Il processo mediante il quale un contenuto di percezioni, immaginazioni, giudizi e concetti, si presenta alla coscienza, e quanto viene così rappresentato. Per quanto se ne possano trovare dei corrispondenti nel pensiero antico, in partic. nell’accezione platonica e aristotelica della φαντασία («fantasma», immagine rassomigliante alla sensazione, ma priva della sua materia), l’uso dell’espressione rimonta alla filosofia medievale. Si deve infatti a Tommaso d’Aquino la prima, compiuta definizione della repraesentatio come facoltà propria dell’intelletto di contenere al proprio interno, per similitudine, l’immagine di una cosa qualsiasi, assente o presente alla mente, esistente al di fuori di essa o solamente al suo interno, immagine che si realizza compiutamente attraverso l’assimilazione della specie intellegibile espressa, cioè del concetto della cosa. Variamente ripreso dal pensiero medievale, tale significato si conserva anche nelle correnti nominalistiche, che tendono però a svincolarlo dal riferimento alla specie, e a intendere quindi la rappresentazione come equivalente del segno, o simbolo. La fortuna filosofica del termine è tuttavia legata al largo uso che ne ha fatto il pensiero moderno, a partire da Descartes, il quale, identificando le idee con le rappresentazione insite nell’animo umano, pose, senza risolverla, la problematica del rapporto tra rappresentazione e realtà. A tale significato si rifaranno sia gli esponenti della tradizione empiristica, da Locke a Hume, i quali rimarcheranno il rapporto di dipendenza della rappresentazione dalle impressioni sensibili, sia gli interpreti della corrente razionalista, che tenderanno invece a porre in rilievo l’indipendenza della rappresentazione dal momento empirico. Così Leibniz considera la répresentation come l’attività propria della monade, in quanto riflette soggettivamente l’intero Universo, distinguendo dalle rappresentazione oscure e confuse che sono le sensazioni, le rappresentazione chiare e confuse che sono le immagini, e quelle chiare e distinte che sono i concetti. In un’accezione più generica, il termine (Vorstellung) ritorna nella filosofia di Kant, che lo usa per riferirsi alla classe suprema sotto cui vengono a riassumersi i tipi gnoseologici dell’intuizione, del concetto e dell’idea, aprendo la strada alle interpretazioni speculari del rappresentazionalismo, da un lato, e dell’idealismo postkantiano, dall’altro. Così, se Schopenhauer, sulla scia di Reinhold, arriva a risolvere l’intera realtà empirica del mondo nella rappresentazione, Fichte (specialmente nei suoi ultimi scritti) inizia a concepire la rappresentazione come una forma dell’attività razionale. La seconda linea interpretativa culminerà nella sistemazione di Hegel, il quale farà della rappresentazione uno stadio dello Spirito soggettivo (intermedio tra l’intuizione e il pensiero), e più precisamente l’attività mediante la quale esso rielabora ed estrinseca (attraverso il linguaggio) il mondo delle immagini che l’intelligenza racchiude dentro di sé (come un «pozzo notturno»). Di contro, la prima linea interpretativa troverà sviluppo in Herbart, e successivamente in Nietzsche, e riaffiorerà perfino nella teorizzazione del primo Wittgenstein, sia pure all’interno di una teoria logicistica del linguaggio (la rappresentazione come raffigurazione dei fatti, fondata sulla struttura logica del linguaggio). Nel Novecento, mentre la rappresentazione diviene oggetto di studio privilegiato della psicologia sperimentale, si assiste, in partic. con Bolzano, Brentano, Herbart, Cassirer, Frege e Husserl, a diversi tentativi di ridefinirne il contenuto in senso antispicologistico, in chiave ora logica, ora fenomenologica, ora neocriticistica. Tra le rielaborazioni più influenti del 20° sec., vanno soprattutto ricordate quelle elaborate da Heidegger dopo la cosiddetta Kehre, e da Wittgenstein nell’ultima fase della sua ricerca. Il primo, ricollegandosi alla linea Schopenhauer-Nietzsche, scorge infatti nel concetto di Vor-stellung – che nei suoi scritti è spesso trascritto con l’evidenziazione del trattino, a sottolinearne l’imparentamento etimologico con termini quali Fest-stellung, «accertamento, osservazione, dimostrazione», e Auf-stellung, «installazione, presentazione» – la chiave di lettura privilegiata dell’ultima fase della metafisica occidentale (quella che comincia con Descartes), ossia della concezione che riduce l’Essere alla presenza e che culmina nel dominio della tecnica; il secondo tenta invece di risolvere la rappresentazione in un particolare gioco linguistico, conformemente alla sua nozione di significato come uso e alla sua concezione terapeutica dell’attività filosofica.

    —   Dizionario di Filosofia (2009)

Similari
Percorso della filosofia
68% Filosofia
Determinare con rigore il significato, i compiti, i campi di indagine, o addirittura le probabilità di sopravvivenza della filosofia in questo secolo, è particolarmente arduo, …
Il neopositivismo
43% Neopositivismo
Come tutte le etichette filosofiche, anche quella di ‘neopositivismo’ (o, come pure si dice, di ‘positivismo logico’ o ’empirismo logico’) è ambigua. Sotto di essa si spa…
Discorso e verità
39% Foucault, Michel
Chi è colui che può «dire la verità»? E quali rischi corre costui? Quanto gli può costare il suo «parlar chiaro»? E ancora: qual è il rapporto tra la verità e il potere? Deve coincidere, il dire la verità, con l’esercizio…
Il marxismo teorico
33% Marxismo
Il materialismo dialettico Il marxismo teorico del XX secolo è prevalentemente, sebbene non esclusivamente, ‘materialismo dialettico’. È materialismo dialettico l’ideologia dei…
L’essere al mondo
32% Idealismo
Sulle dottrine che si qualificavano espressamente come ‘idealistiche’ all’inizio del nostro secolo gravava una pesante ipoteca: la fortuna che, nel corso dell’Ottocento, aveva a…