Attivissimo (nel 1723 uscì, semiclandestina, La ligue, ou Henry le Grand, che nell’ed. di Londra del 1728 assunse il titolo di Henriade), col senso sicuro del proprio utile particolare, Voltaire s’inserì in una forma di vita brillante e insieme favorevole alla sua attività letteraria. Ma al principio del 1727, per un contrasto con il cavaliere de Rohan, Voltaire venne rinchiuso alla Bastiglia ingiustamente. L’amara delusione procuratagli dagli amici aristocratici spronò il suo orgoglio di borghese.

Messo in libertà dopo alcune settimane, ma costretto a lasciare la Francia, si recò in Inghilterra, dove rimase circa tre anni ottenendo larghi riconoscimenti. Ma, soprattutto, il soggiorno inglese determinò la sua carriera di filosofo e di polemista. In Inghilterra, infatti, Voltaire conobbe una società assai meno raffinata di quella francese, ma più moderna, più progredita e libera; venne a contatto con una realtà politica, sociale, civile e culturale che contrastava totalmente con quella francese. Le Lettres sur les Anglais (o Lettres philosophiques), entrate in circolazione in Francia nel 1734, sono l’espressione più matura del primo periodo della sua attività di scrittore. Dietro il simulato scopo di un’informazione sulle cose d’Inghilterra, le Lettres – la prima bomba, fu detto, lanciata contro l’ancien régime – erano un violento attacco alle istituzioni politiche, sociali e religiose della Francia assolutista e feudale. Il successo fu enorme: mai un libro allargò come le Lettres l’orizzonte intellettuale di una nazione. Altrettanto grande, naturalmente, lo scandalo: l’opera venne condannata dal Parlamento di Parigi; Voltaire fuggì in Lorena e, quando un mese dopo gli fu permesso di ritornare in Francia, gli venne vietata la residenza a Parigi.

Si stabilì allora al castello di Cirey (Champagne) presso M.me du Châtelet. Da questa donna, appassionata di problemi scientifici, Voltaire ricevette stimolo all’approfondimento delle matematiche e della fisica (nel 1738 comparvero gli Éléments de la philosophie de Newton, violento attacco all’allora dominante fisica cartesiana). Voltaire proseguì la sua attività di poeta e drammaturgo affascinato dal miraggio di emancipare la scena francese dall’imitazione spagnola e inglese per ricondurla alla severa nobiltà dei Greci e di Racine. Sono infatti di questi anni di ritiro le tragedie Alzire, Mahomet, Mérope. Nel 1738 era d’altronde già in avanzato stato di composizione il suo capolavoro, Le siècle de Louis XIV.

Nel 1744, con la nomina a ministro degli Esteri del marchese d’Argenson, suo vecchio compagno di collegio, migliorò la posizione di Voltaire nell’ambiente della corte francese, fino ad allora a lui piuttosto ostile: nel 1745 M.me de Pompadour gli ottenne un diploma di storiografo di Francia con la carica di gentiluomo di camera del re; nel 1746 fu ricevuto all’Accademia; nel 1747 si trasferì con M.me du Châtelet a Lunéville. Dopo la morte di costei, teneramente rimpianta, nel 1749, Voltaire si trasferì a Berlino presso Federico II che professava per lui incondizionata ammirazione.

A Berlino, nel 1751, uscì Le siècle de Louis XIV. Verso la fine del 1752 per gelosie e pettegolezzi avvenne la rottura tra il re e il filosofo. Voltaire tornò in Francia, ma non gli fu permesso di stabilirsi a Parigi. È questo il periodo in cui Voltaire, dopo gli inviti di D’Alembert e Diderot, collaborò con l’Encyclopédie con circa 40 voci letterarie e filosofiche, alcune delle quali di un certo interesse per l’estetica e la storia del gusto. La sua collaborazione fu di breve durata. Iniziata nel 1754, terminò quattro anni dopo, in seguito allo scandalo suscitato dalla pubblicazione, nel vol. VII del Dictionnaire raisonné, della voce Genève di D’Alembert, ispirata dallo stesso Voltaire: con la sua sottile critica dell’intolleranza, la voce accentuava le polemiche, soprattutto con i calvinisti, fino a costituire una delle maggiori cause della crisi dell’Encyclopédie.

Di questi anni è la stesura dell’Histoire universelle, che ebbe poi il titolo di Essai sur les moeurs et l’esprit des nations (1756).

Nel 1755 si stabilì in Svizzera, in una villa periferica di Ginevra, da lui acquistata e chiamata des Délices, dove visse dieci anni (anche dopo aver acquistato i castelli di Tornay e di Ferney, contigui alla città di Ginevra ma in territorio francese), costituendovi un centro intellettuale, cui convenivano scrittori, artisti, dame d’ogni parte d’Europa. Era ormai ricco abbastanza da poter vivere da gran signore, famoso in tutta Europa, corteggiato dai sovrani e dall’alta nobiltà. La sua parola aveva un effetto irresistibile: il suo intervento nei processi Calas, La Barre, Sirven, Lally ne fece dei casi clamorosi e portò persino alla revisione d’ingiuste sentenze.

In questi anni in cui il moto filosofico rivoluzionario si faceva più impetuoso, Voltaire, impareggiabile e inesauribile pubblicista, instaurò in Europa la sovranità tutta nuova dell’opinione pubblica.

Portentosa è la fecondità di Voltaire in questi ultimi ventitré anni della sua esistenza. Con un numero quasi incredibile di scritti di ogni genere (e con innumerevoli lettere) riuscì a tenere desta su di sé l’attenzione di tutta l’Europa colta, impegnandosi in una polemica contro la superstizione, il fanatismo, il privilegio, il passato sempre più violenta ed esplicita, ricca di brio, d’invenzione, di eloquenza seria e di grazia leggera.

Di questo periodo è il Dictionnaire philosophique (1764), il suo testamento filosofico, dove in sentenze lapidarie prende forma definitiva la sua battaglia di mezzo secolo contro l’intolleranza, il miracolo, l’autorità, la falsificazione delle leggende e delle tradizioni.

Nel marzo 1778 Parigi accolse trionfalmente il filosofo venuto ad assistere alla rappresentazione dell’ultima sua tragedia, Irène; affaticato da queste emozioni Voltaire morì poco dopo, a Parigi, il 30 maggio. Nel 1791, con solenne cerimonia, le sue ceneri furono deposte nel Panthéon.

Letteratura

Voltaire volle essere soprattutto poeta e si cimentò con tutti i generi letterarî allora in voga trattando con versatilità impareggiabile la tragedia, il poema epico, il poema scherzoso e burlesco, la satira, l’epistola didascalica, l’epigramma, la lirica leggera. Con l’Henriade (1722), il poema giovanile su Enrico IV, si propose, senza riuscirvi, di dotare la Francia di un grande poema nazionale: troppo aliena dal meraviglioso e dal soprannaturale era l’immaginazione di Voltaire. Più conforme al suo spirito polemico era invece l’epistola moraleggiante, dove lo scrittore diede forma alle sue idee e alla sua predicazione deistica e filantropica. Poemi come Le temple du goût, il Poème sur la loi naturelle, il Poème sur le désastre de Lisbonne riboccano di quella grazia inimitabile che unisce la profondità speculativa alla disinvoltura briosa.

Tuttavia sulla scena tragica Voltaire raccolse i maggiori allori e suscitò le più fiere battaglie: Œdipe (1718), Brutus (1730), Zaïre (1732), La mort de César (1735), Alzire (1736), Mahomet (1742), La Mérope française (1744), poi Sémiramis (1749), L’orphelin de la Chine (1755), Tancrède (1760), Olympie (1762) assicurarono a Voltaire una larga popolarità e il gusto francese, prima dell’avvento del romanticismo, le situò accanto ai più celebrati modelli del gran secolo. Oggi esse appaiono vere e proprie dissertazioni in favore della tolleranza, della libertà, dell’abolizione degli odî di razza e di religione.

La stessa vis polemica, che nelle tragedie sopraffà la forza rappresentativa e artistica, anima i romanzi: Zadig (1747), Candide (1759), L’ingénu (1767), L’homme aux quarante écus (1768), La princesse de Babylone (1768) non sono racconti ma rassegne satiriche delle stravaganze, delle follie e degli abusi ingenerati dalla superstizione e dal fanatismo.

Più popolare e famoso tra tutti è rimasto meritatamente Candide, dov’è beffeggiato sistematicamente l’ottimismo leibniziano.

Sempre spregiudicato e innovatore, Voltaire sacrificò invece alla tradizione e al gusto dominante quando giudicò di poesia, professando sempre reverenza incondizionata ai grandi modelli del secolo di Luigi XIV.

Scienza

Sotto il riguardo strettamente scientifico l’ambito nel quale Voltaire lasciò l’opera di valore più duraturo fu quello storiografico con Le siècle de Louis XIV comparso nel 1751. Composto con amore di compiutezza d’informazione esemplare, esso inaugurava un nuovo genere di storiografia: è la prima opera storica moderna che rompe la tradizione annalistica, ordinando gli eventi secondo la loro interna connessione e illustrando la vita complessiva di uno stato in tutti i suoi aspetti. Voltaire introduceva nella storiografia un concetto nuovo, quello di civiltà, che gli consentiva di discernere, ordinare e interpretare quello che nei suoi predecessori ed emuli contemporanei era rimasto materiale disparato.

L’altra grande opera storiografica di Voltaire, l’Essai sur les moeurs et l’esprit des nations (1756), concepita in opposizione al Discours di Bossuet, è il primo tentativo in senso laico e critico di una “storia dello spirito umano” che ordini secondo poche grandi linee la storia universale. Con l’Essai tramontava la statica visione della storia universale incentrata sulle vicende prima del popolo ebraico, poi del mondo cristiano, alla cui recente formazione Voltaire contrapponeva la veneranda antichità della Cina, dell’Egitto, dell’India. Ormai l’orizzonte dell’interesse storico veniva esteso a ogni manifestazione umana.

Altre opere storiche di Voltaire sono: Histoire de Charles XII (1731), Les Annales de l’Empire (1753), Histoire de l’Empire de Russie sous Pierre-le-Grand (1759-63), Précis du siècle de Louis XV (1769).

Filosofia

Sul piano filosofico, in polemica con le varie forme di metafisica contemporanea, e sulla scorta della cultura empiristica inglese, egli s’impegnò a combattere la fisica cartesiana, dominante in Francia, in nome della fisica newtoniana destinata a soppiantarla; ma ancor più combatté tutto Cartesio e i sistemi metafisici del sec. 17°, contrapponendo all’esprit de système, che tendeva a dare una soluzione integrale del problema dell’universo, la scienza sperimentale con il suo orizzonte che si allarga progressivamente.

La sua metafisica ammetteva Dio, ma si dichiarava incapace di determinarne l’essenza e gli attributi; la sua psicologia, messe da parte le infinite discussioni sull’anima, si teneva ferma all’immediata evidenza: “io sono corpo e penso“. Sul piano religioso, coerentemente con le sue posizioni gnoseologiche, vicine a quelle di Locke, fu fautore di una forma di deismo basato sull’ammissione di un Dio “primo motore intelligente“, eterno autore di un mondo altrettanto eterno; e di una religione naturale riconducibile a una serie di “principî morali comuni al genere umano”.

Sono queste le idee che, letterariamente variate all’infinito, tornano nei suoi scritti filosofici: il Traité de méthaphysique (1734), Le philosophe ignorant (1766), le Questions sur l’Encyclopédie (1770-72), il Dictionnaire philosophique (una delle sue grandi opere), e in numerosi agili opuscoli. Infine, quale che ne fosse il valore scientifico, vanno ricordati gli scritti di critica al Vecchio e al Nuovo Testamento. Voltaire vi riprendeva le tesi e gli argomenti che erano già stati proposti da Spinoza, da Richard Simon, da Bayle, ma presentandoli con quel brio polemico che ne favorì la diffusione in tutti gli strati dell’opinione pubblica e fece sì che fossero universalmente letti libri come La Bible enfin expliquée, Le tombeau du fanatisme, L’établissement du christianisme.

In questi scritti, e soprattutto nel Dictionnaire philosophique che ne riprende tutti i temi, è consegnato ciò che le generazioni successive (limitando il più vasto significato della complessiva opera di Voltaire) avversarono o esaltarono come volterrianesimo, inteso come spirito di radicale incredulità e di perentorio rifiuto del soprannaturale.

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