Figlio di Nicomaco, medico di Aminta III di Macedonia, Aristòtele trascorse i primi anni della sua giovinezza a Pella. Morto il padre, ebbe come tutore un parente di nome Prosseno, di cui poi adottò il figlio. A diciotto anni si trasferì ad Atene ed entrò a far parte dell’Accademia platonica rimanendovi per quasi vent’anni, fino alla morte di Platone, verso il quale nutrì sempre, malgrado tutte le invenzioni e le maldicenze, profonda amicizia e venerazione: basta ad attestarlo il celebre elogio – che certo va riferito a Platone – dell'”uomo che i malvagi non hanno nemmeno il diritto di lodare”, contenuto nell’elegia per l’altare dedicato a Eudemo di Cipro. Fu quindi in parte per motivi politici e in parte per i dissensi con Speusippo, il nuovo scolarca dell’Accademia, che Aristòtele, in compagnia di Senocrate, lasciò Atene per recarsi in Asia Minore, presso Ermia, tiranno di Atarneo. Nella vicina Troade, a Scepsi e ad Asso, esistevano comunità platoniche, e in esse Aristòtele cominciò a svolgere il suo magistero. Vi rimase tre anni e Ermia gli dette in moglie la nipote e figlia adottiva Pizia. Forse proprio per le insistenze del discepolo Teofrasto si trasferì a Mitilene, dove insegnò fino al 343-42, quando accolse l’invito di recarsi alla corte di Filippo II di Macedonia per occuparsi dell’educazione del principe Alessandro. Salito questi al trono, tornò ad Atene e vi fondò nel 335-34 una scuola che, dalla sua sede, il recinto sacro ad Apollo Liceo, trasse il nome di Liceo, e dal περίπατος “passeggiata“, che i suoi membri percorrevano discutendo, quello di Peripato, o scuola peripatetica. Dopo circa dodici anni di direzione della scuola, morto Alessandro e prevalso in Atene il partito antimacedonico, Aristòtele fu accusato di empietà, ma sfuggì al processo riparando a Calcide nell’Eubea, dove morì l’anno dopo (322) di una malattia di stomaco.


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