autentica e più corretta edizione tedesca.

Nei primi due mesi del 1631 il Campanella detta pazientemente le efficaci Risposte alle censure dell’Ateismo triunfato e, piegandosi a sostituire e ristampare emendate trentadue pagine del volume, ottiene finalmente il “Publicetur”, mentre il maestro del Sacro Palazzo seguita a concedere le approvazioni della Defensio libri sui De sensu rerum (9 febbraio), del De gentilismo non retinendo (20 febbraio) e dello stesso De sensu (5 maggio).

Nonostante questi apparenti successi, non dovettero essere mesi facili per il Campanella; scrivendo a Galileo (26 aprile) si duole di essere da lui trascurato e non gli nasconde che lascerebbe volentieri Roma per un asilo in Toscana. In agosto gli avversari gettano la maschera: dopo appena sei mesi di smercio dell’Atheismus, col pretesto di un temerario pronostico astrologico della Chiesa che v’è formulato, il padre Riccardi ordina il sequestro dell’opera; invano il Campanella protesta, dichiarandosi pronto a emendare il brano incriminato. Indignato, subito detta contro la tardiva censura la Disputatio contra murmurantes in bullas sanctorum pontificum adversus iudiciarios editas, mostrando di voler prendere le difese delle bolle di Sisto V e di Urbano VIII contro gli astrologi, ma difendendo in realtà la liceità dell’astrologia non superstiziosa; per cercare di farla giungere al papa, la Disputatio viene consegnata al card. Agostino Oreggi, segno che al Campanella l’udienza diretta era ormai negata; in ogni caso la revoca del sequestro dell’Atheismus non fu concessa. Col dileguarsi dell’effimero favore di Urbano VIII la persecuzione degli emuli era destinata a farsi sempre più serrata e insidiosa; è forse contro di essi che compose, non più tardi di quest’anno 1631, un perduto De aulicorum technis sulle male arti dei cortigiani.

Il 22 settembre, ospite a Frascati in villa presso i padri scolopi, dove tiene un corso a dieci scolari, il Campanella termina la breve Expositio sul cap. IX dell’epistola paolina ai Romani, composta per illustrare la propria dottrina della predestinazione a richiesta del conte Jean de Brassac, ambasciatore di Francia a Roma. Il 29 scrive al papa, denunciando le mene dei suoi nemici e inviandogli il commento all’elegia proemiale della raccolta di versi latini del Barberini, ponendo così termine ai vasti e inconcludenti Commentaria, che resteranno inediti e andranno inparte perduti; sempre a Frascati, per compiacere il Calasanzio, compone, nell’ottobre, l’Apologia pro scholis piis; ilsanto scrive ai suoi di trattarlo con ogni riguardo. Il 16 dicembre l’agro napoletano è funestato da una violenta eruzione del Vesuvio: il Campanella studia il fenomeno nel De conflagratione Vesuvii, che reciterà a Roma, ai primi del gennaio seguente, nell’Accademia Capranica; l’originale, affidato al medico ed erudito francese Gabriel Naudé, non verrà più ricuperato. Lo stesso Naudé completa un suo prolisso e retorico panegirico di Urbano VIII per i benefici da lui concessi al Campanella; lo scritto cortigianesco, presto divenuto inattuale, vedrà poi la luce a Parigi, ma solo dopo la morte del papa, nel 1644.

Il 21 apr. 1632 il padre F. Maddaleni Capoferri comunica alla Congregazione dell’Indice, di cui è segretario, che il Campanella ha mosso istanza per ottenere che nel nuovo Indice in corso di allestimento siano condannate le opere sue non approvate espressamente o non stampate in Roma, poiché egli le considera adulterate e spurie. Si tratta di una mossa intesa a prevenire nuove censure dei persecutori, volte a colpire le vecchie stampe tedesche (che erano state effettivamente manipolate in qualche misura dall’Adami) e, che metteva fuori causa anche la giovanile Philosophia sensibus demonstrata, munita di approvazione ecclesiastica, ma impressa a Napoli; comunque nell’Elenchus librorum omnium prohibitorum venuto in luce quell’anno il nome del Campanella non figura.