Letteralmente, dialettica significa esercizio concreto dell’attività o funzione logica dell’uomo, procedimento concettuale, arte della conversazione, del dialogo, della discussione, e però del distinguere, esaminare e classificare i singoli concetti. Inventore della dialettica, in senso formale, fu Zenone di Elea. Precursore di essa, nel senso obiettivo di legge del divenire che risolve in sé gli opposti, Eraclito.
In senso formalistico e peggiorativo, fu applicata dai Sofisti, o difendendo il pro’ e il contra per ogni opinione (antilogica), o dando al vero l’apparenza di falso e viceversa (eristica). In Socrate ha un aspetto negativo, quando critica le opinioni divergenti; un aspetto positivo (maieutica), quando svolge dai casi concreti l’elemento generico o il concetto.

Dialettica, per antonomasia, fu chiamata la dottrina platonica delle idee, come scienza dell’assoluto, ma anche in un senso metodologico, in quanto coopera alla catarsi, indicando all’anima la via di progressivo distacco dalla mutabilità del sensibile per intuire le idee nella loro purezza. In ultimo, si riduce ad un processo di sintesi dei contrarî, che tende ad avvicinare l’unità alla molteplicità, l’essere al divenire (Parmenide, Sofista, Filebo).

Aristotele (nei Topici) chiama sillogismo dialettico quello che muove da proposizioni ammesse e accettate da tutti o dai più o dai dotti in genere o in particolare, e, introducendo certe distinzioni nel linguaggio (genere, definizione, accidente, ecc.), cerca, per via epagogica ed euristica, di giungere all’universale, attraverso il probabile, e aprir la via ai principî delle varie scienze.

Dopo il neo-platonismo, che rinnova il significato metafisico della parola, fissando con Plotino i due processi dell’emanazione dall’Uno e del ritorno a esso, formulando con Proclo le processioni triadiche da applicare alla realtà, secondo la legge della persistenza dell’effetto nella causa (μονή), della progressione (πρόοδος) e della conversione (επιστροϕή); dopo l’isolata riproduzione di questo indirizzo da parte di Giovanni Scoto Eriugena, i dottori del Medioevo intendono comunemente il termine in un’accezione più estesa, come logica formale (2ª tra le discipline del Trivio). La Scolastica, per provare che non vi sono contraddizioni tra i dogmi e il pensiero, applica largamente, da S. Anselmo in poi (sull’esempio di S. Agostino), la dialettica alla teologia. Secondo Abelardo, che, per il Sic et non, fu denominato creatore del metodo scolastico, la dialettica è (come già per gli stoici e per Cicerone) veritatis seu falsitatis discretio. Per Giovanni di Salisbury, che si attiene al significato aristotelico, essa è una parte della logica, una disputatoria, una scientia probabilium (Metalog., lib. II): insufficiente per sé stessa, ma idonea, con l’appoggio delle altre discipline, a preparare la fondazione dei principî. Per S. Tommaso d’Aquino, si distinguono una dialectica docens e una dialectica utens (Comm. in IV Metaphys., 4 b): la prima cerca di stabilire dimostrativamente come si possa procedere a conclusioni probabili nelle singole scienze; la seconda applica queste stesse regole alla materia delle singole scienze per dedurne conclusioni generanti opinioni probabili, non scienza necessaria, ma verità ut in pluribus.

Alcuni pensatori del Rinascimento, come Lorenzo Valla, Rodolfo Agricola, il Melantone, il Vivès, il Nizolio, assegnarono alla dialettica l’ufficio di spianar la via alla grammatica e alla retorica di sbandire le questioni concernenti l’universale, di stabilire i luoghi comuni necessarî all’invenzione, di formare giudizî esatti, d’insegnare le leggi del ben parlare. Pietro Ramo, criticando Aristotele e facendo sue le esigenze del platonismo, dice: “Dialectica virtus est disserendi, quod vi nominis intelligitur: διαλέγεσϑαι enim et disserere unum idemque valent, idque est disputare, disceptare atque omnino ratione uti” (Dialect. institutiones, p. 1). Addita in questa disciplina lo strumento più adatto al miglioramento delle scienze tutte e distingue in essa due parti: l’invenzione e il giudizio.

Una dialettica ben diversa spunta col Cusano e col Bruno. Il primo, ispirandosi al neoplatonismo e alla teologia negativa dei mistici, afferma che le antitesi, a cui si arresta la ragione discorsiva, si neutralizzano per opera dell’intelletto intuitivo, sicché la divisa molteplicità del finito si risolverebbe nell’unità vivente e infinita di Dio, intesa come possibilità assoluta che non può essere più l’uno che l’altro degli opposti, precedendo ogni distinzione. Questa coincidentia oppositorum fu continuata e svolta da Carlo Bovillus (Bouillé), il quale cercò di costruire un’arte capace di provare, non soltanto la coincidenza ma anche la proporzionalità di tutti gli opposti nel principio supremo, e ammise che lo spostare (come fa l’intelletto) ogni cosa dal suo luogo naturale non possa impedire che essa vi ritorni, appena toccato il punto opposto (antiparistasis). Il Bruno riduce ad un processo unico la doppia dialettica, oggettiva e soggettiva, distinta da Platone e dai neoplatonici, perché identifica la sostanza di Dio con la sostanza dei suoi effetti nel mondo, il quale, come essere vivente, si esplica nelle forme più opposte. Il Böhme, fa valere la dialettica del suo naturalismo mistico fino a collocare la prima radice del male in Dio, quale nucleo oscuro d’una fiamma.

Accenni dialettici si trovano in Descartes, Spinoza e Leibniz. Con qualche reminiscenza di Aristotele (e anche del Meier, seguace del Baumgarten), il Kant attribuì alla dialettica il significato di “logica dell’apparenza”, e, come superamento di essa, costruì la dialettica trascendentale, il cui ufficio consiste nello svelare le contraddizioni che nascono dall’applicazione delle categorie dell’intelletto alle idee trascendenti (anima, cosmo, Dio).

G. A. Fichte fece corrispondere il processo dialettico, articolato nei tre momenti della tesi, dell’antitesi e della sintesi, allo sviluppo teleologico dello stesso Io, che, essendo un atto, deve limitarsi distinguendosi dal non-Io, e poi superare via via le contraddizioni, che incontra, o lasciandosi determinare dal non-Io (nella sfera teoretica), o determinandolo esso, praticamente. Lo Schelling, che e nella Filosofia della natura e nell’Idealismo trascendentale aveva applicato il metodo fichtiano, riaffermò anche in seguito l’importanza dell’arte dialettica, la quale verrebbe a togliere l’antinomia tra l’assoluto e le forme finite. Il Hegel, introducendo nell’assoluto il divenire, portò a grande perfezione la dialettica, quale schema dell’essere, che dispiega via via, per mezzo della negatività, le sue deterrninazioni e poi raccoglie in sé tale sviluppo. Essa è definita: la vera e propria natura delle determinazioni dell’intelletto, delle cose e, in una maniera generale, di tutto il finito (Enciclopedia, § 81). La grandiosa applicazione dello schema triadico a tutta l’enciclopedia del sapere e alla sua storia viene a soddisfare le esigenze di questo rigoroso panlogismo.

Varie correzioni e riforme subì la dialettica hegeliana. Kuno Fischer sostenne che, non tanto nel concetto pensato, quanto piuttosto nel pensiero d’un concetto, sorga la contraddizione, per cui diventa un problema ciò che si deve pensare: onde un nuovo concetto e poi un nuovo problema. Augusto Cieszkowski (Prolegomena zur Historiosophie) eliminò dalla triade dello spirito assoluto la religione e v’introdusse, come terzo termine, la volontà, ovvero il bene; così pure fece il Marx, ponendo la praxis in luogo dell’idea. Federico Engels (Antidühring) intese per dialettica “la scienza delle leggi generali di movimento e di sviluppo delle società umane e del pensiero”. In Inghilterra, il Bradley adoperò la dialettica per dimostrare che l’esperienza di tutto il finito pullula di contraddizioni e si risolve perciò in un’apparenza, di fronte alla realtà dell’assoluto come sistema perfetto. Ellis McTaggart, criticando la dialettica hegeliana, la trasformò in senso platonico-leibniziano, considerandola come un processo degli spiriti individuali per superare le limitazioni empiriche e legarsi tra loro in armonia di rapporti. Infine il Baillie, contrario all’assorimento dell’esperienza nel pensiero puro, vede nelle distinzioni concrete altrettante forme in cui si realizza gradualmente l’attività spirituale. In Italia, dopo l’acuta revisione che Bertrando Spaventa fece di alcune categorie della logica hegeliana, il Croce introdusse la differenza tra la dialettica dei distinti, per cui lo spirito, secondo un processo circolare, passa da un grado all’altro superiore senza annullare il precedente, e la dialettica degli opposti (bello e brutto, vero e falso, ecc.), che sintetizza la tesi e l’antitesi nella sfera concreta d’ogni grado. Il Gentile, pur giustificando la vecchia logica dell’astratto, le contrappone la logica del concreto, ch’è lo sviluppo dialettico dell’atto puro ed eterno del pensiero nella sua mediazione attraverso i tre momenti della soggettività (arte), dell’oggettività (religione-scienza), della sintesi di soggetto e oggetto (filosofia).

“Dialettica”, per lo Schleiermacher, è la dottrina del sapere, che, nel suo divenire, tende a conciliare l’opposizione tra il fattore reale (intuizione) e quello ideale (concetto), ma non vi riesce mai, perché la loro identificazione perfetta si ha nell’assoluto. Il Herbart reintegra il senso negativo della dialettica, mostrando che, qualora i concetti empirici siano liberati dalle contraddizioni che racchiudono, si ottiene la conoscenza di molteplici reali. Giulio Bahnsen (Der Widerspruch im Wissen und Wesen der Welt), che muove dall’irrazionalismo dello Schopenhauer, fa della sua Realdialektik l’espressione della contraddittorietà da cui è travagliata ogni volontà individuale quando si sforza di concepire logicamente il mondo. Eugenio Dühring, nel suo ottimismo antireligioso, mette innanzi una dialettica naturale, che all’identità tra le leggi del pensiero e quelle della realtà darebbe esplicito rilievo. Il Cohn, sottraendo l’assoluto al divenire, ammette un elemento irrazionale nella natura del conoscere e distingue due forme del processo dialettico: la bipolare (disputa), che parte da un doppio fondamento, positivo e negativo; l’unipolare (sviluppo), in cui vi è un unico punto di partenza. Il Gourd (Les trois dialectiques, in Revue de mét. et de morale, 1897) parla di tre dialettiche, le quali creano, allontanandosi via via dalla coscienza primitiva, i tre mondi artificiali della scienza, della morale, della religione, i cui risultati non si compenetrano in vera unità e fanno crescere il desiderio della concretezza, che si raggiunge col superamento della stessa dialettica nell’Assoluto. Ottavio Hamelin (Essai sur les élém. princ. de la repréśentation, 1907) tenta una sistemazione dialettiea delle categorie, opposte e correlative, dell’esperienza. Maurizio Blondel (Principe élémentaire d’une logiqe de la vie morale, 1903, e lettera-prefaz. alla trad. ital.) esige che la portata della logica debba essere allargata, introducendovi la dialettica dei fatti, dei sentimenti e degli atti. La logica formale sarebbe un fenomeno oggettivo e parziale della dialettica in azione, che tende a oltrepassare le determinazioni relative del dato, preparandoci all’opzione per la trascendenza divina. I moderni filosofi scolastici attenendosi al sistema aristotelico, e rimandando alla critica logica i sistemi logico-gnoseologici odierni, o a tutta la logica applicano il nome di dialettica, o lo serbano al metodo da seguirsi nelle dispute in contraddittorio nelle scuole.
Enciclopedia Italiana (1931) di Michele Losacco

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