Il riferimento al concetto marxiano di alienazione è assai frequente nella sociologia contemporanea, sia da parte di coloro che si riconoscono in una qualche variante del marxismo, sia da parte di coloro che si collocano al di fuori di questa tradizione di pensiero. Per i primi si tratta per lo più di elaborare criticamente le varie accezioni del concetto marxiano di alienazione mediante un lavoro di ricostruzione filologica e di interpretazione, al fine di costruire una teoria unitaria. Un esempio di questo tipo è fornito dall’opera di A. Schaff, L’alienazione come fenomeno sociale, nella quale l’autore distingue tra alienazione oggettiva e alienazione soggettiva.
Per alienazione oggettiva Schaff intende un processo mediante il quale “i prodotti dell’uomo si trasformano […] in una forza estranea all’uomo, una forza che si oppone alla sua volontà, contrasta i suoi progetti, anzi minaccia la sua stessa esistenza e finisce per dominarlo” (v. Schaff, 1977; tr. it., p. 167). Tali prodotti possono essere sia i prodotti del lavoro umano (in questo caso si parla di alienazione economica), sia le istituzioni politico-sociali, sia, infine, i prodotti dello spirito. Per alienazione soggettiva, o autoalienazione, Schaff intende l’alienazione dell’individuo dalla società e dagli altri esseri umani, così come l’alienazione dal proprio Io, dalla propria vita e dal proprio operare. Tra le due forme di alienazione vi è sia un nesso causale (nel senso che l’alienazione oggettiva “si rispecchia nella coscienza degli uomini assumendo la forma delle specie più diverse di alienazione soggettiva”: ibid., p. 311), sia un nesso di retroazione, o di feedback: l’alienazione soggettiva (ad esempio il senso di impotenza dell’operaio di fronte al processo produttivo) contribuisce a mantenere e rafforzare l’alienazione oggettiva.
Anche J. Israel (v., 1971), riprendendo più da vicino l’impostazione di Lukács, distingue tra “processi di estraniamento” (cioè le condizioni materiali sul luogo di lavoro che inducono alienazione) e “stati di estraniazione” per indicare le disposizioni psicologiche che si generano in tali condizioni.
La distinzione operata da Schaff, da Israel e da altri è utile per cogliere non solo gli sviluppi che il concetto di alienazione ha avuto nell’ambito della sociologia di ispirazione marxista, ma anche il modo in cui il concetto è stato recepito dalla sociologia del lavoro che non segue tale impostazione. In quest’ambito, infatti, si tende a privilegiare fortemente l’analisi dei risvolti soggettivi dell’alienazione. Che il lavoratore sia separato dai prodotti del suo lavoro e dai mezzi di produzione è un fatto che, nella moderna economia costituita da grandi organizzazioni produttive e burocratiche, viene dato per scontato. Non sembra infatti di grande utilità un concetto che si applichi a tutte le forme di lavoro dipendente. Ci si interroga, invece, su quali siano le forme di divisione del lavoro e di controllo sulle prestazioni lavorative alle quali far risalire la genesi dell’alienazione intesa come condizione riscontrabile nella mente e nel comportamento dei lavoratori.
L’alienazione cessa così di essere un fenomeno intrinsecamente connesso al modo di produzione capitalistico o, più in generale, alla condizione dell’uomo moderno, per diventare una variabile che si presenta ora in forme più accentuate ora in forme più attenuate a seconda del modo in cui il lavoro è organizzato. Il concetto di alienazione viene così a perdere le sue connotazioni filosofiche per tradursi in uno strumento concettuale in base al quale orientare la ricerca empirica sul modo in cui i lavoratori vivono soggettivamente le condizioni nelle quali si trovano a operare.
Il lavoro pionieristico di M. Seeman (v., 1959) si colloca esattamente in questa prospettiva. In esso, come vedremo, gli echi del concetto marxiano non sono certo perduti, ma vengono per così dire declinati in termini di dimensioni empiriche dell’alienazione. Seeman enumera cinque di tali dimensioni: il senso di impotenza derivante dallo scarso o nullo potere di decisione del lavoratore in merito a che cosa e come produrre; l’assenza di significato legata all’incapacità del lavoratore di cogliere il nesso complessivo nel quale la sua prestazione si inserisce come una parte; l’assenza di norme interiorizzate in base alle quali il lavoratore possa orientare il suo comportamento in senso conforme o deviante; l’isolamento del lavoratore dai suoi compagni e, più in generale, dalla comunità umana in cui vive; infine, l’autoestraniamento in base al quale il lavoratore percepisce se stesso come una persona estranea e che si coglie assai bene quando gli operai dichiarano che la loro vita incomincia soltanto quando escono dai cancelli della fabbrica.
Da questa semplice elencazione risulta tuttavia chiaro come Seeman combini tra loro dimensioni di inconfondibile derivazione marxiana con altre che rimandano piuttosto ad autori come Durkheim e Fromm. Il suo intento, tuttavia, non è quello di costruire sul concetto di alienazione un’impianto teorico capace di dar conto di aspetti fondamentali delle moderne società industriali, quanto piuttosto quello di ricavare strumenti per la ricerca empirica. L’articolazione del concetto di alienazione in dimensioni ‘osservabili’ (ad esempio mediante le dichiarazioni dei lavoratori nel corso di interviste), operata da Seeman, ha infatti stimolato una serie di importanti ricerche che sono diventate dei classici della moderna sociologia del lavoro.Tra queste merita di essere ricordata la ricerca condotta da R. Blauner (v., 1964) in quattro industrie caratterizzate da un diverso apparato tecnologico e organizzativo: le industrie automobilistica, tessile, chimica e tipografica. Nella prima prevale l’organizzazione del lavoro alla catena di montaggio, l’operaio non ha alcun potere nel determinare le modalità della sua prestazione, deve seguire rigorosamente i ritmi di lavoro imposti dalla macchina, opera in modo isolato rispetto agli operai che si collocano a monte e a valle della sua postazione e non è in grado di ricondurre mentalmente a unità il processo complessivo nel quale è coattivamente inserito.
Anche nell’industria tessile altamente meccanizzata prevale una condizione di esclusiva dipendenza del lavoro umano dal lavoro meccanico. L’operaio addetto a una serie di telai meccanici, ad esempio, deve intervenire prontamente per rimettere in funzione le macchine dove si è verificato qualche inconveniente (la rottura del filo, o altro) senza che ciò comporti l’esercizio di un minimo di potere discrezionale e di rapporto comunicativo con i compagni di lavoro. Nell’industria chimica, invece, prevale un tipo di lavoro di squadra altamente qualificato che richiede competenze tecniche, potere discrezionale e capacità di comunicare e cooperare con altri. Nell’industria tipografica di tipo tradizionale, infine, il lavoro è altamente qualificato, comporta un elevato grado di discrezionalità e di controllo individuale sulla qualità della prestazione e si accompagna in genere all’acquisizione da parte del lavoratore di uno spiccato orgoglio professionale.
Queste ricerche mettono in luce come l’alienazione sia una variabile dipendente dall’organizzazione del lavoro e come questa, a sua volta, dipenda dal tipo di tecnologia utilizzata. L’alienazione quindi risulta massima in quelle lavorazioni a catena dove si applicano nel modo più integrale i principî organizzativi del cosiddetto taylorismo-fordismo, mentre tende a ridursi là dove l’organizzazione del lavoro utilizza tecnologie che lasciano maggiore discrezionalità al singolo operaio o al singolo gruppo di lavoro. La catena di montaggio, in particolare la catena di montaggio dell’automobile, è stata per lungo tempo il simbolo culturale del lavoro alienato e un oggetto privilegiato di ricerca da parte della sociologia del lavoro, sia in America sia in Europa, soprattutto negli anni cinquanta (v. le ricerche di Walker e Guest, 1952, e di Touraine, 1955). Bisogna tuttavia ricordare che, anche nel periodo della massima diffusione, la quota di operai che lavoravano alla catena di montaggio non ha mai superato negli Stati Uniti il 5% del complesso dei lavoratori manuali.
Negli ultimi trent’anni si è aperto un ampio dibattito, sia in sede di ricerca scientifica sia nell’ambito delle relazioni industriali, alimentato dalla speranza che l’avvento dell’automazione industriale avrebbe grandemente ridotto la quota di lavoro alienato nelle fabbriche, sostituendo le operazioni più meccaniche e meno qualificate con attività a più alto contenuto tecnico-professionale. Questo dibattito, tuttavia, non ha condotto a conclusioni incontrovertibili e a un consenso generalizzato sugli effetti dell’automazione sulla qualità del lavoro umano. Se da un lato, infatti, l’automazione dei processi produttivi fa scomparire le mansioni manuali più ripetitive e prive di contenuto professionale, dall’altro essa stessa produce nuove mansioni che non necessariamente richiedono prestazioni e capacità mentali più ricche di contenuto.
Il dibattito si è in particolare soffermato sui punti seguenti: 1) i processi automatizzati richiedono soprattutto capacità di vigilanza, attenzione nel percepire segnali e prontezza di riflessi nel rispondere con atti preordinati e prescritti (ad esempio schiacciare determinati pulsanti di una tastiera quando sullo schermo compaiono determinati segnali); 2) i calcolatori che governano i processi automatizzati sono in grado di incorporare nella loro memoria un sapere che un tempo risiedeva nel cervello dei lavoratori; 3) il controllo esercitato dalla macchina automatizzata sul lavoro umano non è meno pressante di quanto non succedesse in stadi precedenti del processo di meccanizzazione; 4) la ripetitività delle operazioni viene sostituita da lunghi tempi di attesa che non consentono tuttavia di allentare l’attenzione; 5) l’automazione del lavoro d’ufficio impoverisce di contenuto molte mansioni impiegatizie che precedentemente comportavano l’esercizio di un’autonoma capacità di giudizio e di decisione; 6) l’automazione favorisce l’introduzione di processi di produzione continui (24 ore su 24) e quindi costringe una quota di lavoratori a orari di lavoro che li isolano dalle attività extralavorative del resto della società.
Dal dibattito e dalle ricerche non è quindi possibile ricavare una risposta univoca all’interrogativo se l’automazione contribuisca a restringere o ad allargare l’ambito delle capacità e la sfera di autonomia dei lavoratori in generale. Si può dire però che gli effetti dell’automazione si manifestano in modo molto diseguale non solo in settori e attività diverse, ma anche all’interno di ogni singolo luogo di lavoro tra mansioni diverse.L’alienazione quindi, anche nel senso ristretto in cui il concetto viene utilizzato nella sociologia del lavoro contemporanea, non sembra comunque un fenomeno destinato a scomparire. Ogniqualvolta una persona avverte, più o meno consapevolmente, che le mansioni lavorative svolte utilizzano solo una quota limitata delle proprie capacità, oppure che il lavoro svolto impedisce alle proprie capacità potenziali di svilupparsi ed esprimersi, possiamo ritenere di essere in presenza di una condizione di alienazione. Tale condizione può non risultare tuttavia del tutto trasparente alla stessa persona che la sperimenta, ma può esprimersi in comportamenti e stati soggettivi che la manifestano indirettamente.
La frequenza degli infortuni sul lavoro, l’assenteismo, la propensione al licenziamento volontario, ma anche l’alcolismo, l’assunzione di droghe e gli stati depressivi, sono tutti fenomeni correlati a condizioni lavorative che comportano alienazione. Quanto più la sfera lavorativa occupa una posizione centrale nell’esistenza sociale e individuale, tanto più il lavoro alienato e alienante tende a produrre situazioni patologiche per l’individuo e per la società.

    —  Enciclopedia di Scienze Sociali (1991)  —    —  Studi sociologici sull’alienazione – di Alessandro Cavalli

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