Nato di nobile famiglia efesia, non avrebbe accettato la dignità sacerdotale di βασιλεύς che si tramandava nella sua famiglia, di padre in figlio. In Περί ϕύσεως (“Intorno alla natura“), egli sembra affrontare quel complesso di problemi che alla incipiente riflessione erano posti dalla arcaica convinzione di una immediata congruenza e corrispondenza tra la realtà, il pensiero in cui la realtà è concepita e il linguaggio in cui si esprime il pensiero della realtà. “Nome” e “natura” sono quindi aspetti egualmente oggettivi di ciascuna realtà, e se “l’arco (βιός) ha dunque per nome vita (βίος) e per opera morte”, ciò vuol dire che la realtà stessa dell’arco è intrinsecamente contraddittoria. Simile modo di argomentare può far capire come l’unità degli opposti sia il tema fondamentale della filosofia di Eraclito.

Ciascuna realtà non può essere sé stessa se non opponendosi alle altre, in un’eterna guerra che è la madre di tutte le cose, il lògos del mondo. Che poi in questa filosofia, anche per la sua opposizione a quella di Parmenide, si accentuassero motivi tendenti a presentare il mondo come un perpetuo divenire (il famoso πάντα ῥεῖ, “tutto scorre“, che non ricorre mai nei frammenti di Eraclito) e che questo divenire fosse tradotto in una cosmologia incentrata nell’idea del fuoco come principio, è questione che riguarda piuttosto la storia dell’eraclitismo.

Anche il famoso frammento secondo cui non possiamo tuffarci due volte nello stesso fiume, infatti, più che sottolineare lo scorrere delle acque mette in risalto il contrasto tra questo scorrere e il permanere del nome del fiume. Ma proprio questo motivo dell’universale concordia discors, della “bellissima armonia“, che nasce dalla discordia, in antitesi con la concezione eleatica, è uno dei filoni centrali della storia della metafisica classica.

    —  Enciclopedie on lineTreccani

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