Dal greco ὕλη, anche nel suo significato originario di «legno di bosco» (nelle civiltà primitive fu il materiale da costruzione per eccellenza), il termine indica, nella concezione comune, la sostanza di cui sono fatti gli oggetti sensibili, considerata come in sé esistente, provvista di peso e di inerzia, estesa nello spazio e capace di assumere una forma.

Antichità e Medioevo

Già nelle prime manifestazioni del pensiero greco si ritrova la contrapposizione tra quelle che risulteranno le due principali concezioni filosofiche della materia, cioè la contrapposizione tra una filosofia che concepisce la materia in termini metafisici e un’altra che si avvicina a questa entità partendo da un punto di vista più propriamente naturalistico. Così, accanto alla concezione della materia propria degli atomisti Democrito e Leucippo, che la consideravano come «grandezza» e «figura», si andava delineando la concezione platonica della materia, che la interpretava come realtà squisitamente metafisica. Tranne rare eccezioni, sarà appunto questa concezione metafisica della materia a prevalere nel corso del pensiero antico e medievale. Tra le eccezioni più significative bisogna ricordare l’analisi di tipo atomistico proposta da Epicuro: nel rendere conto della materia come un insieme di atomi, si affermava poi una coincidenza tra le qualità dell’atomo e l’estensione, che suggeriva un’impostazione metodologica, che, ripresa alla nascita della nuova scienza nel 17° sec., risulterà estremamente fertile divenendo, con il tempo, dominante. Dall’altra parte la concezione metafisica della materia era rivolta non tanto a determinarne la struttura intima, quanto piuttosto a cercare di definirne la collocazione nella totalità dell’essere, attribuendo poi a essa, di conseguenza, anche un peculiare valore e disvalore. Così in Platone la materia non era solo un elemento grezzo, amorfo, passivo e ricettivo che entra a costituire le cose particolari; era altresì quella componente negativa che sviliva e deteriorava i perfetti modelli ideali e perciò rigidamente contrapposta, come eterna e increata, al mondo delle realtà intelligibili. Anche in Aristotele, malgrado il più deciso interesse per il mondo empirico che caratterizza la sua filosofia, è rintracciabile un analogo giudizio negativo sulla materia, contrapposta alla forma che è l’elemento che rende intelligibile il composto. La materia prima è il polo opposto, anche se solo come pura possibilità, dell’ Atto puro: essa, essendo priva di qualsiasi determinazione formale, è di per sé inconoscibile, pura passività e ricettività. Anche la coincidenza operata dallo Stagirita tra materia e potenza non modificava la valutazione decisamente limitativa che caratterizzava, nella sua filosofia, qualsiasi discorso sulla materia. Infatti anche se la materia in quanto potenza può divenire o essere qualcosa, essa resta sempre qualcosa d’imperfetto, d’incompiuto, di contaminante rispetto alla compiutezza e perfezione dell’atto. Anche gli stoici concepirono la materia come «sostanza prima», intesa però come soggetto passivo; Plotino rese ancora più esplicita la colorazione etica di questa concezione metafisicizzante della materia giungendo a concepire questa entità come non-essere, ossia come il limite opaco che segnava il confine all’espansione del principio spirituale luminoso. Nel pensiero cristiano Agostino considererà la materia come «assolutamente informe e priva di qualità», quindi come «prossima al nulla» e pur tuttavia con una sua positiva sostanzialità; Tommaso d’Aquino riprenderà invece la concezione aristotelica della materia, insistendo sulla sua imperfezione e incompletezza e sottraendole solo l’eternità, inconciliabile con l’insistenza del pensiero cristiano su un Dio creatore di tutto e onnipotente; da tale concetto l’Aquinate distinguerà inoltre quello di materia quantitate signata, «materia quantitativamente determinata», con specifico riferimento al principio di individuazione.

Dal Rinascimento all’età moderna

Nella filosofia della natura dei secc. 15° e 16° si assiste a una trasformazione radicale della concezione della materia; lentamente si giunge, infatti, a concepire la materia non già come un residuo passivo, ma come un principio attivo che permea di sé tutte le cose e che contiene in sé tutte le forme dell’Universo. A conclusione di questo processo di riformulazione del concetto di materia si trova Bruno, che concepisce infatti la materia come «subietto» di tutti gli esseri, compresi gli spiriti, riferendosi così non già a qualcosa di passivo, ma piuttosto a un principio attivo. È appunto da questo sostanziale ribaltamento che si può far sorgere la tendenza, sempre più diffusa nel pensiero moderno, a definire la materia in termini naturalistici e fisici: ora ci si avvicina a questa entità considerandola meritevole di un esame autonomo. Un’esigenza di rigorosa interpretazione naturalistica della materia sarà presente in Descartes, il quale, accanto a un’interpretazione metafisicizzante di questa entità concepita come sostanza creata, farà valere un diverso modello interpretativo che individua nell’estensione il carattere essenziale di questa realtà. La concezione della materia come estensione si andrà, dopo Descartes, sempre più diffondendo nella filosofia moderna. Essa è, per es., rintracciabile alla base della distinzione tra qualità primarie e qualità secondarie ripresa dopo Descartes non soltanto da Galilei, ma da quasi tutti coloro che, nel corso dei secc. 17° e 18°, contribuirono allo sviluppo delle scienze naturali. La concezione della materia come estensione pertanto non è sostenuta, in quest’epoca, solo da filosofi come Hobbes e Spinoza, ma si può dire costituisca il postulato fondamentale della ricerca scientifica. Accanto a questo filone che fa coincidere la materia con l’estensione, si afferma anche, nel pensiero moderno, una tendenza a definire la materia ricorrendo a concetti come quelli di energia e di forza. In questa linea s’inserisce non solo Leibniz, che concepisce la materia come risultato di una forza passiva di resistenza chiamata antitypia, ma anche Newton, che rende conto della materia risalendo all’esistenza di una forza dominata da particolari leggi. Continuano a porre l’accento su una definizione della materia in termini di forza, sia Wolff sia i critici illuministici delle dottrine fisiche cartesiane (per es., Diderot, La Mettrie, d’Holbach), sia Kant, per il quale la materia «riempie uno spazio non attraverso la sua pura esistenza, ma mediante una particolare forza motrice». Sulla stessa linea, sia pure con suggestioni irrazionalistiche, si muove la concezione romantica della materia, esemplificata dalla teoria schellinghiana, secondo la quale la materia è costituita da tre tipi di forza (espansiva, attrattiva e sintetica), cui corrispondono rispettivamente i fenomeni naturali del magnetismo, dell’elettricità e del chimismo. Nell’ambito della filosofia della scienza ottocentesca, quest’idea della materia si ritrova nel tentativo di Ostwald di ridurre la materia in termini di energia (energetismo). Una diversa definizione della materia, legata a una precisa teoria della conoscenza, fornisce invece l’empiriocriticismo di Mach; la materia viene qui considerata come «determinata connessione degli elementi sensibili in conformità di una legge». Nel pensiero del Novecento, accanto a posizioni, come l’intuizionismo bergsoniano, che ripropongono una concezione metafisicizzante della materia, vista come concretizzazione di un principio negativo antivitale (Schopenhauer aveva invece genericamente identificato materia e attività), prevalgono precise concezioni scientifiche della materia, in conformità allo sviluppo delle teorie fisiche.

    —  Dizionario di Filosofia (2009)

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