Introduzione

Il concetto di bisogno ricorre frequentemente nella psicologia contemporanea, ma la sua definizione è tutt’altro che univoca e varia da autore ad autore. In linea di massima, il concetto è legato a quello di omeostasi: in altre parole, le teorie psicologiche che concepiscono il comportamento in termini di tendenza all’equilibrio vedono il bisogno come una condizione di allontanamento o di carenza, che spinge l’organismo ad agire per riottenere la condizione di equilibrio perduto. Vi è quindi una duplice accezione del termine: bisogno come stato di disequilibrio, o di mancanza, e bisogno come tensione o pulsione, che spinge l’individuo all’azione per compensare la mancanza. A questa dicotomia ne corrisponde un’altra, più operativa, proposta da Murray (v., 1938), forse il più grande studioso in questo campo: bisogno come tendenza osservata oggettivamente, e bisogno come effetto che il soggetto dice di desiderare. In senso non strettamente tecnico, la più diffusa accezione del termine è comunque quella del bisogno come spinta all’azione; non vi è quindi da meravigliarsi se nella letteratura psicologica e sociologica si parla spesso di bisogno, al di là di una definizione specifica, come se si trattasse di pulsione (drive), tensione, spinta, o semplicemente motivo. D’altro canto, diversi autori hanno utilizzato nei loro sistemi teorici termini che erano strettamente tecnici, ma il cui significato si sovrappone in larga misura da un sistema all’altro, e si sovrappone a questo uso meno tecnico del termine bisogno. Così non è sempre facile distinguere, appunto, tra bisogno e alcune accezioni specifiche dei termini valore, interesse, atteggiamento, motivo, erg, tratto e così via. Questa relativa ambiguità ha fatto quindi storcere la bocca a molti, tanto che non è mancato chi ha definito tout court i concetti motivazionali psicodinamici di questo tipo, dai bisogni alle pulsioni, dei “relitti fossili” di cui la psicologia moderna farebbe bene a sbarazzarsi (v. Heckhausen, 1980). In realtà, come ad esempio osserva Thomae (v., 1983), al di là delle imprecisioni, questi “relitti fossili” appaiono ancora vitalissimi, in campi anche assai diversi e tuttora in sviluppo, dalla teoria della personalità all’etologia.

In linea generale, il concetto di bisogno si è comunque affermato in psicologia, tra le due guerre mondiali, sulla scia, come si è detto, delle concezioni biologiche e soprattutto di quelle omeostatiche. Per omeostasi si intende quel complesso di processi che si svolgono nell’organismo per mantenere le condizioni di equilibrio. Il concetto di omeostasi è stato enunciato dal grande fisiologo americano W. bisogno Cannon (v., 1932), ma concetti analoghi erano già presenti, nel secolo scorso, nella biologia positivistica e in particolare in Claude Bernard (v., 1878-1879), che aveva rilevato come i limiti di variazione dei fluidi che compongono il milieu intérieur (l’ambiente interno, contrapposto al milieu extérieur, l’ambiente esterno) fossero ristretti e come ogni scostamento dai valori medi producesse quindi delle risposte automatiche per ricondurre la situazione all’equilibrio.

Il concetto di omeostasi di Cannon rappresenta una sistematizzazione e un ampliamento delle primitive intuizioni di Bernard. Cannon, che si occupò non superficialmente anche di psicologia, descrisse accuratamente dei meccanismi omeostatici per la concentrazione di acqua nel sangue, per la concentrazione di sale, per la glicemia, per la lipemia, e per altri indici fisiologici. Tra gli anni trenta e gli anni quaranta furono date delle clamorose dimostrazioni sperimentali, per merito soprattutto di C.P. Richter e di Paul T. Young, di come gli squilibri fisiologici influissero anche sul comportamento, indirizzato verso azioni che consentono di tornare a un equilibrio omeostatico. Un semplice esempio è quello della ricerca di determinati cibi da parte di animali che sono stati tenuti a dieta con carenze specifiche.Il concetto di bisogno acquista quindi uno specifico significato in primo luogo in riferimento al concetto di omeostasi. Come nota infatti Young (v., 1961), il concetto di bisogno è valutativo e implica un giudizio di valore, relativo o assoluto. Quando si dice che un organismo ‘ha bisogno’ di qualcosa, si intende che l’avere quel qualcosa sarebbe per lui una cosa positiva. Ma per definire un concetto valutativo occorre un criterio, e il concetto di omeostasi è evidentemente un criterio oggettivo e valido a questo scopo. In questi termini il bisogno si definisce come mancanza di un elemento necessario all’omeostasi e tendenza dell’organismo all’attività, sino alla rimozione della mancanza.

A fianco dell’omeostasi, il concetto di sopravvivenza ha anch’esso un indubbio valore come criterio di definizione del bisogno. È superfluo ricordare che si tratta di un concetto che si affaccia prepotentemente nelle scienze naturali con Charles Darwin (1859) e che ha profondissime influenze anche sulla psicologia, essendo determinante per la nascita del funzionalismo nel secolo scorso e improntando in questo secolo numerose dottrine: per quel che ci riguarda più da vicino, dalla teoria degli istinti di McDougall all’etologia, fino all’ultima nata, la sociobiologia. Anche qui, comunque, il criterio della sopravvivenza diventa definitorio dei bisogni. Si crea un bisogno quando manca qualcosa di indispensabile alla sopravvivenza e si genera una tensione che spinge l’organismo all’attività. Palesemente questo criterio può essere considerato il più generale e il criterio dell’omeostasi ne può essere ritenuto un esempio particolare.

Evidentemente, tuttavia, possono essere individuati anche molti altri criteri. Si possono definire i bisogni in base alle necessità della riproduzione (ad esempio, la carenza di vitamina E rende impossibile questo processo); o ancora, in relazione allo stato di salute; o alla normalità dello sviluppo dell’individuo.

Se questi bisogni hanno tutti comunque una base biologica (v. Becker-Carus, 1983), si assume comunemente, come meglio vedremo in seguito, che a fianco dei bisogni cosiddetti primari, definiti sulla base di carenze fisiologiche, ne debbano essere individuati anche di secondari, legati a necessità più propriamente psicologiche dell’individuo; si ritiene spesso che essi derivino, secondo meccanismi non individuati univocamente nelle diverse teorie, dai primi. Così, il bisogno di successo o il bisogno di affiliazione si presentano come tipici bisogni secondari: l’individuo sente il bisogno di ottenere dei risultati dalle attività che svolge; o sente il bisogno di appartenere a un certo gruppo, essere riconosciuto come membro dagli altri membri di questo; e così via. È certamente importante la determinazione del meccanismo genetico che fa sorgere questi bisogni, magari in modo differenziato nelle diverse culture e nelle diverse classi sociali (per fare un esempio, nella classe operaia sarebbe più diffuso il bisogno di affiliazione, con conseguente maggiore solidarietà tra i membri della classe; nelle classi superiori prevarrebbe invece il bisogno di successo, con conseguente prevalere della competitività). Da questo punto di vista, la psicologia (e la sociologia) di orientamento marxista ha particolarmente insistito sulla determinazione storica dei bisogni, che, come dice Rubinštejn (v., 1946), nei loro concreti contenuti derivano dallo sviluppo dei rapporti di produzione e riproduzione all’interno della società. Notiamo, tra parentesi, come nel corso degli anni settanta abbia incontrato in Occidente una straordinaria popolarità (i cui echi sono oggi molto attutiti) l’analisi marxista dei bisogni della scuola di Budapest, e in particolare dell’allieva di Lukács, Ágnes Heller (v., 1976; v. anche Schmieder, 1981). Forse più importante è però l’individuazione di criteri che siano cogenti quanto quelli di ordine biologico, che consentano cioè di definire i bisogni secondari in modo altrettanto attendibile e non ambiguo. Purtroppo possiamo dire subito che probabilmente questo è tuttora il punto debole delle teorie prevalenti dei bisogni.

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