Il rapporto con il processo di costituzione delle scienze sociali è essenziale, fin dall’inizio, al positivismo. Tanto il progetto di una scienza onnicomprensiva della società quanto lo stesso termine ‘sociologia’ risalgono ad Auguste Comte, che nel Cours de philosophie positive (1830-1842) l’ha concepita in analogia alla fisica, distinguendola in una “statica” e in una “dinamica” sociale. Ma già prima, nel 1813, Claude-Henri de Saint-Simon si era proposto di fondare una “scienza dell’uomo” intesa come parte della fisiologia, che studiasse la struttura psichica e l’esistenza sociale dell’uomo non più con metodo congetturale ma con metodo positivo, cioè con lo stesso metodo già adottato dalle altre scienze. Questo intento si salda, fin dall’inizio, con il progetto di una ‘riorganizzazione’ della società dopo gli sconvolgimenti della Rivoluzione francese e il lungo periodo delle guerre napoleoniche. Non a caso, al ritorno dei Borboni sul trono di Francia, Saint-Simon scriveva un saggio dal titolo De la réorganisation de la société européenne (1814), nel quale contrapponeva allo spirito critico (e rivoluzionario) del secolo XVIII l’esigenza di uno spirito nuovo, di uno spirito “riorganizzatore” e costruttivo che doveva condurre all’instaurazione di un nuovo ordine politico.Questo processo coincideva, per Saint-Simon come per il giovane Comte (che gli fu segretario dal 1817 al 1824, succedendo in tale funzione ad Augustin Thierry, il futuro storico della conquista normanna dell’Inghilterra e dell’età merovingia), con l’avvento della società industriale.
L’antico sistema su cui l’Europa si era retta per secoli, il sistema feudale associato con la fede cattolica, è stato messo in crisi dal sorgere dei Comuni e dallo sviluppo della scienza moderna; la Riforma protestante ha poi significato la rottura dell’unità del cristianesimo, e la cultura illuministica ne ha scosso definitivamente i fondamenti. Occorre perciò costruire un nuovo sistema, organizzato in vista di uno scopo alternativo a quello della conquista, che può consistere soltanto nella produzione. La base di questo sistema è data dall’industria e dal sapere positivo; e le classi a cui dovrà esserne affidata la direzione sono perciò quelle degli ‘industriali’ e degli scienziati, che prenderanno il posto tenuto, nel vecchio sistema, dalla nobiltà feudale e dal clero. Il nuovo sistema sarà dunque una società industriale e al tempo stesso positiva.
Questa prospettiva poggiava, in primo luogo, sull’identificazione del nuovo sistema sociale con la nascente società industriale. Anche se in Saint-Simon – e ancora nello stesso Comte – il termine ‘industria’ mantiene a lungo un significato assai ampio, coincidente con il lavoro produttivo, e la categoria degli ‘industriali’ comprende imprenditori e lavoratori impiegati sia nell’agricoltura che nella manifattura, nel corso degli anni venti e trenta si fa gradualmente strada la constatazione del ruolo primario che va assumendo il lavoro in fabbrica. Non soltanto vien meno il privilegiamento fisiocratico dell’agricoltura come unica fonte di ricchezza, ma si fa anche valere la consapevolezza della specificità dell’industria rispetto agli altri settori produttivi. Accanto a essa si afferma la consapevolezza del nesso che intercorre tra il mutamento della struttura sociale e il mutamento del sapere: per Saint-Simon e per Comte, come per i posteriori esponenti del movimento positivistico, la società industriale ha il proprio fondamento nello sviluppo della scienza e della tecnica. Assume così un valore emblematico il richiamo a Bacone, considerato come il filosofo che aveva riconosciuto la rilevanza pratica del sapere, la sua capacità di contribuire in maniera decisiva al dominio dell’uomo sulla natura.
Organizzata in vista del lavoro produttivo e non più della conquista, la società industriale appare irriducibile alle società del passato. Qualsiasi tentativo di risuscitare l’organizzazione militare-feudale che aveva caratterizzato l’epoca medievale è destinato a fallire: su questo punto Saint-Simon e Comte si differenziano nettamente dai teorici della Restaurazione. Il popolo non può più essere “irreggimentato” sotto il comando dei capi militari; deve essere associato alla “direzione” dei capi industriali, cioè degli imprenditori. Analogamente, dopo la rottura dell’unità del mondo cristiano la fede religiosa ha perduto l’autorità che possedeva in passato; al suo posto si è affermata una nuova forma di sapere, il sapere positivo. Il potere feudale è crollato, ad opera della critica che gli uomini di legge hanno rivolto ai suoi fondamenti; non diversamente i ‘metafisici’, e poi la cultura illuministica, hanno eroso in maniera irreparabile le basi del sapere teologico. La società si sta ormai trasformando in società industriale. Ma il processo che deve metter capo a essa non è ancora compiuto e richiede di venir completato. Spetta quindi alla filosofia positiva dare il proprio contributo a tale ‘completamento’, favorendo l’instaurazione di un regime politico adeguato alla società industriale e coerente con i suoi principî. Ciò è possibile soltanto costruendo una scienza della società che diventi la base di una politica positiva.In questo senso, dunque, il positivismo ha formulato, nell’età della Restaurazione, una teoria della società industriale che ne costituisce, al tempo stesso, un’interpretazione e un’utopia. Esso offre infatti, negli scritti di Saint-Simon e di Comte, un’interpretazione della società moderna come società industriale, come una società strutturalmente diversa dalle – da tutte le – società del passato. Il nucleo di tale interpretazione è rappresentato dall’analisi del trasferimento del potere, di quello temporale come di quello spirituale, nelle mani di nuove classi sociali: dalla nobiltà feudale agli ‘industriali’, dal clero agli scienziati positivi. A essa si collega la tesi della correlazione tra mutamento sociopolitico e mutamento intellettuale – due processi che per Saint-Simon sono paralleli ma pur sempre indisgiungibili, mentre Comte sostiene il primato del secondo, e quindi la dipendenza della struttura del sistema sociale, del nuovo come del vecchio, dal sistema di credenze prevalente in una determinata società.
A questa analisi fa riscontro l’intento riformatore – in senso politico, ma anche intellettuale – del positivismo. L’edificio delle scienze positive non è ancora completo: se le scienze della natura e della vita sono pervenute, negli ultimi secoli, allo stato positivo, lo stesso non si può dire della scienza dell’uomo e, tanto meno, della scienza della società. Né la società industriale è riuscita a darsi un ordinamento politico confacente alla sua struttura: falliti i tentativi di costruire un regime politico fondato sui principî rivoluzionari, occorre dar vita a un sistema di governo nel quale gli imprenditori – legittimi rappresentanti anche degli interessi dei lavoratori – assumano il potere temporale, e gli scienziati positivi quello spirituale. In questo modo la teoria della società industriale sfociava in un’utopia sociocratica, quando addirittura non pretendeva di diventare la base di una nuova religione – di un cristianesimo interpretato in chiave filantropica, come nel Nouveau Christianisme di Saint-Simon (1825), oppure di una “religione dell’umanità”, come negli ultimi scritti di Comte, dal Discours sur l’ensemble du positivisme (1848) al Système de politique positive (1851-1854) e al Catéchisme positiviste (1852).Questa visione utopica della società industriale, condizionata dall’arretratezza dello sviluppo economico francese rispetto al processo di industrializzazione in atto al di là della Manica, poggiava su un modello interpretativo che il positivismo aveva in comune con la letteratura controrivoluzionaria: il modello di una società ‘organica’. Già nell’Introduction aux travaux scientifiques du XIXe siècle (1808) Saint-Simon aveva riconosciuto l’importanza dell’opera di Louis de Bonald, l’autore della Théorie du pouvoir politique et religieux dans la société civile (1796) e della Législation primitive (1802), e al suo nome egli affiancherà in seguito quello di Chateaubriand. Nel corso degli anni venti Comte si richiamava piuttosto a Joseph de Maistre, il teorico di una società teocratica sotto la guida del papa, che doveva rappresentare il ritorno all’unità del mondo cristiano perduta per colpa della Riforma. Egli rifiutava la “dottrina dei re” non meno della “dottrina dei popoli”, fautrici rispettivamente di una “direzione retrograda” e di una “direzione critica”, e contrapponeva a entrambe la “dottrina organica” della società industriale.
Ma il nuovo sistema sociale condivideva con il vecchio quel carattere organico che il principio della libertà di coscienza, rivendicato dalla Riforma protestante e fatto proprio dalla cultura illuministica, aveva cancellato. Il sistema industriale e positivo doveva riorganizzare la società facendo valere un’autorità morale capace di garantire l’unità del corpo sociale, la solidarietà tra le sue parti, l’armonica cooperazione di tutte le classi sociali, il consenso degli individui a un sistema di credenze condiviso da tutti. Il processo di idealizzazione, che Bonald e Maistre avevano applicato al Medioevo, si trasferiva alla società del futuro, non a caso concepita come lo stato definitivo dell’umanità.

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