Introduzione

Di famiglia puritana, nel 1652 entrava al Christ Church di Oxford, dove, conseguiti i gradi di baccelliere e maestro di arti, continuò a soggiornare pur avendo rinunciato alla carriera ecclesiastica per darsi agli studî di medicina. Ma non conseguì regolarmente il titolo dottorale, impegnandosi con ardore anche in studî di fisica e di fisiologia. Nel 1668 la Royal Society lo accolse tra i suoi membri. In questo stesso periodo a Oxford conobbe, in qualità di medico, lord Ashley poi conte di Shaftesbury che lo volle suo ospite a Londra e presso il quale poté far pratica in affari di stato, collaborando alla soluzione d’importanti questioni economiche e politiche.

Quando il conte di Shaftesbury nel 1682 fuggì dall’Inghilterra, Locke si ritirò a Oxford, ma, sentendosi sospettato dai partigiani del re, si rifugiò in Olanda, dove sulla Bibliothèque universelle di J. Le Clerc pubblicò, a 54 anni, i primi scritti e dove entrò in relazione con Guglielmo d’Orange. Nel 1689 ritornò in Inghilterra. La sua autorità divenne allora grandissima: egli era il rappresentante intellettuale e il teorico del nuovo ordinamento liberale inglese. Ancora nel 1689 usciva anonima l’Epistola de tolerantia, poi i Two treatises of government (1690) e il suo capolavoro, Essay concerning human understanding (“Saggio sull’intelletto umano”, 1690).

Dal 1691 Locke visse quasi sempre nel castello di Oates (Essex), ospite di Sir F. Masham, lavorando, pur malfermo in salute, a saggi sulle più varie questioni e interessandosi ancora ai problemi economici e monetarî del momento fino ad accettare nel 1696 un incarico nel Board of Trade. Come già l’Epistola, The reasonableness of christianity (1695), d’impostazione deistica, lo coinvolse in una lunga polemica resa più acerba dall’apparizione, nel 1696, del Christianity not mysterious di J. Toland. Nel 1693 erano usciti i Some thoughts concerning education; e quattro Letters on toleration apparvero via via dal 1690 al 1706, l’ultima postuma.

Ricollegandosi sia alla filosofia baconiana che alla tradizione empirico-scettica della prima metà del Seicento che aveva trovato in P. Gassendi esemplare espressione, e non senza risentire dell’influenza dei grandi rappresentanti della nuova cultura filosofica e scientifica, come Descartes e Hobbes, la ricerca di Locke muove in primo luogo da un esame critico degli strumenti della conoscenza e del loro uso. L’idea della necessità di una “indagine pregiudiziale sui poteri e gli oggetti dell’intelligenza umana” si era presentata a Locke già nel 1671 e, svolta, quell’idea diventò l’Essay concerning human understanding, la prima indagine critica della filosofia moderna sulla linea che porta alle Critiche kantiane.

L’opera, in quattro libri, presenta una teoria della esperienza considerata unica fonte della conoscenza umana e un inventario sistematico delle idee, esaminate al vaglio dell’esperienza con un procedimento che troverà integrale applicazione da parte di D. Hume.

Presupposto dell’indagine è il principio, di derivazione cartesiana, che avere un’idea significa percepirla attualmente, cioè esserne consapevoli, così che per Locke, essendo alcune idee (per es., quella di Dio) presenti nell’adulto ma non nel bambino, va respinta ogni teoria innatistica. Tesi fondamentale dell’opera è che tutte le idee derivano dall’esperienza, o perché direttamente fornite da essa (idee semplici) nella forma della sensazione o percezione esterna e in quella della riflessione o percezione interna, o perché costruite dall’intelletto (idee complesse) mediante un’attività di riproduzione, confronto e composizione condotta sulle idee semplici provenienti dall’esperienza.

Tutti i concetti della metafisica (spazio, tempo, movimento, causa, identità, sostanza, individuo, persona) vengono allora esaminati, quali si presentavano nella cultura filosofica corrente, per accertare in quale significato essi debbano essere definiti quando ne sia riconosciuta l’origine. Il risultato più gravido di conseguenze di questa analisi è l’affermazione che non solo noi non conosciamo la sostanza delle cose, ma l’idea stessa di sostanza si rivela del tutto indeterminata e inutile per ogni conoscenza positiva.

Passando all’esame delle varie forme di sapere, di cui le idee, semplici o complesse, costituiscono il materiale, Locke conclude che la conoscenza umana può assurgere al valore di vera scienza quando si limiti alla considerazione dei rapporti formali fra le idee precedentemente analizzate e definite: tale è il caso della matematica e dei problemi morali. La scienza naturale fondata sull’esperienza sensibile deve rinunciare alla pretesa di costituirsi con puri ragionamenti, per tenersi all’osservazione dei fatti. Ma poiché l’uomo non può basarsi solo sulle certezze fondate su procedimenti puramente razionali, accanto alle conoscenze assolutamente certe (la certezza dell’esistenza dell’io; quella, per via dimostrativa, dell’esistenza di Dio; quelle riguardanti la conoscenza di rapporti fra le idee) devono trovar posto quelle la cui certezza è più o meno fondata sulla probabilità. Tra queste rientra anche la fede religiosa.

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