Nella filosofia post-aristotelica non si riscontra uno specifico interesse verso questo problema e la classificazione che Epicuro dà dei bisogno, distinguendoli in naturali e necessari, naturali non necessari, non naturali e non necessari, è piuttosto in funzione della problematica relativa ai piaceri.

Nella filosofia cristiana e medievale il bisogno è inteso come un segno della perdita della beatitudine eterna seguita al peccato.

Nel Rinascimento si affermò una valutazione positiva del bisogno legata all’apprezzamento dell’operatività umana e si collegò con G. Bruno al tema della civiltà e del progresso.

L’età moderna sottolineò piuttosto l’indipendenza dell’uomo razionale rispetto ai bisogni. Paradigmatica a questo proposito è la posizione di Kant che nella resistenza al bisogno, legato alla natura sensibile dell’uomo, pone l’espressione più evidente della sua razionalità e autonomia. Hegel pone la ‘mediazione’ dei bisogno alla base della società civile, rilevando come, a differenza dell’animale, l’uomo abbia la possibilità di dominarli, attraverso la scomposizione e moltiplicazione loro e dei mezzi per soddisfarli.

Un rilievo particolare assume la teoria dei bisogno nella filosofia post-hegeliana: in Schopenhauer il bisogno è l’essenza stessa della volontà, sempre spinta dalla mancanza e dal dolore; Feuerbach e Marx vedono nel bisogno la forma immediata del rapporto dialettico uomo-natura e l’elemento propulsore della trasformazione economico-sociale che l’uomo opera nella natura mediante il lavoro.

Nella filosofia contemporanea il tema del bisogno riveste notevole significato tanto nel filone naturalistico, con Dewey che pone il bisogno in rapporto alla ‘matrice biologica’ di ogni attività umana e ne fa il segno della rottura dell’equilibrio organico, quanto nel filone esistenzialistico, con Heidegger che pone l’accento sulla condizione di dipendenza dell’uomo nel mondo, caratterizzata da quella «cura» o «preoccupazione del vivere» di cui il bisogno è appunto parte costitutiva.

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