Per volontarismo si intende, in contrapposizione a ‘intellettualismo’ e a ‘razionalismo’, ogni concezione che attribuisce un ruolo preminente alla volontà, in ambito sia etico e psicologico, sia teologico e metafisico. Il primo esempio di volontarismo, in questo senso, è rappresentato dalla concezione agostiniana. Allontanandosi dalla tradizione intellettualistica greca, Agostino vedeva nella volontà il principio autonomo della scelta e dell’azione, che, indipendentemente dai dettami della ragione, può orientarsi liberamente al bene come al male.

Nel pensiero medievale, la superiorità della volontà sulla ragione fu teorizzata, tra gli altri, da Enrico di Gand, per il quale essa dipende dalla superiorità del suo oggetto, il bene, rispetto all’oggetto della ragione, il vero.

In contrasto con l’intellettualismo di s. Tommaso (che subordinava, aristotelicamente, la volontà alla conoscenza), Duns Scoto individuava la superiorità della volontà nella libertà, di cui non gode l’intelletto, sottomesso all’oggetto della conoscenza.

Si assiste anche alla nascita di quella forma di volontarismo che va sotto il nome di volontarismo teologico, consistente nell’identificazione dell’essenza di Dio con la sua volontà, e quindi con la sua assoluta libertà e infinita potenza. Connessa a tale identificazione è la svalutazione delle capacità della ragione umana di penetrare i misteri della volontà divina, con la conseguente esaltazione della fede: ne è esempio la polemica nei confronti dei tentativi di spiegare razionalmente i dogmi e le verità rivelate condotta da Pier Damiani e sfociante in una forma di misticismo rivolto alla glorificazione della potenza e della volontà di Dio.

Non diversamente, Guglielmo di Occam individuava nell’obbedienza al comando divino l’unico criterio di valutazione morale, essendo la volontà divina la fonte della moralità. Benché questa forma di volontarismo abbia come correlato il fideismo, non sempre questo ne è stato l’esito: in s. Anselmo, per es., la celebre formula «credo ut intelligam» indica come la fede non costituisca un punto di arresto, ma piuttosto l’avvio del tentativo di giustificare con gli strumenti della ragione, la verità divina rivelata.

In epoca moderna il volontarismo si presenta privo di quei legami con la fede tipici del pensiero medievale, e spesso esplicitamente contrapposto ai dogmi religiosi. Anch’esso in contrasto con la tradizione intellettualistica greca, il volontarismo moderno è incline a sottolineare l’autonomia della sfera della volontà, ai cui impulsi e passioni la ragione si sottomette suggerendo i mezzi più appropriati per soddisfarli. Questo volontarismo psicologico, tipico di T. Hobbes e D. Hume, si può ritrovare anche nell’utilitarismo di J. Bentham.

Diverso è il volontarismo metafisico, che sorge sulla base di quello psicologico estendendone le peculiarità fino a farne un tratto della stessa realtà; esso caratterizza le dottrine di Fichte e F. Schelling, che riconducono la realtà a un’attività originaria dinamica, spontanea e incondizionata; un volontarismo metafisico conseguente sarà affermato da Schopenhauer con la dottrina della volontà come principio originario e sostanza della realtà.

In ambito psicologico, ma con evidenti concessioni agli aspetti metafisici connessi al problema della coscienza, una forma di volontà sarà affermata da W. Wundt, che considera la volontà come il principio immanente a ogni realtà psichica.

Nel pensiero contemporaneo, si considerano forme di volontarismo il pragmatismo di W. James, con il suo insistere sulla ‘v. di credere’ rispetto ai problemi non risolvibili sul piano conoscitivo ( pragmatismo), e la ‘filosofia dell’azione’ di M. Blondel.

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